Verso un canone femminile? Una proposta operativa

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Canone e scrittrici: le ragioni di un’esclusione

Elsa Morante, Natalia Ginzburg, Oriana Fallaci, Alda Merini, Dacia Maraini, Elena Ferrante: scrittrici che hanno segnato il XX e XXI secolo, lette da generazioni di italiani, veri e propri casi editoriali, ma quante di queste sono effettivamente studiate a scuola? Se si scorre l’indice dei volumi di letteratura italiana del triennio fatti, ormai, “con lo stampino”, la prima figura di donna scrittrice di cui si ha una traccia è probabilmente Gaspara Stampa e, mentre il manuale più adottato nelle scuole italiane dedica ancora un capitolo a Giosuè Carducci (!), inserisce un capolavoro come La Storia di Elsa Morante tra gli esiti novecenteschi del romanzo storico. Le donne scrittrici sembrano quindi scontare ancora una condizione kantiana di minorità che non le fa apprezzare, come se nelle redazioni delle case editrici vigesse ancora un non esplicitato maschilismo.

Fortunatamente il quadro sta cambiando, grazie a una serie di iniziative di divulgazione “dal basso”, spesso veicolate dai social, e la dimostrazione è il successo di un volume di letteratura italiana per il triennio dal titolo significativo di Controcanone, scritto da un giovane normalista che ha conseguito il dottorato all’Università di Toronto, Johnny Bertolio. Il testo edito da Loescher non ha la pretesa di sostituire i pesanti manuali di letteratura del triennio, quanto di fornire una sorta di “percorso alternativo” a quello “canonico”, dando spazio alle scrittrici e ad altri “esclusi” in ragione delle tematiche spesso non convenzionali o di una estraneità a quella che si definisce la normalità. Lo snello volume si caratterizza anche per l’aggiornamento alle nuove direttive ministeriali in materia di Esame di Stato, proponendo percorsi di scrittura e interdisciplinari molto interessanti, che intercettano anche gli Obiettivi di Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile. Raccontare la scrittura femminile è infatti uno strumento per raggiungere quella “gender equality” inserita nel Goal 5.

Il Prof. Bertolio è attivo nella formazione dei docenti e degli studenti su queste tematiche e così, senza farmi scoraggiare dalle scartoffie legate a un progetto, ho deciso di proporre nella scuola dove insegno da quest’anno, l’Istituto Fantoni di Clusone, un percorso dal titolo “Le autrici, queste sconosciute”, che è stato realizzato proprio nella mattinata del 25 novembre, Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Si è trattato di uno sforzo meritevole dell’impegno profuso, dato che ha offerto la possibilità di un affondo su scrittrici e testi solitamente esclusi dal canone ma che, per le loro doti artistiche e i temi che affrontano nelle loro opere, vanno presentate alle nuove generazioni.

Dal momento che le ore non si moltiplicano come i pani e i pesci nel Vangelo, cercheremo di vedere come “integrare” le scrittrici nella canonica programmazione “maschilista”, operando delle sostituzioni di opere che possono essere rimpiazzate da equivalenti composte da donne.

Sibilla Aleramo e la rottura della catena

Il primo cambio che propongo è quello del romanzo Il Piacere di d’Annunzio con Una donna di Sibilla Aleramo. La vicenda di Rina Faccio, vittima di violenza e di un “matrimonio riparatore” con un impiegato della fabbrica, Ulderico Pierangeli, può dare anche la possibilità al docente di riflettere, magari in collaborazione con il collega di Diritto o di Storia, su concetti quali il delitto d’onore e il matrimonio riparatore che, per decenni, hanno consegnato le donne nelle mani dei loro aguzzini e che verranno aboliti solo nel 1981! Rina Faccio ebbe però la forza, nonostante l’insorgente depressione e istinti suicidi, di “rompere la catena” che imponeva alle donne il sacrificio di sé come una dote ereditata di madre in figlia. La futura Sibilla Aleramo dimostrerà che, per onorare la vita, non è necessario abdicare a se stesse; nel febbraio del 1902, abbandonati il marito e il figlio, intreccia una relazione con il poeta Giovanni Cena, direttore della «Nuova Antologia», per cui inizia a collaborare sotto pseudonimo. Sarà proprio il nuovo compagno a suggerirle il nome “Sibilla”, che Rina adotta aggiungendo il cognome Aleramo come richiamo alle proprie origini piemontesi. Come si evidenzia nella voce dell’Enciclopedia Treccani, a cura di Lucia Strappini, «L’originalità [di Una donna] sta nell’aver saputo l’autrice rendere con efficacia, in modo asciutto ed essenziale, il percorso sentimentale ed intellettuale, difficile e tormentato, compiuto dalla protagonista per liberarsi da un giogo di umiliazione e di sopraffazione. Sibilla racconta in prima persona, mette a nudo fatti, paure e si abbandona a riflessioni profonde e personali, segnando un approccio inedito teso tra scandalo e acclamazione. Via via prende le distanze dal “viver cauto” tipico delle intellettuali femminili coeve, perseguendo l’azione attraverso la parola scritta».

