Il manuale di latino che vorrei

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Scuola-università: un dialogo necessario

Il 27 febbraio, con grande soddisfazione e orgoglio, ho inaugurato, all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, il ciclo di incontri intitolato ARS DOCENDI; queste conferenze, rivolte agli studenti dei corsi di laurea in lettere classiche e moderne, ma anche al pubblico esterno, rappresentano un’ottima occasione, a mio avviso, per far dialogare il mondo dell’Accademia con chi è impegnato nel difficile (oserei dire impossibile) agone di non far morire la lingua di Cesare e Cicerone.

L’incontro, nonostante i miei classici timori di non essere all’altezza, è stato molto partecipato (con più di 40 persone che hanno preferito ascoltare me piuttosto che sfondarsi di frittelle e birretta nei localini di Piazza Sant’Ambrogio): la Prof.ssa Orlandi, pur non condividendo in toto il metodo se non per alcuni spunti, si è rivelata un’ottima padrona di casa e ha gestito gli interventi dei partecipanti, mentre il Prof. Rivoltella mi ha messo a mio agio, non lesinando complimenti sulla mia “freschezza” (nella scuola italiana, ahimé, chi è sotto i 50 anni è considerato giovane) e sulla necessità di pensare a modi alternativi di insegnare latino, specie in indirizzi che non siano il liceo classico. La presentazione, nell’intento di condivisione che perseguo e che ho ribadito in quella sede, è fruibile qui, ma in questo articolo vorrei sviluppare una criticità che è emersa con prepotenza durante l’incontro, ovvero i manuali di latino.

Un monte ore cambiato

Se si sfogliano quelli più diffusi nelle aule italiane, si noterà che la loro scansione è ancora rimasta ancorata a un insegnamento del latino che prevedeva minimo 4 ore settimanali; ho frequentato il liceo scientifico tradizionale nel lontano 1997-2002 e la sua configurazione, se si fa eccezione per l’assenza del greco, somigliava a quella di un liceo classico. La tabella sottostante, presa da Wikipedia, mostra il quadro orario, con una media di 4 ore di latino e ben 4+5 nel biennio…

Il latino era presente per 5 anni al Liceo Linguistico e occupava un monte ore consistente anche nell’ex Liceo Psico-Pedagogico, ora Scienze umane. Adesso il panorama vede, ad eccezione del classico, uno studio di 3 ore settimanali per tutti i cinque anni allo Scientifico tradizionale, di 3 al biennio e 2 al triennio nel Liceo delle Scienze umane, mentre di sole 2 ore settimanali al biennio del linguistico. Tralasciando questo ultimo indirizzo, in cui il latino dovrebbe concorrere all’educazione linguistica e fungere da “rinforzo” per uno studio più consapevole tanto dell’italiano quanto delle lingue moderne, ritengo che si debba fare una riflessione sugli strumenti attraverso cui insegnare latino e sulla necessità di rivoluzionare, piano piano, la manualistica, che sta diventando una vera e propria zavorra per chi cerca di far appassionare gli studenti alla lingua e cultura latina.

I manuali di latino: uno sguardo d’insieme

Quando si parla di manuali, c’è però un convitato di pietra da tenere in considerazione: le case editrici, che da una parte sicuramente ricevono delle sollecitazioni da parte dei docenti (tutti noi abbiamo ricevuto i famosi sondaggi via e-mail in cui ci chiedono un feedback del libro adottato), ma dall’altra devono vendere e quindi sfornare dei prodotti quanto più nazionalpopolari. Libri innovativi, infatti, in tutte le discipline, sono morti pochi mesi dopo la nascita perché in pochissimi li hanno adottati.

Se a ciò si aggiunge che la classe insegnante di lettere è la più conservatrice tra tutte (basti vedere i numeri di adozione del Tantucci e del Baldi-Giusso nelle millemila edizioni più o meno tagliuzzate), non sorprende di vedere adottati libri di grammatica latina fatti con lo stampino e con, all’incirca, queste caratteristiche:

