Montale e la Grande Guerra: un trittico di poesie da portare in classe

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Un anti-interventista sul fronte austro-ungarico

«Eugenio all’assalto? Alla baionetta? È inverosimile! Questo ragazzo è capace di morire lui, ma non di ammazzare gli altri. Roba da impazzire per un tipo come lui» (Z. Zuffetti, Lettere da Casa Montale (1908-1938), Ancora, Milano 2006).

Immagine reperibile all’url https://www.ancoralibri.it/scheda-libro/zaira-zuffetti/lettere-da-casa-montale-1908-1938-9788851404024-642.html

A scrivere queste righe è Marianna Montale, in un lettera del 1917, raccontando i timori per il fratello, chiamato alle armi nel settembre di quello stesso anno. Nonostante la corporatura gracile e l’asma, Montale passa però la visita militare e frequenta a Parma un corso accelerato come allievo ufficiale; qui viene in contatto con Sergio Solmi, con cui nasce un’amicizia duratura. Nel gennaio 1918 viene quindi assegnato al 158° Reggimento Fanteria, che aveva il deposito a Schio, vicino a Vicenza e poi inviato a Vallarsa, in prossimità del villaggio di Valmorbia, in qualità di comandante di un avamposto strategico. Come ricorda Paola Puppo, «Alla fine del conflitto, dopo l’armistizio del 4 novembre 1918, è trasferito a Kiens (Val Pusteria), poi è assegnato ad un campo di prigionieri austriaci (Distaccamento Prigionieri di Guerra di Eremo di Lanzo -Torino), il 3 giugno 1919 è a Genova (“in una lurida fureria di caserma”) ed infine congedato nel luglio 1919» (P. Puppo, Montale nella prima guerra mondiale: ricordi di un anti-interventista, «Scienza e Pace. Rivista del Centro Interdisciplinare Scienze per la Pace. Università di Pisa», n. 31, giugno 2015, pp. 7-8)

Montale con Sergio Solmi, fotografia del 1925.

Montale e la Grande Guerra: una registrazione postuma

Se si analizza la produzione di Montale, si può dire che l’eco della Grande Guerra risulti assai flebile, come se il trauma dell’esperienza al fronte ne abbia inibito il ricordo o la sua rappresentazione in versi. Nelle stesse lettere, scambiate con la sorella Marianna, emerge l’inadeguatezza, la paura, ma anche una sorta di ottundimento dei sensi, che fanno sembrare il poeta simile a un sonnambulo, come quando annota, di fronte alla fucilazione di un soldato italiano: «che cosa poteva fare effetto in tali circostanze? Era come un sogno, un grande sogno in cui tutto poteva accadere».

Fra le testimonianze della Grande Guerra, quella di Giuseppe Ungaretti è quindi la più vivida e concreta, in quanto registra sul campo, annotando luogo e data, le immagini dal fronte, in versi scarnificati come le case di San Martino del Carso; in Montale, invece, la rievocazione di episodi della prima guerra mondiale avviene in differita, come riemergesse dal fondo della memoria, in contesti che di guerresco hanno ben poco. Se la seconda guerra mondiale è la Bufera del titolo della terza raccolta, del 1956, la prima lascia invece flebili tracce negli Ossi di seppia e nelle Occasioni, fra poesie legate all’amato mare ligure e brevi componimenti dedicati a Clizia.

Il ricordo della grande Guerra si sostanzia, quindi, più concretamente, in tre componimenti: Valmorbia, discorrevano il tuo fondo…, inclusa negli ossi brevi, e nel terzo e quarto mottetto delle Occasioni: Brina sui tetti; uniti… e Lontano, ero con te quando tuo padre. Nel presente articolo si analizzeranno le tre liriche, ipotizzandone anche la spendibilità didattica in un modulo didattico interdisciplinare sulla prima guerra mondiale non incentrato solo su Ungaretti e il Futurismo.