La prosa dell’Aleramo stupisce per la chiarezza e la raffinatezza, ma soprattutto perché ci sembra di leggere una nostra contemporanea, che si pone domande su problemi concreti, cercando di analizzare le ragioni della minorità della condizione femminile; si legga, a titolo di esempio, questo passo tratto dal capitolo XVII e analizzato nella conferenza col Prof. Bertolio:

Un’altra contraddizione, tutta italiana, era il sentimento quasi mistico che gli uomini hanno verso la propria madre, mentre così poco stimano tutte le altre donne. […] Perché nella maternità adoriamo il sacrifizio? Donde è scesa a noi questa inumana idea dell’immolazione materna? Di madre in figlia, da secoli, si tramanda il servaggio. È una mostruosa catena. Tutte abbiamo, a un certo punto della vita, la coscienza di quel che fece pel nostro bene chi ci generò; e con la coscienza il rimorso di non aver compensato adeguatamente l’olocausto della persona diletta. Allora riversiamo sui nostri figli quanto non demmo alle madri, rinnegando noi stesse e offrendo un nuovo esempio di mortificazione, di annientamento. Se una buona volta la fatale catena si spezzasse, e una madre non sopprimesse in sé la donna, e un figlio apprendesse dalla vita di lei un esempio di dignità?

Se si volesse allargare e approfondire, anche in ragione della risposta della classe, la figura dell’Aleramo, si potrebbe collegare la sua vicenda all’unico poeta maledetto italiano, pure lui escluso dal canone, quel Dino Campana con cui ebbe una relazione burrascosa (sorta di amore tossico ante-litteram) tra il 1916 e 1918, terminata con l’internamento in manicomio del giovane; sulla vicenda è uscito nel 2002 un bel film con Stefano Accorsi e Laura Morante, intitolato Un viaggio chiamato amore, disponibile su Raiplay e che si può proporre come affondo su un poeta poco (o per nulla) letto per le tematiche a volte scandalose (qui trovate il componimento A una troia dagli occhi ferrigni recitato da Carmelo Bene).

Natalia Ginzburg e Alba de Céspedes: un confronto sul “pozzo”

Il secondo innesto femminile che proporrei nel percorso di apprendimento di classe quinta è sicuramente quello di Natalia Ginzburg, nata Levi, la cui prosa, scarna ed essenziale, consente di essere letta agevolmente anche dagli studenti come compito domestico in vista della rinegoziazione in classe; sulle Piccole virtù ho già scritto su questi schermi (recupera l’articolo qui), ma credo che la sua trattazione possa essere svincolata dal percorso cronologico e inserirsi nel più vasto panorama dell’evoluzione della prosa nel secondo dopoguerra. Selezionerei, per un percorso in classe, l’articolo Il mio mestiere che, oltre a essere accessibile per la limpidezza della prosa (è addirittura usato come testo per la comprensione in alunni che studiano italiano come L2), può innescare fruttuose riflessioni per alcuni passaggi in cui la Ginzburg prende posizioni interessanti e anticonvenzionali sulla sua professione: «L’ironia e la malvagità mi parevano armi molto importanti nelle mie mani; mi pareva che mi servissero a scrivere come un uomo, perché allora desideravo terribilmente di scrivere come un uomo, avevo orrore che si capisse che ero una donna dalle cose che scrivevo. Facevo quasi sempre personaggi uomini, perché fossero il più possibile lontani e distaccati da me» (N. Ginzburg, Il mio mestiere, in Id., Le piccole virtù. Edizione a cura di D. Scarpa, Einaudi, Torino 2015, p. 63).

