Esercizi d’interpretazione montaliani: Da un lago svizzero

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Tra i ricordi più vividi della mia infanzia ci sono sicuramente le esperienze alla scuola primaria: con indosso le immancabili tute con le “toppe”, ci si svagava con poco, correndo in cortile a pulire il cancellino della lavagna in ardesia, controllando la crescita dei girini catturati nelle pozzanghere dietro scuola, disegnando delle orecchie da asino per i compagni meno preparati. Ricordo inoltre che che la maestra Rita, insegnante di italiano, storia, geografia e musica, ci fece scrivere in quinta elementare un acrostico, con l’indicazione di far corrispondere a ogni lettera del nostro nome e cognome una qualità che ci contraddistingueva. Non c’era ancora l’AI e quindi non mi sono potuto rivolgere a ChatGPT per trovare l’aggettivo corrispondente alla Z del mio cognome: la mia intelligenza artificiale era mia madre, che si scervellò per non farmi andare a scuola col compito incompleto.

L’acrostico mi ha sempre appassionato e, con grande sorpresa, ne ho trovato uno nella produzione del mio poeta nel cuore, Eugenio Montale, proprio nelle poesie de La bufera e altro, mentre ero in cerca di un testo che potesse essere inserito in un modulo interdisciplinare sulle donne nella letteratura del Novecento; la lirica in questione è Da un lago svizzero, contenuta nella sezione Madrigali privati. Si tratta di un testo poco conosciuto, ma che ora, rileggendolo per questo articolo montaliano, mi suscita particolari emozioni, come una sorta di madeleine proustiana.

I Madrigali privati, come si legge nell’edizione Mondadori col commento di N. Scaffai e I. Campeggiani, sono 8 testi di lunghezza medio-breve, scritti dopo l’incontro con la poetessa Maria Luisa Spaziani, tra il 1949 e i primi anni Cinquanta. I componimenti «sono tutti accomunati dall’allocuzione alla donna (Volpe) e dal tema amoroso». Com’è noto, Montale inviò, nel 1949, al francesista Giovanni Macchia un indice dell’opera, col titolo iniziale di Romanzo: il primo nucleo di queste poesie è da individuare nella sottosezione di L’angelo e la volpe dal titolo Nel segno del trifoglio: «il trifoglio è [infatti] uno dei simboli erotico-sentimentali disseminati in questi versi, caratterizzati dalla privatezza delle allusioni» (p. 331), che possono essere decifrati attraverso le lettere che in quegli anni si scambiarono la Spaziani e Montale.

https://www.ibs.it/bufera-altro-ediz-commentata-libro-eugenio-montale/e/9788804714477

Una perla all’interno di questa sezione è rappresentata dalla lirica Da un lago svizzero. La poesia venne pubblicata inizialmente senza titolo, ma con l’indicazione topografica tra parentesi tonda «da un lago svizzero» e la data «Settembre 1949», in «Archi», a. I, n. 1, a Bologna nel gennaio del 1950; successivamente apparve nella rivista «Il Dovere», a Lugano, il 20 aprile 1950, con il titolo attuale e la precisazione «Ouchy, settembre 1949».

Ma di quale lago svizzero parla Montale e perché viene citato? Ci soccorre la biografia del poeta degli Ossi che, in quegli anni, aveva soggiornato a Losanna lungo il lago Lemano, per la quarta edizione degli Rencontres Internationales sull’arte contemporanea. L’ambientazione svizzera è dunque legittimata da dati concreti, ma lascia subito spazio alla rielaborazione letteraria. La poesia si configura come un acrostico, perché le lettere iniziali della poesia compongono il nome e cognome della donna amata.

Mia volpe, un giorno fui anch’io il “poeta
assasinato”: là nel noccioleto
raso, dove fa grotta, da un falò;
in quella tana un tondo di zecchino
accendeva il tuo viso, poi calava
lento per la sua via fino a toccare
un nimbo, ove stemprarsi; ed io ansioso
invocavo la fine su quel fondo
segno della tua vita aperta, amara,
atrocemente fragile e pur forte.

Sei tu che brilli al buio? Entro quel solco
pulsante, in una pista arroventata,
àlacre sulla traccia del tuo lieve
zampetto di predace (un’orma quasi
invisibile, a stella) io, straniero,
ancora piombo; e a volo alzata un’anitra
nera, dal fondolago, fino al nuovo
incendio mi fa strada, per bruciarsi.