  • Pagine iniziali dedicate alla fonetica e alla morfologia nominale e verbale, preferibilmente in italiano; in alcuni si aggiungono pagine di ripasso dei complementi e della grammatica italiana prima di iniziare l’immersione nella lingua dei Romani: d’altra parte, per conoscere il latino bisogna essere bravi nell’analisi logica italiana o sbaglio?
  • Circa 200 pagine ad ammorbare gli studenti sulle prime due declinazioni, in uno sfinimento di incolae, nautae, lupi che vagano nelle silvae, sub umbra, rigorosamente al tempo presente, imperfetto e, raramente, futuro. Ne deriva che dopo 4 mesi si possano tradurre e analizzare solo frasi stereotipate di un latino inventato.
  • Una stacco a p. 200 circa, con la presentazione della terza declinazione ovviamente con la tiritera dei parisillabi e imparisillabi, a cui si aggiungono i tempi derivati dal tema del perfectum. Ragazzi, fin qui abbiamo scherzato, ora inizia il latino vero!
  • Le subordinate con l’indicativo, inserite in frasi stucchevoli con quia, quod, quoniam o temporali che raramente si trovano in testi d’autore.
  • Unità intere dedicate a singoli complementi o a verbi particolari (caso emblematico l’unità sul complemento di materia o i verbi in -io), che potrebbero essere spiegati insieme agli altri, senza complicare il tutto.
  • Quarte e quinta declinazione messe nella seconda metà del secondo volume, quando si potrebbero anticipare per dare un panorama della morfologia nominale quanto più completo prima possibile.
  • Cavalcata impetuosa, da p. 300, con congiuntivo, subordinate con ut, infinito e infinitive, supino, relativi, cum narrativo, participio, ablativo assoluto, tutti argomenti che potrebbero essere benissimo anticipati prima, o quanto meno intervallati alla morfologia nominale e verbale
  • Volume 2 solitamente dedicato ad argomenti lasciati al docente del triennio che, oltre all’inizio della letteratura, dovrà chiudere, porello, il percorso grammaticale con perifrastiche, periodo ipotetico, gerundio e gerundivo, verbi deponenti e altro, da semplificare e tagliare.

Un pubblico sempre più difficile

Manuali del genere vengono incontro, sicuramente, alle esigenze dei docenti, che sono rassicurati nel vedere, dopo 20 anni, il libro di testo che usavano da studenti; l’utilizzo di testi che seguono un modello normativo-traduttivo, d’altra parte, permette di gestire bene il cambio insegnanti ed eventuali supplenti, sempre in percentuale considerevole nella scuola italiana. Tuttavia, pur nella sempre maggiore attenzione agli studenti con BES e DSA, l’impressione è che il latino si configuri come lingua ancora “esclusiva”, “selettiva” e che soprattutto venga poco incontro ai ritmi di apprendimento degli studenti del XXI secolo, abituati alla velocità dei reel di Instagram e ai video di Tiktok. Come scrive giustamente Elena Mazzacchera nel suo articolo Il modello valenziale e le lingue classiche, uscito nel 2017 su «Nuova Secondaria Ricerca», «Il modello tradizionale […] richiede tempi lunghi e uno studio spesso mnemonico che risulta poco adatto allo stile di apprendimento degli studenti di oggi» (p. 152). Se, d’altra parte, presenteremo il latino come lingua dello studio mnemonico, infarcita di eccezioni e di regole dogmatiche, una sorta di “grammatica”, anziché lingua con un suo funzionamento, saranno sempre meno gli studenti che vorranno inserirla nel loro curriculum studiorum.

La sensazione è poi che apprendere il latino su questi manuali produca forte demotivazione negli studenti: abituati alla didattica delle lingue straniere, che sta virando verso l’aspetto comunicativo, le frasi latine che si presentano da metà del primo volume non consentono alcuna gratificazione. Agli studenti è quindi concesso solo tradurre “brandelli di latino”, con la costante guida dell’insegnante, come nella pagina di uno manuale che si indica qui sotto. In classe faccio sempre più spesso la battuta: “Devo aiutarti? Quali parole ti devo suggerire? Tutte”.

La sfida, quindi, è quella di cercare una medietas tra un latino rigoroso e “all’antica” e un latino semiserio che, per l’eccessiva semplificazione, renderebbe sempre più difficile un accostamento a testi d’autore, il vero obiettivo dell’insegnamento della lingua latina. Leggere Catullo, Virgilio, immergersi nella lingua di Sallustio, nella prosa filosofica di Cicerone è un’esperienza che non possiamo permetterci di perdere: ne va dell’oblio di una parte della nostra identità.

