Lo “spunto” della discordia

Il 3 marzo scorso il Ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi ha firmato l’Ordinanza che disciplina gli Esami di Stato nel secondo ciclo di istruzione per l’anno scolastico 2020/2021; 31 pagine, fitte fitte, unite ad altri allegati, che descrivono con minuzia gli aspetti che Presidenti e commissioni dovranno tenere in considerazione per concludere questo disgraziato anno scolastico, tra inizio in pompa magna, con entrate posticipate e turni pomeridiani, chiusure tempestive, rientri al 50% e conclusione, del tipo “io speriamo che me la cavo”.

Com’è noto, l’Esame conclusivo del I e II ciclo per l’anno scolastico 2020-2021 consisterà in un solo colloquio orale e, per la scuola secondaria di II grado prevederà, dopo l’esposizione dell’elaborato sulle discipline di indirizzo e la parte relativa al testo di lingua e letteratura italiana, l’analisi, «da parte del candidato, del materiale scelto dalla sottocommissione ai sensi dell’articolo 17, comma 3, con trattazione di nodi concettuali caratterizzanti le diverse discipline, anche nel loro rapporto interdisciplinare». Chiuderà il colloquio l’esposizione dei percorsi di PCTO, o meglio, dell’attività svolta in classe terza, visto che la pandemia ha del tutto polverizzato le esperienze extrascolastiche calendarizzate da febbraio 2020.

Tornando ai materiali della terza parte del colloquio, questi saranno predisposti all’inizio di ogni giornata dalla commissione; si tratterà di «un testo, un documento, un’esperienza, un progetto, un problema […] finalizzato a favorire la trattazione dei nodi concettuali caratterizzanti le diverse discipline e del loro rapporto interdisciplinare».

Un lettore attento, che leggesse l’Ordinanza Ministeriale, potrebbe notare come, in un certo senso, si voglia “riproporre” in un colloquio orale la scansione di un tipico esame pre-covid-19. L’elaborato, infatti, corrisponderebbe alla seconda prova di indirizzo; l’analisi di un testo incluso nell’insegnamento di “lingua e letteratura italiana” è un tentativo (non riuscito) di valutare le competenze nella madrelingua e nella letteratura Otto-novecentesca prima certificate dalla prima prova; il materiale predisposto dalla commissione dà il via a una sorta di colloquio orale di natura pluridisciplinare che, nell’esame precedente, durava per ben 30-40 minuti, compresso tra “tesina” e correzione degli scritti.

In realtà l’esperienza dello scorso Esame di Stato ha già evidenziato come questa articolazione abbia pretese di esaustività, ma si risolva, alla fine, in un fare tutto e male, come se si volesse mantenere una struttura pre-esistente in un impalcatura che non può sostenerla. Non voglio prendere posizione sull’elaborato di indirizzo (lingua straniera, latino e greco, matematica e fisica, solo per restare ai licei linguistici, classici e scientifici), perché sono privo di adeguate competenze disciplinari per giudicare, ma credo che esaurire la valutazione nelle discipline caratterizzanti a un approfondimento preparato a casa dall’alunno (si spera, non da altri), risulta svilente.

Non spendo molte parole sull’analisi del testo di “lingua e letteratura italiana”; la normativa consentirebbe anche di proporre un testo di tipo giornalistico e saggistico, ma il numero ridotto di righe da presentare allo studente, il minutaggio risicato, la necessità di non mettere in difficoltà gli studenti, impongono che ci si diriga su soluzioni scontate: un breve passo significativo di un romanzo o una novella, una poesia di Ungaretti o Pascoli e altre “cose minime”. Se gli studenti preparati e con solide competenze riescono, in 4-5 minuti, tanto dura nei fatti questa parte, a strutturare un discorso che dal testo si allarghi al macrotesto e alla produzione e poetica dell’autore, per i più fragili questa analisi si rivela spesso uno sbiascicare qualche contenuto sotto lo sguardo pietoso dell’insegnante che ringrazia, in questo caso, il minutaggio ridotto a cui questo momento è destinato. In entrambi i casi, a mio avviso, si tratta di una riduzione “imbarazzante” delle competenze strutturate di analisi, interpretazione che il profilo in uscita di un Liceo dovrebbe richiedere.

Ma veniamo alla predisposizione dei “materiali”, quelli che comunemente si chiamano “spunti”. Nelle due “maturità” che ho svolto, una da esterno e una da interno, hanno rappresentato la parte dell’orale meno riuscita e più difficile da preparare, per diversi motivi, che ora mi appresto a delineare. Interminabile la riunione svolta nell’Esame di Stato del 2019, tra temperature equatoriali, ventilatori a paletta e discussioni (cordiali, si intende) su cosa proporre alle “creature” in sede di esame. Alcuni colleghi “volavano alto”, proponendo spunti davvero davvero improponibili (la locandina di Matrix mi rimarrà sempre nella mente); altri volavano “basso” con dei materiali forse più adatti a un esame di terza media. Ma perché si fa così fatica a scegliere materiali per uno spunto che dia la possibilità di collegamenti pluridisciplinari?

