Una riffa macabra: “I convitati di pietra” di Michele Mari

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«Vincolandosi a quel disegno, si erano messi nella condizione di non poter più pensare alla morte in sé, alla morte in assoluto, né tantomeno alla propria, con quanto di struggente e di drammatico e di alto questo pensiero comporta, ma solo alla morte in relazione agli altri, in un contesto relativo e agonistico che privava il fatal trapasso della sua terribile sublimità per farne una questione meschina e dispettosa, all’insegna di un flagrante e riprovevole cattivo gusto» (M. Mari, I convitati di pietra, Einaudi, Torino 2025, pp. 5-6).

Un piano scellerato

22 luglio 1975: i componenti dell’ex III A del Ginnasio-Liceo Giovanni Berchet di Milano si ritrovano, esattamente un anno e un giorno dopo la conclusione del loro esame di Maturità, per una cena di classe, durante la quale viene ideato un piano scellerato: tutti gli anni verrà organizzata, nella stessa data, una rimpatriata, durante la quale ognuno dei trenta ex compagni verserà una cifra in un fondo comune; il capitale verrà poi investito da Lorenzo Rivadeneyra, in modo da generare, nel corso dei decenni, un’autentica fortuna, che verrà divisa, infine, tra gli ultimi tre compagni che rimarranno in vita.

Un romanzo-referto medico

È questa l’idea geniale alla base dell’ultimo libro di Michele Mari, ex docente universitario alla Statale di Milano e narratore tra i più raffinati del panorama italiano contemporaneo, che abbandona, per una volta, la lingua iperletteraria e gaddiana di alcune sue opere (come Io venìa pien d’angoscia a rimirarti e Leggenda privata) per un romanzo godibilissimo, molto pop, in cui mescola i generi del giallo, del romanzo-saggio e del racconto distopico (dato che la riffa si prolunga fino al 2050). Un’opera di sicuro successo, capace di catturare anche le giovani generazioni, come attesta la vittoria al Premio Strega Giovani. Il numero contenuto di pagine (159), il lessico preciso, ma accessibile anche a lettori meno esperti, la trama lineare e senza grandi anacronie ne fanno una lettura destinata a un pubblico vasto e, potenzialmente, passibile di una futura riduzione cinematografica (la commedia all’italiana, d’altra parte, è una delle fonti dell’opera).

I convitati di pietra si articola in una sorta di Squid game in salsa meneghina, rivolto però agli amanti della lettura più che delle serie tv. Il ritmo narrativo veloce fa sì che ognuno di questi trenta personaggi, i cui nomi compaiono nella “pagina di registro” che precede l’inizio dell’opera, emerga davanti al lettore per il lasso di tempo di poche pagine, per poi sparire, in una competizione che mescola denaro e sangue.

Una corsa sfrenata che prevede accelerazioni e fermate, e in cui il narratore rendiconta, con scrupolo scientifico, morti, malattie di questi 30 protagonisti, come in questo passo:

Il 22 luglio 2026 Rivadeneyra, espletate le comunicazioni finanziarie, propose di aggiornare i dati sulle loro condizioni di salute, essendo passati sette anni dalla prima e ultima volta in cui l’avevano fatto. Questo, in ordine alfabetico, il quadro risultante:

Bathory: mastectomia.

Brancigalievore: diabete; prostatite.

Brodo: Parkinson.

Coppo: epilessia.

De Cruce: artrite reumatoide; isterectomia.

Gaudillo: disfunzione epatica; flebite; safenectomia.

Mascolo: gastrite cronica; asportazione di un linfonodo

[…]

Redatto l’elenco su un cartoncino (che fece il giro della tavola passando di mano in mano), ognuno confrontò la propria situazione con quella degli altri: non c’era molto di cui consolarsi, ma, certo, d’altra parte, nell’elenco non scritto, c’erano tredici morti, ancora due e la III A si sarebbe dimezzata, e il peggio doveva ancora venire. In fondo a quel peggio c’era un premio, ma a quel punto sarebbe importato qualcosa? (pp. 42-43).

Lo scenario de I convitati di pietra è quello della Milano da bere, degli affari, del boom economico, della vita frenetica, dei matrimoni di interesse, tanto che, a mio avviso, la città si configura come il trentunesimo personaggio in scena; su questo sfondo Mari proietta una varia umanità, una sorta di microcosmo sociale, che, in definitiva, non ha mai lasciato definitivamente quell’aula occupata nell’anno scolastico 1973-1974. Come si scrive nelle pagine conclusive riguardo agli ex compagni di classe: «così agglutinati in un unico verme sillabico non avevano più una loro individualità, non più destini diversi, nemmeno l’essere morti o l’essere vivi, erano tutti lì, insieme, erano la III A, qualunque cosa fosse successa erano sempre stati e sempre sarebbero stati la III A (p. 127).

Il “patto d’acciaio” stipulato nel 1975 prevedeva infatti che ogni anno si celebrasse, come in una liturgia, la cena nella stessa data del 22 luglio e che il nobile filantropo Rivadeneyra raccogliesse la quota, da investire e far fruttare; tuttavia, nel corso del tempo, questo rituale non mantiene nulla di religioso, ma si trasforma in una macabra ricorrenza in cui ogni compagno è invitato a confessare agli altri le proprie malattie, i referti medici, le operazioni chirurgiche subìte: insomma, a far ipotizzare agli ex compagni una speranza di vita e una quota sulla sua vittoria:

Ad arricchire o appesantire il quadro generale ci fu poi la vicenda delle scommesse. Pure in questo caso non è possibile risalire al primo che ebbe l’idea, anche se più di un indizio portava a Testaviva, noto frequentatore di ippodromi. Bocche cucite, sul meccanismo delle scommesse, anche se non ci vuole una grande immaginazione per supporre che dopo venti o trent’anni, in base agli stili di vita e all’aspetto fisico, prendesse forma quasi automaticamente un borsino di quotazioni stando al quale i grandi bevitori e fumatori fossero datati 1:2, e i salutisti qualcosa tra 1:8 e 1:10 (p. 8).