Libri da rivalutare

Come spesso capita nell’agire didattico, manuali che ritenevamo inefficaci e che abbiamo voluto cambiare a tutti i costi, con l’andare del tempo si sono rivelati, in realtà, strumenti da rivalutare. Per la letteratura italiana il discorso va al manuale intitolato Al cuore della letteratura di Carnero-Iannaccone, mentre per il latino, nel mio caso, al volume Donum di S. Dossi, F. Signoracci e M. Comotti, edito in 2 volumi per Fabbri.

La particolarità di questo volume è quella di proporre già alla p. 105, quindi circa 100 pagine prima del classico manuale di latino la terza declinazione, come si può notare dall’indice che allego.

Inoltre, dato molto interessante, i diversi complementi sono armonizzati nella morfologia verbale e nominale, senza occupare pagine e pagine come avviene nei manuali tradizionali. Insomma, Donum presenta sicuramente degli elementi da tenere in considerazione, ma siamo sicuri che gli studenti siano pronti per un apprendistato così rapido? Se la risposta è affermativa per quelli più svegli e intuitivi, il rischio di avere pochi esercizi o pagine per esercitare le competenze porta, ahimé, alla pratica selvaggia delle fotocopie, tra le altre cose assai dispersiva. L’ideale sarebbe tentare una via di mezzo tra i volumi-lumaca, che sfiniscono in lunghissime pagine sulla filosofia dei complementi di luogo e quelli Speedy Gonzales in cui non c’è tempo di apprendere un contenuto che si passa al successivo.

Idee per un manuale ideale

Ma quindi, cosa dovrebbe avere, a mio avviso, un manuale ideale? Cercherò di ragionare per punti, dando qualche idea agli editori dei libri in commercio…

A) Uno sviluppo parallelo della sintassi della frase semplice e complessa

Dopo aver introdotto i primi complementi latini, come di tempo e di causa, si potrebbero subito anticipare le circostanziali temporali, che svolgono la medesima funzione, ma con diversi impletivi. Esercizi di manipolazione potrebbero riguardare il passaggio dal complemento di causa alla causale, ma anche da quello di tempo alla temporale con l’indicativo. Insomma, si potrebbe lavorare come faccio regolarmente in classe attraverso il modello valenziale.

B) Anticipazione delle declinazioni

Le declinazioni, in quanto patrimonio lessicale fondamentale per approcciare i testi latini, dovrebbero esaurirsi nelle prime 200 pagine, dando la possibilità agli studenti di studiare il lessico di base per aree tematiche. Fondamentale sarebbe la presenza di repertori lessicali, sfruttando le indicazioni di Riganti, ma anche vignette o tavole illustrate (la casa, la guerra, il foro e via dicendo) per far sì che gli studenti non domandino ancora, in seconda, il significato di dux. Allego qui una bella scheda lessicale di Ingenio, di Diotti e Ciuffarella.

C) Schemi / alberelli per capire

Uno degli aspetti che più si sottovaluta quando si scrivono manuali è la presenza sempre maggiore di studenti con BES e DSA; come sottolinea Lorenzo Colonna nel contributo La dislessia nella riflessione dei docenti di latino e greco: esperienze a confronto, «Lo studente con dislessia non apprende attraverso il processo sequenziale di comprensione, selezione, rielaborazione e quindi di memorizzazione e recupero delle informazioni; nell’approccio con il latino, il metodo normativo e traduttivo gli risulterà poco utile, perché segue e memorizza con difficoltà le definizioni astratte e i procedimenti analitici e deduttivi». Non basta quindi l’audiolettura come strumento compensativo, ma certi concetti andrebbero veicolati attraverso mediatori iconici, colori, schemi, mappe, che consentano allo studente di vedere il funzionamento della lingua e non solo la teoria grammaticale.

Innestare quindi alcuni elementi di grammatica valenziale, come è stato fatto nel nuovo volume di A. Diotti e M. P. Ciuffarella, Vivida Mente, con le schede di metodo a cura del sottoscritto (eccone una qui), consente di far comprendere agli studenti il funzionamento della lingua, di “vedere la frase” e far diventare il latino inclusivo per studenti con BES e DSA.

Molti argomenti ostici, come per esempio le infinitive, possono essere infatti spiegati con minor dispendio di tempo e maggiore efficacia, vedendole come degli argomenti del verbo e rappresentandole con uno schema grafico, come nei due esempi qui sotto.