Tra sogno e realtà: Valmorbia, discorrevano il tuo fondo…

Collocata negli ossi brevi dopo la celebre Forse un mattino andando in un’aria di vetro…, la lirica Valmorbia, discorrevano il tuo fondo…rappresenta una tarda rievocazione, datata 11 luglio 1924, dell’esperienza sul fronte. La poesia sorprende per la «rilettura favolosa dell’esperienza bellica, lontanissima da quella tragica di altri poeti al fronte» (si cita dal commento di P. Cataldi e F. D’Amely, dell’edizione Mondadori commentata) e si snoda in tre quartine di versi per lo più endecasillabi, tutte dedicate a fotografare degli istanti di vita di guerra.

Valmorbia, discorrevano il tuo fondo
fioriti nuvoli di piante agli àsoli.
Nasceva in noi, volti dal cieco caso,
oblio del mondo.

Tacevano gli spari, nel grembo solitario
non dava suono che il Leno roco.
Sbocciava un razzo su lo stelo, fioco
lacrimava nell’aria.

Le notti chiare erano tutte un’alba
e portavano volpi alla mia grotta.
Valmorbia, un nome – e ora nella scialba
memoria, terra dove non annotta.

Per comprendere al meglio il testo, è necessario riportare uno stralcio di un’intervista di Montale a Manlio Cancogni:

In basso c’era un fiume, il Leno; la valle si chiamava Valmorbia, noi però si stava a mezza costa, fra le rocce, perché il fondo era inabitabile, vi si rovesciava un po’ di tutto, rocce, sassi, fango, schegge, bombe, cadaveri, muli […]. Per me i ricordi più indimenticabili sono quelli di certe notti, nella buona stagione, che passavo sdraiato sull’ingresso della mia grotta. Con la luna sembrava che la valle salpasse. In basso sentivo il Leno che mormorava, roco. Sbocciava un razzo, lacrimava nell’aria. Udivo un trepestio insolito, un odore acre mi pizzicava il naso: erano delle volpi venute a farci visita; così, senza accorgersene, si arrivava all’alba.

Valmorbia, immagine reperibile all’url https://www.unsertirol24.com/2019/10/29/werk-valmorbia-un-forte-due-bandiere/

La prima quartina contiene l’invocazione a Valmorbia, personificata nel v. 1, nella cui valle la brezza primaverile spostava le nuvole nel fondovalle, lasciando che emergessero gli alberi fioriti. Dal toponimo si passa, poi, al noi collettivo dei soldati (forse traccia dell’Unanimismo di Jules Romains), nei quali si determinava la dimenticanza del resto del mondo.

Nella seconda quartina emerge invece un fiume, il Leno, variante minore dell’Isonzo immortalato dai versi ungarettiani de I fiumi. Gli spari tacciono, si sente solo il rumore delle acque del fiume, rappresentato come una madre attraverso il grembo del v. 5. Ma i segni della guerra sono presenti nel razzo che esplode nell’aria dopo aver tracciato un segno verticale verso il cielo; i Bengala sono quindi raffigurati come luci simili a lacrime e l’aggettivo utilizzato, fioco, potrebbe essere un’eco dantesca del canto I dell’Inferno, con la prima apparizione di Virgilio che «per lungo silenzio parea fioco».

Participants in the Department of the Army Best Warrior Competition fire at targets as the night sky is illumintated with simulated munitions, adding a breath of realism to the night fire event. The competition was held at Sept. 27-Oct. 2 at Fort Lee, Va. (photo by T. Anthony Bell)

Nella quartina finale Valmorbia rimane nella memoria scialba, come una terra «dove non annotta»: le notti erano rischiarate come se ci fosse un’alba dietro l’altra e poteva accadere che alcune volpi si avvicinassero alla grotta nella quale si trovava il poeta-soldato. Si tratta di un’apparizione numinosa, che anticipa la terza raccolta, in cui una sezione, Madrigali privati, è dedicata a Maria Luisa Spaziani, indicata col senhal di Volpe a rappresentare una femminilità terrena e carnale.