Immagine reperibile all’URL https://www.doppiozero.com/natalia-ginzburg-e-lo-specchio-della-scrittura

Natalia Ginzburg riflette sul suo “mestiere”, ovvero quello di “scrittore” (non scrittrice) e sulla condizione delle donne, tanto che annota: «Adesso [dopo la nascita dei figli n.d.r.] non desideravo più tanto di scrivere come un uomo, perché avevo avuto i bambini, e mi pareva di sapere tante cose riguardo al sugo di pomodoro e anche se non le mettevo nel racconto pure serviva al mio mestiere che io le sapessi: in un modo misterioso e remoto anche questo serviva al mio mestiere» (Ivi, p. 65). Queste riflessioni conducono a un famoso scambio epistolare con Alba de Céspedes, il Discorso sulle donne (recuperalo qui) che, negli intenti iniziali, doveva confluire ne Le piccole virtù. L’articolo uscì nel 1948 sulla rivista letteraria «Mercurio» diretta dall’ex partigiana che si faceva chiamare Clorinda, ed è famoso per la metafora del pozzo a rappresentare la condizione femminile. Sentiamo le parole della Ginzburg: «Le donne hanno la cattiva abitudine di cascare ogni tanto in un pozzo, di lasciarsi prendere da una tremenda malinconia e affogarci dentro, e annaspare per tornare a galla: questo è il vero guaio delle donne», che continua «Ho conosciuto moltissime donne, e adesso sono certa di trovare in loro dopo un poco qualcosa che è degno di commiserazione, un guaio tenuto più o meno segreto, più o meno grosso: la tendenza a cascare nel pozzo e trovarci una possibilità di sofferenza sconfinata che gli uomini non conoscono forse perché sono più forti di salute o più in gamba a dimenticare se stessi e a identificarsi con lavoro che fanno, più sicuri di sé e più padroni del proprio corpo e della propria vita e più liberi» (N. Ginzburg, «Tuttestorie», 6-7 dicembre 1992).

A questo discorso, che definiva nel finale le donne «come stirpe disgraziata e infelice con tanti secoli di schiavitù», replica in modo piccato De Céspedes:

Ti dirò che nel pubblicare il tuo “discorso” ho dovuto vincere un senso istintivo di pudore: lo stesso, certo, che tu avrai dovuto vincere nello scriverlo. Poiché anch’io, come tutte le donne, ho grande e antica pratica di pozzi: mi accade spesso di cadervi e vi cado proprio di schianto, appunto perché tutti credono che io sia una donna forte e io stessa, quando sono fuori dal pozzo, lo credo. […] Ma – al contrario di te- io credo che questi pozzi siano la nostra forza. Poiché ogni volta che cadiamo in un pozzo noi scendiamo alle più profonde radici del nostro essere umano, e nel riaffiorare portiamo in noi esperienze tali che ci permettono tutto quello che gli uomini – i quali non cadono mai nel pozzo- non comprenderanno mai. [. ..].Ma volevo dirti che, a parer mio, le donne sono esseri liberi. E, tra l’altro, volontariamente accettano di essere spinte nel pozzo; delle sofferenze che esse patiscono nel pozzo vorrei parlarti a lungo, perché tutte le sofferenze sono nella vita delle donne; ma allora, per essere perfettamente onesta, dovrei anche parlarti di tutte le gioie che esse trovano in loro.
E di questo non posso parlarti oggi perché mi trovo – come spesso- nel pozzo.

Credo che leggere uno scambio tra due intellettuali così profondo e attuale non possa che essere un argomento per introdurre le scrittrici nel canone scolastico, senza dover addurre ulteriori aggiunte.

Elsa Morante: una scrittura destabilizzante

Come terzo “innesto” non posso che proporre La Storia di Elsa Morante, magari selezionando un anno, il 1945, e sostituendo la trattazione di un altro romanzo sul tema della Resistenza e della Shoah (penso a Uomini e no di Elio Vittorini o al Calvino del Sentiero dei nidi di ragno) con delle pagine selezionate della scrittrice romana. La storia di Ida Ramundo, maestra elementare di origine ebrea, non può che toccare i cuori degli studenti, ma mi rendo conto che si tratta di una lettura più da adulti che da adolescenti. Posto che, a mio avviso, il pezzo forte del romanzo è la narrazione dello stupro delle pagine iniziali e che il finale, con il protagonismo di Davide, rende la trama meno avvincente e “a portata di studente”, almeno fino al colpo finale della morte di Useppe, selezionerei in lettura anche domestica quei passi in cui la Morante descrive la psicologia di Ida, i suoi traumi mai risolti e le difficoltà quotidiane che affronta nel contesto della seconda guerra mondiale e nel rapporto con Nino, quello che Cesare Garboli definisce nella sua introduzione «un Achille impaziente di crescere».