D) Prove di comprensione del testo, senza traduzione

Una delle criticità maggiori nell’insegnamento del latino consiste poi nel fatto che tutto il patrimonio di frasi, versioni ed esercizi è fruibile online in siti come Splash Latino e Studentville; la situazione è peggiorata, ovviamente, con l’AI e Google Lens: basta infatti scansionare il testo della versione o dell’esercizio per avere la traduzione in pochi secondi. Di qui, dunque, la necessità, anche metodologica, di non mettere in primo piano la traduzione, ma la comprensione del testo. Alcuni manuali, anche tradizionalissimi, come Quae manent, stanno già andando verso questa direzione: l’auspicio è che queste pratiche virtuose si diffondano sempre più, dal momento che non si traduce per comprendere, ma si dovrebbe comprendere il funzionamento della frase, il senso generale di un brano e, poi, eventualmente tradurlo. La traduzione, come spesso dico a mo’ di mantra, è competenza raffinatissima, che richiede una grande solidità non solo nella lingua di partenza (il latino), ma anche in quella d’arrivo (l’italiano).

E) Spazio al lessico, in approfondimenti di civiltà

E veniamo, alla fine, a uno dei puncti dolentes dell’insegnamento del latino, ovvero il lessico. Quanti di noi insegnanti siamo disarmati di fronte alla povertà del bagaglio lessicale degli studenti, che appena devono analizzare un brano chiedono il significato del 50% o più dei termini in esso compreso? Evidentemente la didattica del lessico va ripensata, accogliendo, a mio avviso, gli stimoli del metodo induttivo-contestuale, anche in un manuale tradizionale.

Una pagina di H. ØRBERG, Lingua latina per se illustrata

Un manuale impossibile?

E un manuale del genere, secondo voi, verrebbe adottato? Non ne sono così sicuro, anzi, temo che farebbe numeri molto bassi.

Sono nella scuola da 15 anni, ormai, e vedo come, stancamente, si scelgano manuali nazionalpopolari, rassicuranti, per riprendere un aggettivo usato in precedenza, che vadano bene a tutti e “non facciano danni”. Il problema è che non ci si rende conto che è solo a partire dai manuali che si può cambiare la didattica: cercare di rendere accessibile il latino avendo a disposizione degli strumenti “impossibili” , è proprio il caso di dirlo, rende tutto più complesso, sfociando in ibridazioni poco efficaci.

Se fossi uno studente e, dopo due anni di latino, debba ancora rivolgermi al dizionario per tradurre il 60% delle parole di una frase o di un brano, mi farei qualche domanda sulla didattica di questa disciplina. Ma forse, spero, gli studenti non si pongono troppe domande, ma puntano solo alla sufficienza…

E voi, condividete le osservazioni di questo articolo o secondo voi sono solo geremiadi di un Professore stanco e che non vede l’ora che arrivi giugno?

Una opinione su "Il manuale di latino che vorrei"

  1. Complimenti per la lezione tenuta a fine febbraio, Matteo, scommetto che è stata un’esperienza memorabile.

    Venendo ai ricordi scolastici, anch’io ho presente l’ottimo livello del latino allo scientifico, specie al biennio (con monteore praticamente uguale a quello del liceo classico).

    Purtroppo, come dici tu, si tende a usare sempre gli stessi manuali, per quanto mi riguarda il Flocchini. Da studente usai Il Ghiselli-Concialini e ne ho un buon ricordo… Non conosco Donum, ma mi sento di suggerire le varie edizioni di Grammatica Picta di Laura Pepe, ha un suo perché, specie al liceo linguistico e delle scienze umane.

    Riguarda alle tue idee per un nuovo manuale direi che il parallelo tra sintassi della frase semplice e complessa è un’ottima proposta, così come anticipare le 5 declinazioni (alla fine la quarta è un’emanazione della seconda, la quinta della terza); ben vengano anche mediatori iconici per studenti con DSA (e qui l’IA potrebbe dare una mano a livello grafico). L’approfondimento lessicale, infine, è auspicabile e spesso incuriosisce i ragazzi se si parla di onomastica, calendario, animali, ecc… Sulla traduzione concordo sul fatto che sia un punto d’arrivo e non di partenza, ma penso che non si possa prescindere dalle versioni di verifica, magari con breve pre-testo e post-testo. Van bene anche domande di comprensione, ma la traduzione è imprescindibile.

    In definitiva, fosse per me adotterei questo tipo di manuale, anche per il desiderio di provare una modalità diversa da quella consueta.

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