L’antologia di A. Cortellessa, che riporta nel titolo il verso montaliano da Valmorbia, discorrevano il tuo fondo…

Un dittico di Mottetti sulla Grande Guerra

Seconda sezione delle Occasioni, i Mottetti recano in epigrafe un verso del poeta spagnolo G. A. Béquer, «Sobre el volcàn la flor» («Sopra il vulcano il fiore»), che rimanda al desiderio di opporre l’ordine e il rigore formale della poesia al caos della guerra imminente. Nei Mottetti Montale raccoglie brevi componimenti, che ruotano tutti intorno a una figura femminile, intorno alla quale Montale costruisce quello che chiama, con esibita attenuazione, il suo «romanzetto autobiografico».

La memoria della Grande Guerra riecheggia in Brina sui vetri; uniti, testo del 1934, composto da due quartine e due distici e in cui Montale racconta due esperienze tragiche, il sanatorio e la guerra, che hanno bruscamente interrotto la normalità di due vite.

Brina sui vetri; uniti
sempre e sempre in disparte
gl’infermi; e sopra i tavoli
i lunghi soliloqui sulle carte.

Fu il tuo esilio. Ripenso
anche al mio, alla mattina
quando udii tra gli scogli crepitare
la bomba ballerina.

E durarono a lungo i notturni giuochi
di Bengala: come in una festa.

È scorsa un’ala rude, t’ha sfiorato le mani,
ma invano: la tua carta non è questa.

Dopo il ricordo dell’esperienza della donna (forse Maria Rosa Solari?) nel sanatorio, affidata alla prima quartina, nella seconda l’io lirico introduce il suo esilio, inteso come distacco dalla normalità della vita, diverso da quello del sanatorio, che Solari passò nella clinica svizzera per tubercolotici di Leysin presso il lago Lemano, ma non meno minaccioso. A 10 anni di distanza dall’osso breve, Montale riprende l’immagine del Bengala, associata, questa volta, non al fiore, ma a quella di un gioco notturno in una festa. Anche le bombe a mano vengono edulcorate e chiamate la bomba ballerina, per il rivestimento di tela che ricordava la gonna di una ballerina.

Sanatorio di Leysin, immagine reperibile all’url https://hls-dhs-dss.ch/it/articles/002282/2023-02-13/

Il contesto montuoso e ostile di Vallarsa viene evocato dagli scogli del v. 7, ma il finale è tutto incentrato sulla donna: l’ala rude è quella di un angelo della morte, che però sfiora soltanto l’amata, poiché il momento che tronca il destino non è ancora arrivato. In questo mottetto l’esperienza bellica è rappresentata in modo ambivalente: come esilio, ma anche come festa, forse per una giovanile inconsapevolezza di quanto comportava.

Ben più tragico è invece il quarto mottetto, Lontano, ero con te quando tuo padre…, testo scritto nel 1939 e incentrato sulla morte del padre di Clizia. È Montale stesso a chiarire i significati del componimento, rivelandone l’occasione in Varianti e autocommenti: «un giorno Mirco seppe che il padre di Clizia era morto, intuì quello strazio e più gli dispiacquero le tremila miglia che lo tenevano lontano da quel lutto». Da quell’occasione triste deriva però la consapevolezza della funzione salvifica delle visiting angel: «gli parve che tutte le ansie e i rischi della sua vita trascorsa convergessero verso quella Clizia allora ignora, verso un incontro che doveva tardare, poi, tanti anni». In questo mottetto del 1939 è come giungesse alla conclusione che la guerra lo aveva risparmiato perché senza Clizia la sua vita non avrebbe avuto alcun senso.

Lontano, ero con te quando tuo padre
entrò nell’ombra e ti lasciò il suo addio.
Che seppi fino allora? Il logorìo
di prima mi salvò solo per questo:

che t’ignoravo e non dovevo: ai colpi
d’oggi lo so, se di laggiù s’inflette
un’ora e mi riporta Cumerlotti
o Anghébeni – tra scoppi di spolette
e i lamenti e l’accorrer delle squadre.

