Tempo di lettura stimato: 12 minuti
Attraverso il Decreto Ministeriale 13/2026 e relativi allegati, il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha reso note, il 30 gennaio scorso, le materie oggetto dell’Esame di Maturità: tra lo sconcerto di chi ha iniziato a stracciarsi le vesti per “assenze” come quelle (tanto per citarne tre) di greco al liceo classico, fisica allo scientifico e della terza lingua straniera al linguistico, è passato sottotraccia il fatto che la lingua e cultura latina sia rimasta, tra le materie all’Esame, peraltro come disciplina oggetto di seconda prova scritta, al solo liceo classico. Questo appunto, fattomi notare da un collega di ruolo in un prestigioso liceo classico romano, ha innescato in me una serie di riflessioni sulle sorti della lingua di Cicerone nei due indirizzi che ancora la mantengono al triennio, ovvero lo Scientifico e le Scienze umane ordinamentali (sempre più erosi, in verità, dalle loro opzioni: Scienze applicate ed Economico-sociale). In linea teorica, il latino avrebbe potuto essere materia esaminata all’orale, ma la riduzione a 4 dei commissari (ben descritta qui) ha ovviamente provocato tagli anche nelle materie, considerata l’impossibilità di esaminare i candidati, come avveniva in passato, in tutte le discipline di cui i commissari possedessero l’abilitazione.
Io stesso, con una terza scientifico ordinamentale, sono impegnato nel difficile agone di dare senso all’insegnamento del latino e mi proietto già al quinto anno e alle difficoltà che, in caso di “assenza” (più che probabile) alla Maturità, dovrò affrontare nel motivare allo studio di una disciplina che, benché con un monte-ore di 3 ore settimanali, è percepita come faticosa e, spesso, inutile. Nel vortice delle STEM e, in generale, nella tendenza, diffusa a tutte le latitudini e in tutte le scuole, a decurtare sempre di più il tempo-scuola da dedicare alle discipline, la lingua latina è una di quelle che subisce maggiormente questi tagli. Lo so che i fanatici del metodo Ørberg sostengono che “affibbiare” all’apprendimento del latino termini come “fatica”, “sacrificio” e “impegno” sia demotivante, ma è innegabile che l’acquisizione di lessico specifico, strutture linguistiche e di una “grammatica” rigorosa richiedono tempo, in classe e (horribile auditu) anche a casa. Se si vuole arrivare all’obiettivo primario dello studio del latino, ovvero leggere in originale testi che hanno fondato la civiltà occidentale, serve un impegno orario di un certo spessore.
Una disciplina-concentrato e il problema manuali
La percezione, da docente che insegna latino da tre anni in un liceo scientifico, è che il decurtamento delle ore al biennio sia risultato letale per la materia; lo so, 3 ore a settimana non sono poche, specie se paragonate alle 2 di Scienze naturali, materia di indirizzo, tuttavia, pur riuscendo a terminare, magnis itineribus, gli argomenti di grammatica entro il trimestre della terza, la sensazione è che non si riesca a far interiorizzare tanto il lessico, quanto i costrutti grammaticali. Servirebbe, infatti, un monte-ore da dedicare in classe all’approfondimento lessicale (come suggerisce Maria Pace-Pieri nel volume La didattica del latino), al laboratorio di analisi e traduzione, ma la realtà è di una marcia forzata per concludere “il programma” di grammatica, per buttarsi poi sulla letteratura. Se consideriamo lo Scientifico pre-riforma Gelmini, erano presenti 9 ore settimanali al biennio (4 in prima +5 in seconda), di contro alle 6 attuali: un taglio certamente notevole.

I manuali, d’altra parte, non aiutano, anche perché la loro impostazione è a mio avviso ancora “tarata” su 4 ore settimanali, più che su 3. Prendiamo, per esempio, il famoso Tantucci, ora nella sua versione mostruosa intitolata Quae manent, ennesimo rimaneggiamento che non cambia molto rispetto a un libro degli anni Novanta. Il volume 1, forse per abituare già al triennio e al futuro studio di testi non adattati, presenta sin da subito frasi d’autore, senza “far acclimatare” i poveri discenti con frasi semplificate o che riescano a mettere a proprio agio lo studente.