Come sottolinea Luisa Romolini nel suo commento alla Bufera uscito per Firenze University Press, nel 2012, esistono tre stesure precedenti la pubblicazione in rivista. La prima, conservata tramite la fotocopia del manoscritto, è datata «Sett. 1949», reca il titolo Acrostico da Ginevra ed è firmata «The Bear». Qui il verso incipitario è diverso dalla redazione definitiva e recita: «Mia fucsia, Volpe, anch’io fui il ‘poeta / Assassinato’ da te inconsapevole». Ma perché Montale chiama Volpe fucsia? Per capirlo, dobbiamo far riferimento alle lettere scambiate nel 1949, in cui Montale si rivolge alla Spaziani con l’appellativo fucsia, che allude a Volpe attraverso il tedesco Fuchs. In realtà, l’intenzione del poeta era quella di nascondere il nome dell’amata, come si evince da una missiva alla Spaziani in cui scrive: «Ti prego di non rivelare il segreto dell’acrostico»; questa intenzione è testimoniata dal fatto che, dalla prima stesura alla definitiva, le iniziali vengano occultate nel passaggio dalle lettere maiuscole a minuscole a inizio verso.

Tuttavia, lungi dall’essere entrata tra quelle canoniche de La bufera e altro, Montale riconosceva l’unicità della lirica, tanto da scrivere nel 1950: «Non credo esista (in Italia) una poesia erotica così sublimata, con simboli altrettanto spontanei e puri, ma carnali, non stilnovistici». Infatti la lirica è ricca di elementi che fanno riferimento a un nuovo tipo di amore, più sensuale, più carnale, rispetto a quello sublimato e intellettualistico con Irma Brandeis-Clizia.

Da un lago svizzero si divide in due strofe, di 10 e 8 versi, che corrispondono al nome (Maria Luisa) e cognome (Spaziani) della musa terrena. Nella prima il poeta si rivolge direttamente a Volpe definendosi un poeta assassinato; seguono poi immagini riconducibili alla grotta e alla tana, che ricorrono con frequenza anche nelle lettere scambiate con la Spaziani in quegli stessi anni. Nella seconda parte, dopo l’utilizzo di elementi legati al fuoco e al calore, si comprende finalmente che la situazione è un ricordo: sulla riva del lago svizzero l’io lirico è «straniero», ma si immerge nella fantasia amorosa, mentre un’anatra nera si alza in volo, incendiando il cielo con i suoi colori.

La poesia è difficile, dal momento che presuppone un lettore non solo a conoscenza di elementi biografici, ma anche capace di muoversi nella temperie culturale di riferimento e in grado di cogliere i modelli montaliani e i riferimenti letterari. Sono presenti infatti diversi echi a testi poco noti, che si presentano già ai vv. 1-2. Chi è infatti il poeta assassinato a cui si paragona Montale? Il riferimento è al testo di Guillaume Apollinaire Le Poète Assassiné (approfondisci qui), del 1916, in cui proprio un acrostico forma il nome dell’amata Marie.  La situazione narrata da Apollinaire è però in Montale rovesciata di segno: qui il poeta non viene assassinato dalla folla, come il protagonista Croniamantal nella novella dello scrittore francese, ma va incontro a una morte desiderata nell’amplesso amoroso. Alla scena erotica, consumata forse realmente in una grotta, alludono sia il falò della prima strofa sia, con maggior forza, le immagini riconducibili al calore e al rogo presenti nella seconda. L’acrostico è, d’altra parte, un omaggio all’autore dei Calligrammi, poesie grafiche in cui le parole vanno a formare un oggetto o un elemento. Ma Apollinaire è anche uno degli autori prediletti dalla Spaziani, che ricopriva, com’è noto, la cattedra di Letteratura francese all’Università di Messina.

Una poesia dei Calligrammi di Apollinaire.

Il lettore avveduto non potrà poi che riconoscere l’archetipo virgiliano alla base della situazione descritta nella prima strofa: le immagini della grotta e del falò riconducono infatti al IV libro dell’Eneide, più precisamente ai vv. 165-172; qui l’amore tra Didone ed Enea scoppia in una grotta (in latino spelunca) nella quale i protagonisti del passo si rifugiano a seguito di un temporale:

Speluncam Dido, dux et Troianus eandem

deveniunt, prima et Tellus, et pronuba Iuno

dant signum: fulsere ignes, et conscius aether

connubii, summoque ulularunt vertice Nymphae.

