“Vedere” Dante con occhi nuovi

guardommi un poco, e poi, quasi sdegnoso, 
mi dimandò: «Chi fuor li maggior tui?
» (Inf. X 41-2)      

Capita spesso, nel primo anno di corso, che alcuni studenti, con fare ingenuo, chiedano: “Profe, quando facciamo l’Inferno?” La risposta perentoria è sempre la stessa: “Ragazzi, dovrete aspettare fino alla terza, perchè Dante si fa nel triennio”. Già quindi dal biennio si crea un’attesa, puntualmente delusa, per il Sommo Poeta, quasi ci fosse un desiderio inconscio, primigenio, di accostarsi a quel capolavoro della letteratura mondiale che è la Commedia e alla cantica popolare per eccellenza, l’Inferno. Si sa, Dante è un monumento nazionale e le letture di Benigni (piacciano o meno, non entro nel merito) lo hanno reso estremamente popolare. Ma queste aspettative, alla fine, vengono rispettate?

Destinata al secondo biennio (e al quinto anno), la lettura del viaggio ultraterreno tra Inferno, Purgatorio e Paradiso incontra però varie difficoltà, ben esplicitate in questo bell’articolo del Prof. Serianni sulla rivista online di Pearson: le Indicazioni Nazionali recitano, nelle Linee generali e competenze, che lo studente, alla fine del percorso liceale, «deve avere una conoscenza consistente della Commedia dantesca, della quale ha colto il valore artistico e il significato per il costituirsi dell’intera cultura italiana»; sotto si precisa che «sarà letta nel corso degli ultimi tre anni, nella misura di almeno 25 canti complessivi».

Già Serianni però mette in seria discussione la possibilità di poter rispettare tali indicazioni, specie per l’ultima cantica, il Paradiso che, oltre a essere ostica per l’insegnante stesso, in quanto, secondo il dettato di Benedetto Croce, si tratterebbe di «teologia in versi», risulta un “corpo a sé stante” nel panorama della letteratura otto-novecentesca, già di per sé sovraccarico; se si parla poi di canti interi, per arrivare ad analizzarne 25 con un minimo di approfondimento occorrerebbero 50-60 ore (più quelle dedicate all’introduzione all’opera e alle diverse cantiche): un pacchetto orario improponibile in un triennio se si considera il percorso storico-letterario da svolgere, le attività di PCTO, eventuali gite (torneremo a farle, si spera), laboratori sulla scrittura, verifiche e interrogazioni.

Ancora una volta, quindi, si nota una discrepanza tra le intenzioni del legislatore e la pratica didattica che, in tempi di DaD, deve fare poi i conti con ore da 45′ e uno stress cognitivo pesante da entrambe le parti dei soggetti in gioco. Il rischio, poi, in un contesto simile, è che anche l’ottimo insegnante di lettere si riduca a proporre ogni anno, come fosse una liturgia, i grandi classici della Commedia: i canti I, III, V, VI, X, XXVI e XXXIII dell’Inferno; Purgatorio I, III, VI; XXX e XXXIII; Paradiso I, VI, XI, XVII e XXXIII. Non ho nulla contro una proposta del genere, che copre, tra le altre cose, ben 17 dei 25 canti previsti dalle Indicazioni, ma che immagine emerge della Commedia in questa trattazione rapsodica? Sicuramente un’immagine parcellizzata del testo dantesco.

Nello scorso autunno ho frequentato un proficuo incontro di formazione proposto dall’Università Statale di Milano; la relatrice ha evidenziato come, nella progettazione della Commedia, si debba uscire dalla logica del “canto esemplare”, per puntare invece sulla narratività dell’opera, selezionando versi di diversi canti, riassumendo passaggi evidentemente ostici per gli alunni e puntando su un “commento leggero”. Considerazioni ovviamente condivisibili: soffermarsi, infatti, sul proemio del Purgatorio, ad esempio, per approfondire il mito delle Piche a studenti di un Liceo Linguistico che hanno abbandonato il latino al biennio e non sanno neppure chi è Ovidio risulta uno sfoggio di erudizione che non porta a nessun miglioramento nel loro apprendimento; stesso discorso per il mito di Eteocle e Polinice a cui si fa riferimento nel canto di Ulisse.

Funzionale è sicuramente la lettura-continua della cantica, compresa (meglio dire, compressa) in 8-10 settimane, che consente di rendere il testo dantesco più attrattivo e l’analisi della cantica meno parcellizzata e più narrativa. Nel corrente anno scolastico, anche per evitare la frammentazione che un insegnamento con ore in presenza, alternate ad altre a distanza e asincrone ovviamente comporta, ho optato, per la prima volta in 11 anni (!), per questa soluzione e i risultati, in termini di interesse, passione e coinvolgimento degli studenti nei confronti della cantica sono sicuramente superiori alla lettura cadenzata nell’ “ora di Dante” settimanale, per l’intero anno scolastico.