La percezione, mia e loro, è quindi di una fatica immane, di una mancata gratificazione nell’approccio con la disciplina; prova lampante è il fatto che anche a studenti eccellenti nelle discipline d’indirizzo (matematica, fisica, scienze) manchi “qualcosa”, soprattutto per quanto riguarda il lessico, ma anche l’apprendimento delle strutture della lingua, che si possono acquisire solo con un esercizio costante, approfondito e un’attività laboratoriale in classe.
Quale letteratura?
Che questi libri di grammatica non funzionino lo dimostra anche il fatto che si termini il volume 1 a fine seconda e si arrivi in terza con un bel “mattone” di argomenti da sviluppare sul volume 2: verbi deponenti, gerundio e gerundivo, perifrastica passiva, periodi ipotetici, costruzioni di videor sono dei contenuti grammaticali imprescindibili se si vuole leggere la prosa degli autori con un po’ di contezza. Io stesso, pur non perdendo tempo (tempus fugit) e con classi medio-piccole, non riesco mai a terminare la grammatica in seconda.
Nella mia ridotta esperienza di insegnamento di latino al triennio, non credo poi che la lingua e la cultura latina possano essere disgiunte e mi fa sorridere quando vedo nelle valutazioni un 3 in grammatica che si compensa con un 9 in letteratura: non siamo all’Università, nessuno richiede la traduzione a vista di un passo latino di Tacito, ma ritengo che studiare letteratura latina per lo più in italiano (come si fa al Liceo delle Scienze Umane con sole due ore a settimana nel triennio) equivalga a svilire tutto il percorso grammaticale del biennio.
È innegabile che autori come Plauto e Terenzio presentino un latino ostico anche per il docente e che quindi il loro studio vada proposto per lo più attraverso brani in traduzione, ma ritengo che da Catullo in poi, e quindi attraverso la prosa di Cesare, Sallustio e Cicerone si possa (anzi, si debba) mantenere ancora una buona percentuale di testi in lingua originale. I libri di testo, com’è noto, presentano un fittissimo apparato di note tali da far sì che raramente non si dia la traduzione di un singolo termine o espressione; ne consegue che, per mantenere allenata la lingua, si può chiedere alla classe di avvalersi di tali strumenti.

Così, a mio avviso, dopo la trattazione del periodo ipotetico indipendente, è opportuno evitare di rincorrere le spiegazioni azzeccaburgliesche di videor, dei verbi assolutamente impersonali e di tutta la sintassi dei casi spiegata nel dettaglio; più funzionale è, forse, scegliere un libro del De bello gallico e del De bello civili, con testo a fronte, da leggere e analizzare insieme, per mantenere l’esercizio grammaticale e potenziare il lessico; anche la lettura su due mesi di un’opera come il De amicitia di Cicerone, a mio avviso più gradevole per un adolescente di un commentarius cesariano, può essere interessante in un indirizzo come il Liceo delle Scienze Umane.
Affrontare autori e opere con equilibrio, con taglio interdisciplinare
Nell’esperienza dello scorso anno al Liceo Scientifico “Lorenzo Mascheroni” di Bergamo (ne parlavo qui) ho avuto l’opportunità di esaminare studenti mediamente di ottimo livello e con una preparazione, anche nella lingua classica, molto solida. Credo che tale risultato sia riconducibile, oltre all’ottimo “materiale umano” a disposizione, alla capacità delle docenti di affrontare un itinerario di apprendimento di lingua e cultura latina che non si esauriva, come spesso avviene, nella tiritera degli autori in ordine cronologico, ma che si intrecciava a delle tematiche ben precise.
Scorrendo infatti gli autori e i testi analizzati nel percorso di apprendimento di classe quinta, ho notato che questi venivano quasi tutti inseriti in moduli interdisciplinari che collegavano la classicità al mondo moderno; e così Petronio, Tacito, Giovenale, Sant’Agostino, Seneca erano affrontati con un taglio “nuovo”, dando loro nuova linfa e vigore, evitando l’enciclopedismo, ma selezionando, nella mole degli scritti presenti sull’antologia, quelli che potevano essere interessanti per agganci interdisciplinari.
Nel Documento del 15 maggio, venivano infatti esplicitati percorsi come Intellettuali e potere, Salute e malattia, Tempo e memoria, Rapporto tra uomo e natura, che venivano approfonditi anche in latino, attraverso la lettura e l’analisi di opere significative, spesso con un taglio di Educazione Civica. Credo che questo sia uno dei modi, anzi, forse il modo più interessante, per trattare la lingua e cultura latina nel quarto e quinto anno, perché consente di lavorare parallelamente anche in italiano e, in un mondo ideale, anche con i colleghi del consiglio di classe.

