Dare senso ai frammenti: “Oltre l’ora di lezione” di Jacopo Zoppelli

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La figura del docente, in bilico tra Prof. Keating e inetto sveviano

Tra i film più sopravvalutati e, a mio avviso, fraintesi, della storia del cinema c’è sicuramente L’attimo fuggente, diretto da Peter Weir e interpretato dal compianto Robin Williams. La figura del Prof. John Keating che, con i suoi metodi anticonformisti, riesce penetrare nei cuori e, soprattutto, nelle menti intorpidite degli studenti di un collegio maschile in Vermont, instillando l’amore per la letteratura, la poesia, ma soprattutto spingendo i suoi allievi a seguire le proprie vocazioni e passioni, ha avuto grande risonanza anche nelle nostre aule, tanto che molti colleghi di lettere sono soliti proiettare il film in classe prima dell’inizio del percorso di poesia.

Una celebre scena del film: gli studenti che, dopo aver saputo dell’allontanamento del Prof. Keating, salgono sui banchi recitando “O capitano! Mio capitano”, di Walt Whitman.

Del film, datato ormai 1989, si mettono in secondo piano, però, due elementi cruciali: il suicidio di Neil, l’allievo prediletto, amante del teatro, e il licenziamento dello stesso Prof. Keating, su cui l’istituto privato apre un’inchiesta per istigazione al suicidio. A partire da questo film, la figura del docente di letteratura che declama in classe versi di Walt Withman ha però dato vita all’archetipo dell’insegnante fascinatore, capace di infiammare gli animi degli studenti: un essere semi-divino, colto su un palcoscenico, ovvero l’aula della classe (e infatti nel film ambiente scolastico e teatrale si intrecciano).

Oggi, se guardiamo alla condizione degli insegnanti, possiamo certificare il dissolvimento di tali figure eroiche che, anche se esistessero, si vedrebbero ben presto tarpate le ali da un sistema di circolari, regole da azzeccagarbugli, burocrazia imperante che sfiancherebbe anche il Prof. Keating; più vicino all’inetto sveviano, il docente-medio annaspa tra adempimenti iniziali e finali, modulistiche sempre più asfissianti, riunioni pomeridiane talvolta kafkiane, cercando di salvaguardare la propria salute mentale e, aggiungo io, vedendo nelle 18 ore in classe un cantuccio nel quale rifugiarsi e da cui trarre le motivazioni per svolgere questo lavoro.

L’eroismo del precario, la precarietà dell’eroismo

Sembrerebbe che tertium non datur, eppure, a mio avviso, c’è anche l’eroismo degli atti quotidiani, senza spingersi a declamazioni di versi a memoria o fascinazioni di docenti-seduttori (da cui, per esperienza, conviene sempre stare alla larga); credo che l’eroismo moderno consista nel cercare di dedicare cura e impegno nel proprio lavoro di insegnante, nonostante gli impedimenti che fiaccano anche il professionista più preparato e motivato. C’è anche, in questo contesto mutato, l’eroismo del precario, figura tipicamente italiana, la cui precarietà non è soltanto economica, ma anche educativa, dal momento che l’istruzione prevede tempi lunghi e una progettualità che gli rimane, inevitabilmente, negata.

Fortunatamente è uscito da questo stato di precarietà Jacopo Zoppelli, giovane insegnante di lettere piemontese, ora in ruolo all’Istituto Tecnico Pininfarina di Moncalieri, che ha voluto però fissare a posteriori, nelle pagine di un libro piccolo, ma prezioso, la sua esperienza di supplente annuale nella periferia di Torino, in una scuola secondaria di I grado. Il titolo, Oltre l’ora di lezione. Un precario diario di bordo (clicca qui per acquistarlo sul sito dell’editore Puntoacapo) è esemplificativo dei contenuti che si troveranno nel libricino: una serie di riflessioni che scaturiscono dopo l’ora di lezione, la precarietà come cifra dell’agire didattico, ma anche l’anno scolastico rappresentato come un viaggio, fatto di alti, bassi, ma comunque di una messa in gioco costante con quella materia viva che ci troviamo a plasmare ogni giorno.

Maestri de lonh: Recalcati e Serianni

Due sono, per stessa ammissione dell’autore, i modelli di riferimento alla base della stesura del libro: lo psicanalista Massimo Recalcati, con il suo L’ora di lezione. Per un’erotica dell’insegnamento e lo storico della lingua Luca Serianni, a cui il volume è, d’altra parte, dedicato.

Fra i due modelli, credo però che l’influenza più esplicita sia quella del professore romano prematuramente scomparso nel luglio del 2022; Zoppelli sottolinea molto spesso nel volume il legame tra lingua e democrazia e come apprendere in modo corretto l’italiano sia sfida fondamentale per includere il maggior numero di ragazzi nell’ambito della cittadinanza più larga; i ragazzi descritti dall’autore sono avidi di parole e l’insegnante li accompagna in un apprendistato, spesso lessicale, che significa entrata a far parte del mondo degli adulti e della civitas.