Il brano dello stupro di Ida è, a mio avviso, uno dei passi più icastici della letteratura italiana, con un’alternarsi di focalizzazioni e, soprattutto, la sovrapposizione tra la violenza subita, il godimento del nazista e la crisi epilettica della donna, del tutto inconsapevole dell’abuso subito. Con la classe si può far lavorare sull’uso delle metafore animali; Gunther è sia predatore, sia preda, gattino e tigre, mentre la donna è un disperato migratore asiatico. Ida, priva di coscienza a causa della crisi epilettica, non si rende conto di cosa accade, Gunther è un incerto predatore e in questo passo empatia e straniamento si fondono. Si tratta di un testo che Emanuele Zinato definirebbe indocile, difficile da ricondurre a categorie fisse, ma che forse per la difficoltà di immedesimazione può aiutare la comunità ermeneutica a produrre interpretazioni diverse. Si può selezionare con la classe un brano come questo che riporto e lavorare sul conflitto delle interpretazioni perché qui la violenza è sfumata:

E senza neanche togliersi la cintura della divisa, incurante che costei fosse una vecchia, si buttò sopra di lei, rovesciandole quel divanoletto arruffato e la violentò con tanta rabbia, come se volesse assassinarla. La sentiva dibattersi orribilmente, ma, inconsapevole della sua malattia, credeva che lei gli lottasse contro, e tanto più s’accaniva per questo, proprio alla maniera della soldataglia ubriaca. Essa in realtà era uscita di coscienza, in una assenza temporanea da lui stesso e dalle circostanze, ma lui non se ne avvide. E tanto era carico di tensioni severe e represse che, nel momento dell’orgasmo, gettò in grande urlo sopra di lei […]. «Carina carina», prese a dirle (era la quarta e ultima parola che aveva imparato). E insieme cominciò a baciarla, con piccoli baci pieni di dolcezza, sulla faccia trasognata che pareva guardarlo e seguitava a sorridergli con una specie di gratitudine. Essa intanto rinveniva piano piano, abbandonata sotto di lui. E nello stato di rilassamento e di quiete che sempre le interveniva tra l’attacco e la coscienza, lo sentì che di nuovo penetrava dentro di lei, però stavolta lentamente, con un moto struggente e possessivo, come se fossero già parenti, e avvezzi l’uno all’altra. (E. Morante, La Storia. Introduzione di C. Garboli, Einaudi, Torino 2014, pp. 69-70).

Ai fini dell’analisi del romanzo in classe, proporrei anche, come ha fatto il Prof. Bertolio nell’incontro del febbraio 2023 al Liceo Battisti di Lovere, il paragrafo 2 del capitolo 1945, che contiene il ritorno da Auschwitz di deportati e deportate dopo la prigionia del campo di sterminio; dei 1000 partiti, ritornarono a casa in pochissimi, accolti in modo freddo:

Per il loro peso irrisorio e il loro strano aspetto, la gente li riguardava come fossero scherzi di natura. Anche quelli di statura alta, sembravano piccoli, e camminavano piegati, con un passo lungo e meccanico, come fantocci. Al posto delle guance, tenevano due buchi, molti di loro non avevano quasi più denti e, sulle teste rase, da poco aveva preso a crescergli una peluria piumosa, simile a quella delle creature. Gli orecchi sporgevano dalle loro teste macilente, e nei loro occhi infossati, neri o marrone, non parevano rispecchiarsi le immagini presenti d’intorno, ma una qualche ridda di figure allucinatorie, come una lanterna magica di forme assurde girante in perpetuo. È curioso come certi occhi serbino visibilmente l’ombra di chi sa quali immagini, già impresse, chi sa quando e dove, nella rètina, a modo di una scrittura incancellabile che gli altri non sanno leggere – e spesso non vogliono. Quest’ultimo era il caso per i giudìi. Presto essi impararono che nessuno voleva ascoltare i loro racconti: c’era chi se ne distraeva fin dal principio, e chi li interrompeva prontamente con un pretesto, o chi addirittura li scansava ridacchiando, quasi a dirgli: «Fratello, ti compatisco, ma in questo momento ho altro da fare».