Ille dies primus leti, primusque malorum

causa fuit. Neque enim specie famaque movetur,

nec iam furtivum Dido meditatur amorem:

coniugium vocat: hoc praetexit nomine culpam.

Francesco Solimena, Enea e Didone, 1735.

Si possono cogliere somiglianze tra le due relazioni: Didone, unendosi con Enea, romperà la promessa al defunto marito Sicheo e verrà disonorata dai Cartaginesi, tanto da decidere, al termine del libro IV, di uccidersi e di lanciare una maledizione all’amante e al popolo romano; Montale, legato a Drusilla Tanzi, con istinti suicidi, cercherà sempre di tenere nascosta questa ennesima relazione adulterina, anche se il matrimonio con la Mosca verrà celebrato solo nel 1962.

La seconda parte della poesia si apre con una domanda: «Sei tu che brilli al buio?»; il barlume di speranza tenuto vivo si riempie con il «fireworm»-Volpe di contenuto. La donna non dissipa il «buio» (non è certo più pensabile un trionfo della piena luce), ma «brilla» in esso (cfr. commento di Romolini alla Bufera, p. 368). Interessante è il riferimento alla «pista arroventata», che ricorre frequentemente nelle lettere alla Spaziani, come in questa missiva scritta in inglese il 4 febbraio 1950: «I would like to die in the fired pista». Le immagini del fuoco indicano una passione bruciante, incapace di essere soffocata, ma che si comprende essere un ricordo: sulla riva del lago, il poeta è lontano (straniero), ma piomba con il pensiero nella fantasia amorosa, mentre un’anatra si alza in volo nel cielo rosso del tramonto.

La bufera e altro è, per la componente dantesca, costellata di animali (un catalogo esaustivo è nel bell’articolo di Vinicio Pacca pubblicato nel 2018 su «Soglie», dal titolo Per una tipologia del bestiario montaliano), ma qui compare un’anatra nera, volatile presente solo in questa terza raccolta e nel Quaderno di quattro anni; difficile dare un’interpretazione univoca dell’animale, ma vengono in aiuto i due versi finali, nel quale si scrive che «dal fondolago, fino al nuovo / incendio mi fa strada, per bruciarsi» (vv. 17-18). L’anatra quindi sparisce nel rosso del tramonto, bruciandosi e suggerendo al poeta il suo destino di passione fatale, quasi sacrificale. L’anatra è significativamente «nera» come la black lady e potrebbe costituire una versione ridotta, profana e nettamente abbassata di grado, rispetto all’araba fenice che si immola nel fuoco per rigenerarsi. Il mito è infatti un ipotesto attivo in più luoghi della Bufera, declinato in senso erotico nelle liriche per Volpe (il rimando più evidente è nel «fui nuovo e incenerito» di Luce d’inverno). Siamo insomma di fronte all’ennesimo emblema aviforme della raccolta, che, dopo le innumerevoli apparizioni piumate di Clizia e gli analoga più o meno lusinghieri del soggetto (ora «piccione», ora urogallo), riassume in sé l’identità della donna e quella del poeta.

Immagine reperibile all’url https://www.greenme.it/lifestyle/costume-e-societa/arabe-fenice-leggenda-resilienza/

Da un lago svizzero è quindi una lirica davvero enigmatica e ricca di elementi allusivi, che ci presenta un Montale nuovo rispetto a quello che siamo soliti conoscere sui libri di testo, ormai cristallizzato nella sequenza Non chiederci la parola -Meriggiare pallido e assorto-Spesso il male di vivere ho incontrato-La casa dei doganieri-La primavera hitleriana; soprattutto ci fa conoscere più che un poeta, un uomo, che brucia di una passione amorosa per una donna e che filtra questa esperienza amorosa attraverso il dato letterario. Ma, a latere dell’esercizio di interpretazione che vuole dimostrare gli echi dei classici e dei moderni, credo che valga di più la bellezza e la profondità dell’emistichio «Sei tu che brilli al buio?» in cui si condensa, a mio avviso, la luce che solo l’amore e la cultura possono portare in tempi sempre più bui.

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