Va da sé che, a mio avviso, nei Licei Scientifici e delle Scienze Umane, si dovrebbe cercare, quando possibile, di “curvare” la disciplina all’indirizzo, promuovendo anche la lettura di opere con testo a fronte come, per esempio, le Naturales Quaestiones di Seneca allo Scientifico o l’Institutio oratoria di Quintiliano alle Scienze Umane. Valide anche per i licei classici sono le indicazioni delle colleghe del Liceo Mascheroni che, pur scoprendo (come faccio io, s’intende) l’acqua calda, rappresentano un tentativo di introdurre percorsi tematici nello svolgimento di “programmi” che a volte sembrano fatti con lo stampino.
Questo vuol dire, a mio avviso, fare meno, ma fare meglio, una sorta di “mantra” che dovrebbe caratterizzare il nostro agire didattico: evitare, almeno nell’itinerario di apprendimento di latino, l’elenco della spesa ma, dopo un’introduzione generale alla biografia, alle opere e ai temi di un autore, progettare subito un elenco di letture significative, che possano anche istituire delle proficue connessioni anzitutto con la letteratura italiana (sperando in una cattedra congiunta), ma anche con storia, filosofia e, perché no, le discipline scientifiche e antropologico-pedagogiche.
Venendo, per fare un esempio, al rapporto tra intellettuali e potere, si possono far dialogare sicuramente il Seneca del De clementia con il Tacito degli Annales (si veda questa interessante proposta di Rizzoli qui con testi pronti all’uso), prevedendo un salto nel Novecento con l’approfondimento della condizione degli scrittori nell’epoca dei Totalitarismi, attraverso opere come il Manifesto degli intellettuali antifascisti di Croce, i Quaderni dal carcere di Gramsci, ma anche mediante brani in inglese da Orwell e, ovviamente, dal capolavoro di Hannah Arendt Le origini del totalitarismo.

Verificare la lingua senza mortificare
Negli anni universitari, mi è capitano di offrire lezioni private a uno studente del triennio del Liceo Scientifico in difficoltà con la traduzione; in classe l’insegnante spiegava (molto bene) gli autori e ne commentava i brani antologizzati, ma non era prevista nessuna attività laboratoriale di traduzione e analisi del testo, che lo studente svolgeva, quindi, con me, al pomeriggio.
Le verifiche si risolvevano in una ingiallita fotocopia di un brano latino sul cui margine superiore, a penna, erano apposte le parole: “Fai l’analisi del periodo e traduci sul foglio di protocollo”; i brani, spesso d’autore, in sé non erano impossibili, ma credo che verificare il latino con la sola traduzione sia una pratica inadeguata, oltre che didatticamente discutibile. Nelle lezioni di didattica del latino durante il TFA, la docente ci diceva sempre che le competenze traduttive toccano il loro apice a fine seconda, per poi gradualmente scemare per il minor esercizio, dovuto all’introduzione della parte letteraria: verificare quindi al triennio la “lingua e cultura latina” solo attraverso una tipologia di prova (la traduzione latino-italiano) tipica del biennio (…) in cui si fa solo grammatica e riflessione linguistica, mi sembra un accanimento verso gli studenti (e verso noi docenti, impegnati poi in recuperi dei recuperi).
Nel corrente anno scolastico, invece, iniziando ad affrontare il percorso letterario e Terenzio, ho deciso di proporre una verifica di latino in cui l’analisi e comprensione del testo si legassero a contenuti letterari, ma senza perdere di vista la lingua; nonostante il prologo degli Adelphoe (vedi foto sotto) sia stato presentato con la traduzione a fronte, le domande presupponevano uno studente capace di muoversi nel testo latino, dato che venivano presentati quesiti sul lessico, su determinati costrutti e scelte traduttive. La verifica è stata valutata usando la griglia della tipologia A della prima prova, ovvero l’analisi e interpretazione di un testo letterario, allenando, tanto il latino quanto l’italiano.