Assistiamo, quindi, nelle 150 e poco più pagine di cui si compone il romanzo, alla caduta, uno per uno, come birilli, dei 30 compagni di classe, tra suicidi improvvisi (quello di Marta Ruffolo, ingerendo una dose abnorme di barbiturici), assassini per legittima difesa, incidenti stradali dalle dinamiche misteriose, avvelenamenti.

Un personaggio memorabile: Brodo

Molte le vicende che rimangono impresse al lettore, come il tentativo di Brancigalievore (vero e proprio cognomen omen) di strangolare Rivadeneyra in Piazza Sempione, l’uccisione per legittima difesa della Rebaudengo per mano di Musadino, le perversioni di Brodo che, vittima di bullismo durante gli anni liceali, affetto in seguito da Parkinson, stipulerà alla fine un delirante contratto di servo-padrone con la Ricci, donna amata, venerata, ma mai toccata.

È questo, a mio avviso, uno dei personaggi più riusciti del romanzo, a cui Mari affida la trattazione del tema del corpo, uno dei fili rossi della sua produzione e centrale in Leggenda privata, che consiglio di recuperare. Come spiega Gilda Policastro nella sua recensione apparsa su «Le parole e le cose» (articolo qui).

È Brodo a regalarci due pagine da manuale sulla differenza tra il cinema da incasellare nelle esperienze artistiche e il porno che va invece addebitato alla vita e al suo prolungamento nell’immaginazione desiderante, con l’ovvia delusione connessa al declino dei corpi cui non fa seguito in congrua resa lo svigorirsi dell’impeto sessuale. Ma può valere per qualsiasi esperienza di incarnazione dell’oggetto agognato in una dimensione fattuale, tattile, e perciò stesso deludente.

Brodo è un personaggio, a mio avviso, quasi boccacciano, financo da Decameron pasoliniano, il più esilarante messo in scena da Mari; basti leggere, a titolo di esempio, le pagine in cui comunica all’ex compagna di classe Ricci di voler diventare il suo schiavo, stipulando un vero e proprio contratto!

L’accordo incominciava così:

Scrittura privata

fra la signora Lola Ricci, d’ora in avanti denominata

LA PADRONA

e il signor Luca Brodo, d’ora in avanti denominato

LO SCHIAVO

e formalizzava l’incondizionata disponibilità dello schiavo ad accontentare la padrona in qualsiasi sua richiesta, ordine o capriccio nei modi e nei tempi da lei stabiliti, senza la possibilità per lo schiavo di sciogliersi unilateralmente dall’impegno sottoscritto con il tale accordo, che si intendeva a tempo indeterminato. […] Un’altra clausola, voluta per correttezza dalla Ricci, escludeva la possibilità che il rapporto tra la padrona e lo schiavo interferisse negli sviluppi della competizione denominata LA RIFFA (pp. 98-99).

Immagine reperibile all’url: https://www.casadelcinema.it/en/event/il-decameron-di-pier-paolo-pasolini-1971-110-/

Un lieto fine inaspettato

Risulta interessante poi come Mari insceni, nelle ultime pagine del romanzo, dopo una serie di scommesse sulla morte dei compagni, tentativi di avvelenamento, odi e livori mai sopiti, il ricongiungimento dei tre superstiti ultranovantenni, che vengono accolti nella casa del nobile Rivadeneyra, creando una sorta di famiglia-classe, cambiando, alla fine, le regole del gioco e stabilendo che soltanto uno, l’ultimo superstite, possa godersi il patrimonio accumulato negli anni.

Sarà sfidante, per il lettore, scoprire il vincitore di questa riffa che ha giocato con la morte e, nel finale, è un po’ come si palesasse l’autore nel personaggio superstite, che decide di investire il denaro in un’impresa pachidermica, con annessa però riflessione filosofica. Un epilogo dolce per un romanzo amaro, che ci fa riflettere sui tipi umani che ci circondano, ma soprattutto sulla meschinità e sull’opportunismo di molte relazioni che caratterizzano il XXI secolo.

Una opinione su "Una riffa macabra: “I convitati di pietra” di Michele Mari"

  1. Su tuo consiglio ho letto questo romanzo di Michele Mari pochi giorni fa. Conoscevo già l’autore e ho apprezzato Euridice aveva un cane e Fantasmagonia. In questo caso capisco perché è arrivato in finale allo Strega, ma do un voto discreto a I Convitati di Pietra. Il suo stile è inconfondibile e non mi dispiace, però la trama si trascina fin troppo stancamente verso il finale. Come dici tu è una sorta di Squid Game o “fantamorto”, come ce ne sono tanti nei forum online… Poteva scegliere una classe meno numerosa e magari nomi meno altisonanti, al netto di questi aspetti, lo humor nero strappa più di un sorriso. Brodo è uno dei personaggi migliori, ma anche la Bathory con il suo tocco gotico inquieta non poco; il sub-plot che riguarda Gene Hackman è la cosa migliore del libro a mio vedere. Inutile sottolineare che la storia è uno specchio di com’è oggi l’Italia, Paese in forte stagnazione (anche morale), dove la rendita è glorificata e tutti parlano di calo delle nascite e di come gestire i boomer ormai ottuagenari.

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