Nel mottetto la vita di Montale è segnata da uno spartiacque, ovvero l’incontro con Clizia: c’è un prima (v. 4, stampato in carattere tipografico corsivo) caratterizzato da un logorìo, inteso come “affanno” e un dopo, vivificato dalla donna, presenza messianica. Al v. 3 l’io lirico si chiede quale consapevolezza abbia avuto prima della morte di Julian Brandeis e può soltanto concludere che «t’ignoravo e non dovevo»: nel contesto storico che corre veloce verso un nuovo conflitto (rappresentato dai «colpi d’oggi» dei vv. 5-6), la donna rappresenta la civiltà della cultura che si oppone alla barbarie della Storia.

La celebre fotografia di Irma Brandeis con in braccio un gatto.

Tuttavia all’io lirico si presenta «un’ora», ovvero un ricordo del passato: Montale rievoca Cumerlotti e Anghébeni, due villaggi della Vallarsa, luoghi nei quali il poeta aveva combattuto nella Grande Guerra e in cui aveva rischiato la vita, assistito, spiritualmente, già da Clizia. La lirica si conclude, però, con la concretezza di oggetti bellici: gli «scoppi di spolette», «i lamenti e l’accorrere delle squadre», ovvero la corsa precipitosa delle squadre di soccorso, che portano via i feriti. Nel quarto mottetto quindi l’esperienza della guerra perde i tratti favolosi che aveva in Valmorbia, discorrevano il tuo fondo… per diventare una “tappa” nel suo percorso di elevazione spirituale grazie a Clizia.

Anticipare Montale con la Grande Guerra?

Nella scuola italiana intrisa di storicismo, Montale rappresenta, spesso, l’ultimo autore della quinta; scorrendo infatti i Documenti del 15 maggio (ne parlavo qui) raramente si riesce ad approfondire la narrativa del secondo dopoguerra e men che meno poeti importanti come Zanzotto, Caproni, Luzi e Sereni. Posto che le ore, per le innumerevoli attività di Educazione civica, Orientamento e altre “amenità”, sono sempre meno e che le competenze sempre più incerte degli studenti non consentono di assegnare lavoro da svolgere autonomamente, ritengo che si debba cercare sempre più di “giocare d’anticipo” o, addirittura, di creare dei piccoli percorsi tematici da affiancare al necessario percorso cronologico (per chi è interessato a questo modo di fare letteratura, il consiglio bibliografico è Per un dizionario critico della letteratura italiana contemporanea, di R. Luperini ed E. Zinato, la voce GUERRA).

I tre testi, per la loro brevità, consentono una prima immersione nell’opera di Montale e possono essere, a mio avviso, proposti in un modulo tematico (nella migliore delle ipotesi pluridisciplinare!) su “Scrittori e Grande Guerra”, che presenti, per esempio, oltre al canonico Ungaretti, brani da Clemente Rebora, ma anche dal romanzo futurista L’alcova d’acciaio di Filippo Tommaso Marinetti. Gli studenti possono essere chiamati a interrogarsi sulle molteplici rappresentazioni che gli scrittori hanno dato della Prima Guerra mondiale, indagando, inoltre, il diverso significato associato, per esempio, all’acqua in Ungaretti e in Montale. Così si riuscirà ad avere un’immagine, a mio avviso, più completa, del poeta ligure, visto non solo come cantore del mare e del male di vivere, di Clizia e critico feroce della moderna civiltà dei consumi.

Una opinione su "Montale e la Grande Guerra: un trittico di poesie da portare in classe"

  1. Bell’approfondimento, Matteo, non conoscevo i testi proposti. Molto gradita la tua spiegazione. Penso siano fattibili in una classe quinta di un certo livello. Cerco di reperire anche il testo di Andrea Cortellessa.

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