Un’altra tipologia di prova di verifica del triennio molto produttiva potrebbe riguardare, per esempio, la traduzione d’autore, altro campo che, a mio avviso, può valorizzare il latino nel curriculum studiorum e potenziare anche l’educazione linguistica nella madrelingua. Si può presentare, a titolo di esempio e per la classe terza, il carme 1 del Liber Catullianus nelle diverse traduzioni di Quasimodo, Ramous, Mandruzzato, Della Corte (reperibili qui) e presentare un questionario che interroghi gli studenti sulle scelte traduttive, sulla resa di particolari parole, sul metro usato dai traduttori.

Una prova del genere, ovviamente, deve essere preparata adeguatamente in classe, attraverso analoghi confronti di traduzioni (presenti ormai in tutti i manuali di un certo spessore, se penso, per esempio al carme Odi et amo), ma credo che, liberi dalla coercizione di produrre loro stessi una traduzione nuda e cruda e potendosi interrogare su quelle altrui, gli studenti possano trovare gratificante il contatto col testo classico e interrogarsi sul suo valore.

Il latino presidio di una scuola di qualità
Insegnare latino in indirizzi che non siano il classico, in cui la seconda prova dell’Esame di Maturità presuppone una didattica più mirata e centrata sulla traduzione, implica la messa in campo di strategie volte a preservare la dignità della disciplina, a “curvarla” all’indirizzo in cui si insegna, ma soprattutto a preservarla dallo scadimento e dal disinteresse. Si tratta di operazioni, lo ammetto, tutt’altro che facili, ma necessarie perché, a mio avviso, un indirizzo con all’interno la lingua latina per l’intero arco del triennio è un indirizzo di qualità. Il latino rappresenta una grande palestra di lingua e di idee e credo che chi non ha vissuto l’esperienza del suo apprendimento o insegnamento non possa capire appieno questa riflessione.
Ogni ora in classe è sicuramente una sfida, ma una lingua antica presuppone, per restare in vita, di metodi moderni, ma soprattutto di menti moderne, che mettano in campo, prima di ogni azione didattica, una riflessione preliminare sugli obiettivi disciplinari da raggiungere; da docente, disapprovo, quindi, parimenti, tanto una didattica stantìa, ingessata, quanto una ipertecnologica, in cui il latino è piegato all’AI, alla gamification, in cui Virgilio, come ho visto in alcuni webinar, parla perfettamente latino su sfondi creati con ChatGpt.
Il latino e gli autori, per usare una similitudine che uso spesso, sono come una voce che è sempre più fioca, un po’ come Virgilio nel canto I dell’Inferno: sta a noi fare in modo che non siano snobbati, dimenticati, ma che possano guidarci, un po’ come il poeta mantovano, nel presente e nelle sfide che la società ci pone. Sono certo che le loro parole, anche (e soprattutto) lette in lingua originale, possano avere ancora molto significato per noi.
Riflessione che vede giusto, ormai il latino sta sparendo sempre più dal liceo. Ricordo che, quando frequentavo lo scientifico, al biennio il monteore dedicato alla disciplina praticamente era come quello del classico e si arrivava in terza con una preparazione solida. Oggi, come dici tu, viviamo il dilemma della traduzione dei passi letterari proposti. Alle Scienze Umane non riesco a leggere in latino, gli studenti non capirebbero granché (per loro stessa ammissione), mi limito a qualche citazione famosa e prendo spunto per collegamenti interdisciplinari come quelli che tu ricordi del Mascheroni. Il latino si presta moltissimo a queto tipo di didattica, ad esempio alla fine della terza si può affrontare Sallustio e confrontarlo con Machiavelli e anche con il programma di storia. In questi giorni ho iniziato Livio e la storia dell’arte viene in aiuto… In quinta c’è la Germania di Tacito, ma in generale aiuta la mitologia e la filosofia (Epicureismo e Stoicismo).
Per introdurre Plauto mostro sempre il film Dolci vizi al foro, mentre sul fronte grammaticale periodo ipotetico e oratio obliqua sono da escludere a prescindere, troppo complessi.
Circa la valutazione anch’io penso che la mera versione sia ormai una modalità datata, meglio verifiche semi-strutturate come quella che hai allegato.
All’esame di maturità non è detto che tutti snobbino il latino, uno studente saggio può sempre fare un riferimento al programma di quinta (Seneca, Petronio, Giovenale, Tacito, Apuelio) durante il colloquio, sapendo che verrà valorizzato.
"Mi piace""Mi piace"