Il primo motivo va ricondotto alle modalità tradizionali di insegnamento delle discipline, ancora ancorate a un percorso cronologico che, per definizione, riduce la possibilità di intersezioni pluridisciplinari, specie se i punti di partenza sono diversi. A titolo di esempio, il primo autore di letteratura italiana della quinta è, com’è noto, Leopardi, mentre in Letteratura tedesca, per venire al liceo linguistico, si parte da Bismark e dal realismo di Effi Briest (1890 circa); i colleghi di Inglese, invece, aprono l’anno con i War Poets. Va da sè che la trattazione di Ungaretti si sviluppa, comicamente, 7 mesi dopo quella di Sassoon e Owen, che trattano le medesime tematiche. Nel caso si segua un percorso cronologico e non tematico, un liceo “umanistico” come quello linguistico vede già molte difficoltà nel proporre esercitazioni in itinere sui materiali ai poveri studenti che possono “tirare le fila” solo ad anno scolastico concluso, forse in sede addirittura di esame.

Il secondo motivo credo sia riconducibile a un grosso scollamento nella scuola italiana tra discipline umanistiche e scientifiche e alla difficoltà di istituire dei percorsi che leghino letteratura e scienza. Le Indicazioni Nazionali, se si considera la disciplina Lingua e letteratura italiana, tanto per fare l’esempio della materia che insegno, non prevedono alcuna differenziazione negli obiettivi di apprendimento del Liceo Linguistico, Scientifico, Artistico e delle Scienze Umane. Si tratta, a mio avviso, di una grave pecca, di cui nessuno ha rilevato (o almeno, a me non pare) la gravità. In un liceo scientifico, ad esempio, la letteratura italiana (ma anche quella latina, o inglese) dovrebbe avere una sorta di “curvatura scientifica”, introducendo nei suoi itinerari di apprendimento temi, elementi che si affianchino alle discipline di indirizzo. Il Ministero, dal canto suo, nell’allegato all’Ordinanza, dal titolo “Modalità di costituzione e di nomina delle commissioni dell’esame di Stato conclusivo del secondo ciclo di istruzione per l’anno scolastico 2020/2021” scrive: «i commissari sono individuati nel rispetto dell’equilibrio tra le discipline», sottintendendo la necessità di inserire in commissione docenti di materie umanistiche, ma anche tecniche e scientifiche. Peccato che l’individuazione di materiali adatti per trattazioni pluridisciplinari si dimostri pari a una fatica di Ercole o porti a esiti imbarazzanti…come la proposta, come “spunto” de Il lampo di Pascoli già sperimentata in due maturità su due e che ha dato vita a una trattazione orale che fortunatamente è durata solo 15 minuti.

Il terzo e forse più importante motivo è la tendenziale mancanza di collaborazione tra insegnanti, l’incapacità di lavorare in gruppo di buona parte del corpo docente italiano; si tratta magari di una generalizzazione ingenerosa, ma che credo fotografi bene l’impostazione della scuola italiana: magari grandi esperti della materia, che coltivano nelle loro aule comunicando poco con l’esterno. Chiediamo tanto ai nostri studenti di lavorare in gruppo, ma credo che alla fine siamo i primi a incontrare difficoltà a farlo…lo vediamo nelle riunioni di dipartimento, nella progettazione di unità di apprendimento comuni, nella stesura di moduli interdisciplinari. Tutti questi momenti, che dovrebbero essere fruttuosi, sono condotti stancamente e visti come una sorta di “attacco” alla nostra libertà di insegnamento, sancita dalla Costituzione. Alla fine (e per esperienza personale), attività comuni, proposte di moduli che interessino più discipline vengono fatti con i colleghi con cui c’è maggiore sintonia, affinità, ma a livello personale, non sicuramente per tangenza maggiore nei contenuti disciplinari.

E così, a fine anno, durante la riunione della sottocommissione per la creazione dei materiali, si cerca, a posteriori, di “ricostruire i pezzi di un puzzle”, con esclamazioni tipo «Ah sì, mettiamo questa immagine di Freud, così si può legare a Svevo, a Joyce, alle leggi razziali, a Hitler», in una banalizzazione estrema dei percorsi possibili. Come se gli autori, i movimenti, le opere, le correnti letterarie fossero tessere di un mosaico e non invece contenuti disciplinari ancora dotati di senso e strumenti attraverso cui abituare alla complessità. Mi pare che la parola “complessità” sia l’ultima che può descrivere tali proposte e altrettanti sviluppi da parte dei malcapitati allievi.

Si potrebbe fare di meglio? A mio avviso la scansione attuale dell’orale rende ciò difficile, però non è un problema del legislatore, in quanto le Indicazioni Nazionali, per come sono strutturate, vincolano ancora troppo l’insegnamento che, purtroppo, fatica a svecchiarsi e viene pesantemente condizionato da un Esame di Stato che, forse, andrebbe ripensato o, agendo sulla Costituzione, eliminato, calcolando il voto di diploma già in sede di scrutinio. Solo liberando, a mio avviso, la conclusione del percorso da un momento che vincola tutto l’agire didattico del quinto anno si potrebbe davvero fare un passo avanti nella qualità dell’insegnamento, nella sua rimodulazione, con benefici positivi anche sul benessere del corpo insegnante.

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