Interessante è anche la proposta di potenziare il legame tra Dante e le arti figurative, nella logica di una sinergia tra le discipline che valorizzi l’iconicità del testo dantesco. Di recente uscita è il volume di Laura Pasquini, Pigliare occhi, per aver la mente che propone spunti spendibili a livello didattico, ovviamente semplificati e graduati alla classe in cui innestarli. Della stessa studiosa è interessante un breve video realizzato all’interno del progetto “5 minuti con Dante”, che si può far vedere anche agli studenti per farli immergere nel mondo medievale con gli occhi di un’esperta di arte.

http://www.carocci.it/index.php?option=com_carocci&task=schedalibro&Itemid=72&isbn=9788829002887

Ancorare Dante alle arti figurative dà dei vantaggi non di poco conto: in primo luogo consente di snellire il percorso, aumentando la velocità ed evitando digressioni e passaggi poco funzionali per la trama, se si vuole salvaguardare la narratività delle cantiche; in secondo luogo è una modalità di approccio vicina all’orizzonte esperienziale degli alunni, abituati più alla logica della immagini che non a quella delle parole, di un autore del Trecento, per lo più.

Per i più audaci e desiderosi di una collaborazione con i docenti di storia dell’arte, storia e filosofia le suggestioni per la creazione di percorsi tra arti figurative e letteratura sono numerose: a quali fonti figurative aveva accesso Dante prima di stendere i versi della Commedia? Quali episodi del poema hanno avuto il maggior successo nelle arti figurative? Pittori, incisori, illustratori hanno rispettato il dettato dantesco o si sono presi delle licenze? Quali furono i periodi in cui si concentrano maggiormente le riprese pittoriche della Commedia? Ciò, permette, ovviamente, di tracciare un bilancio della fortuna di Dante nei secoli, che si può collegare alla temperie culturale di riferimento.

Insomma, per fare un esempio, forse è meglio farli lavorare sui diversi volti di Lucifero e soffermarsi sulle rappresentazioni del testo dantesco e sui modelli di riferimento (qui sotto il mosaico di Coppo da Marcovaldo, nel Battistero di Firenze, noto a Dante), piuttosto che trascorrere un’ora sull’analisi dei versi di Inferno XXXIV e sul significato allegorico delle tre bocche di Lucifero. Lo stesso vale per canti assai iconici come quello di Paolo e Francesca, di Pier delle Vigne, di Vanni Fucci, solo per fare degli esempi riferiti all’Inferno.

Coppo di Marcovaldo, Giudizio Universale (Inferno), Firenze, Battistero di San Giovanni, 1260-1270.

In questo contesto di Didattica a Distanza la rete offre potenzialità inimmaginabili rispetto alla vecchia lezione tra lavagne polverose e lim obsolescenti. Numerosi sono, infatti, i siti che propongono percorsi “ad alta velocità” della Commedia, con video in HD che riassumono interi canti, ma, per i licei linguistici, un sito di sicuro interesse è The World of Dante: qui il docente desideroso di “svecchiare” l’insegnamento cattedratico della Commedia si trova di fronte a una pluralità di materiali: mappe, video, ma soprattutto rimandi alla fortuna dell’opera dantesca nelle arti figurative. Spendibili in classe sono le proposte della sezione “Gallery”, con link a manoscritti miniati, come, per esempio, il famoso Yates Thompson 36 e che possono essere utilizzati come intersezioni tra arte, letteratura e lingue straniere; con la collega madrelingua, ad esempio, ho proposto dei momenti in compresenza, sfruttando l’accessibilità della lingua inglese di questi siti.

E il ruolo degli studenti? Tornando all’episodio aneddotico iniziale, vanno sicuramente resi attivi nella fruizione e analisi del testo commento, specie in questo contesto di DaD in cui le lezioni rischiano di risolversi in lunghi monologhi di fronte allo schermo: di qui l’accoglimento delle indicazioni della collega di Milano sul “commento snello”, che lasci spazio all’interpretazione, a letture aumentate di episodi danteschi celeberrimi, che intreccino parola, testo, video. Le condizioni di apprendimento e la soglia di attenzione degli studenti sono sicuramente diversi da quelle di 10 anni fa e la nostra esperienza di apprendimento della Commedia, a scuola, come in Università, non va usata come termine di paragone.

Per potenziare le competenze digitali degli studenti sarebbe auspicabile proporre un prodotto finale multimediale, da realizzare in gruppo: si può andare dal semplice video, alla narrazione multimediale, per arrivare al podcast.

Qui un esempio di narrazione multimediale su Inferno XXV, il canto di Vanni Fucci, a opera di studenti di 3A Liceo: https://spark.adobe.com/page/0y3v7nBJ5Ft3t/

https://spark.adobe.com/page/0y3v7nBJ5Ft3t/

Insomma, l’importante è che il testo di Dante non rimanga “lettera morta“, ma che si avvicini all’orizzonte degli studenti, alle loro esperienze, per far sì che dall’analisi e comprensione, si passi al momento della riappropriazione, che è fondamentale in un testo letterario, specie se così radicato nella nostra tradizione come la Commedia.

Sarà, ovviamente, un Dante diverso, forse filologicamente non ineccepibile, ma che verrà incontro a una delle volontà del Sommo Poeta: essere accessibile a tutti.

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