Il brano spicca per la grande capacità della Morante di descrivere lo stravolgimento dell’essere umano ridotto ad animale, lontana dal metodo scientifico del contemporaneo Primo Levi. Tuttavia il passo tratto dalla Storia si presta a un’attualizzazione fortissima, tanto per la guerra nella Striscia di Gaza, quanto per la preoccupazione espressa più volte da Liliana Segre che la Shoah, il capitolo più vergognoso della storia del Novecento, venga ridotto, in futuro, a qualche riga nei libri di testo e la sua memoria sempre più labile, anche per la progressiva morte dei testimoni. Recente è la sua testimonianza a riguardo, apparsa su La Stampa (articolo qui): «Sono molto pessimista per il futuro, perché la storia cambia, le persone muoiono, ormai di sopravvissuti come me ce ne sono credo meno delle dita di una mano. Penso che possa accadere come è stato per altre tragedie storiche, come quella degli armeni, una storia dimenticata. E se è successo agli armeni può succedere a chiunque e allora i morti saranno morti invano. Questo pessimismo a volte mi travolge, ma una giornata come questa con questi nipoti ideali qui davanti a me mi fa sperare che con un passo davanti all’altro la marcia della morte invece diventi la marcia della vita».

Donna è meglio? Un bilancio senza pregiudizi

Arrivati alla fine di questo articolo e dopo aver apprezzato la grande capacità di scrittura, le tematiche oggettivamente più attrattive del Piacere (ma anche, aggiungo di un Mastro-don Gesualdo e di un Calvino), l’abilità nello scavo delle scrittrici, mi viene da fare una riflessione: uno scrittore e una scrittrice deve essere letto a scuola per le domande di senso che pone, per l’attualità del suo pensiero, per il ruolo che ha avuto nella creazione della coscienza letteraria italiana. Però, come sempre, ci si scontra con la manualistica che, dovendo vendere e andare incontro alla categoria degli insegnanti (tra le professioni più restie al cambiamento), tende a perpetuare scelte maschiliste e basate sul canone stabilito tra il 1870 e 1871 nella Storia della letteratura italiana di Francesco De Sanctis. Le scrittrici, per usare la metafora dello scambio Ginzburg-de Céspedes, devono però essere fatte risalire da questo pozzo in cui la critica letteraria e la manualistica le ha fatte sprofondare. Prendiamo una corda e facciamo emergere, per portare in classe Ginzburg, Morante, Aleramo, ma potrei continuare con Anna Banti, Alda Merini e la “Volpe” montaliana, Maria Luisa Spaziani. Si tratterà di esperienze stimolanti per gli studenti, ma anche per noi insegnanti, che dovremmo ricordarci di essere sempre ricercatori della nostra materia e non burocrati imbrattacarte.

3 pensieri riguardo “Verso un canone femminile? Una proposta operativa

  1. Sta facendo parlare di sé il controcanone di Bertolio, diverse colleghe ne stanno parlando dopo la pubblicazione del manuale alternativo. Ovviamente ha un senso, come dici tu, se intenso come strumento integrativo al manuale canonico.
    Il percorso che hai proposto è interessante, Sibilla Aleramo, Natalia Ginzburg ed Elsa Morante sono grandi scrittrici, manca all’appello Anna Maria Ortese (ma so che rimedierai).
    Il passo del pozzo si ricollega al concetto psicologico di Hörigkeit e mi è piaciuto come hai ripreso a metafora nel finale dell’articolo.
    Qualche anno fa per un percorso di educazione civica in seconda liceo proposi un percorso che andava da Saffo e arrivava alle poetesse contemporanee Patrizia Cavalli e Chandra Livia Candiani; ne ho in ricordo tutto sommato positivo anche per i feedback delle mie studentesse.
    Secondo me, comunque, la figura femminile è onnipervasiva nella letteratura, ogni poeta ha una sua musa (consiglio l’ultimo discreto libro di Serena Dandini “La vendetta delle muse”).
    Lo stesso problema si pone nelle altre discipline, ad esempio in filosofia (Hannah Arendt e Simone Weil bastano da sole?), mentre in Scienze Umane c’è da dire che la tematica viene affrontata e in modo stimolante.
    Chiudo con una frase del saggio “Vere presenze” di George Steiner: “Sarà forse che le donne «seppelliscono i loro pensieri maturi nel loro cervello / Facendo tomba del grembo in cui sono nati»?”

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