D’altra parte credo che, scevra dagli elementi più superomistici ed estetizzanti, agisca in Zoppelli anche la lezione di Recalcati; come scrive lo psicanalista nel capitoletto che dà il titolo al saggio (grassetto mio): «l’ora di lezione avviene seguendo la logica burocratica del calendario, della distribuzione del tempo stabilita dal regolamento, della scansione imposta dai programmi. Eppure non è mai prevedibile, nei suoi effetti, da nessun regolamento. Ecco apparire nuovamente la struttura divisa delle scuola: esistono un programma didattico e la sua verifica permanente, ma la didattica, l’evento della didattica, scompagina assolutamente questo piano, lo eccede e lo stravolge sempre» (p. 98). Questi stravolgimenti, come ci racconta Zoppelli, possono essere una domanda, un sorriso (che rimanda al sorriso di persone care), un gesto non prevedibile: tutti eventi che rappresentano l’apertura di un mondo, una crescita della classe, ma anche del docente, mai dipinto su un piedistallo, ma sempre in mezzo alla classe, anche fisicamente (come si racconta nel capitoletto Il gioco delle parti, a pp. 47-48).

Un libro di frammenti, un senso da ricostruire da parte del lettore

Il volume di Zoppelli consta di 66 pagine, scandite in tanti capitoletti con un titolo che riassume il senso della lezione su cui si vuole fare un bilancio e una riflessione a posteriori; il libro si impegna a seguire un intero anno di lezioni in una piccola scuola media della provincia di Torino, in un contesto che si percepisce non difficile, ma comunque, dai racconti inclusi, sicuramente sfidante. I testi, come scrive nella Premessa, «hanno origine dal bisogno e dall’urgenza di dare forma scritta ad alcune riflessioni sorte durante gli anni di precariato» e si configurano come un «diario di bordo», se si intende l’anno scolastico come un lungo viaggio che da settembre ci porta, stremati, a giugno. Nella stessa Premessa la raccolta è sottratta all’organicità e, si parva licet componere magnis, potrebbe intitolarsi Rerum scholae fragmenta, proprio perché è nel frammento che Zoppelli mostra la sua capacità di soffermarsi su dettagli che acquistano senso per lui nella riflessione post lectionem e, per il lettore, nel suo accostamento con altri frammenti. L’unità deriva dai motivi, dalle intenzioni dell’opera, che sta al lettore cogliere negli episodi minimi, nelle riflessioni filosofiche (molto presenti e che denotano gli interessi extrascolastici dello scrittore-insegnante), nella sedimentazione di storie, vicende, studenti, tutti celati dietro iniziali puntate.

Non si tratta di una lettura, a mio avviso, rassicurante e rasserenante perché la scuola dipinta da Zoppelli non è pettinata, ma rappresentata icasticamente nelle sue problematiche e fatiche quotidiane, che la collocazione nel contesto pandemico, accrescono di molto; vediamo studenti in difficoltà con l’ortografia, tentativi di “classi capovolte” goffe e per nulla performanti, camere da letto che si trasformano in aule durante la DAD, paura nell’esprimere sentimenti ed emozioni, difficoltà nel ristabilire quel contatto con il maestro che tanti mesi di didattica a distanza hanno inevitabilmente reso labile.

Spiegare l’inspiegabile, elevarsi con la Grande letteratura

Ciò che colpisce è, a mio avviso, il continuo interrogarsi dell’autore sulla bontà del suo agire didattico; dal libro emerge una visione della nostra professione come intellettuale, certo, ma soprattutto fatta di tanta artigianalità, di tentativi di creare un ponte tra docente e discenti, in un rapporto sempre da rinegoziare. A volte, però, abbiamo a che fare con contenuti che ci sovrastano, indocili nella celebre definizione di Emanuele Zinato, come quando decidiamo di affrontare la tragedia della Shoah, uno dei temi su cui spesso si sceglie la testimonianza del silenzio, seguendo la lezione di Theodor Adorno.

In silenzio leggo e preparo la lezione per domani. Mi domando come sia possibile descrivere compiutamente e allo stesso tempo dire sentitamente cos’è stato lo sterminio degli ebrei. […] L’insegnamento della letteratura è anche questo? Insegnare Lettere comporta questa responsabilità (etica e civile, prima ancora che didattica), vale a dire insegnare l’atrocità dell’esistenza e l’estrema violenza dell’uomo? Credo proprio di sì (p. 28).

Il libro è costellato di citazioni e richiede un lettore attento per decodificarle; si nota la passione di Zoppelli per i professori-poeti (Pasolini, Quasimodo, Fortini e Zanzotto), ma anche per Montale, Tasso, Manzoni e, soprattutto, per il cinema, i cui riferimenti affollano il piccolo volumetto; la predilezione del docente torinese va però sempre verso coloro che hanno scandagliato le pieghe dell’animo umano, ne hanno rivelato le fragilità e che sente più vicini alla sua sensibilità di professore e di uomo. La lezione della Grande letteratura serve all’autore per spiegare (e per spiegarsi, in una dialettica continua) le difficoltà della scuola, le prove che ci mette di fronte ogni ingresso nell’aula, ma anche per innalzare il dettato in punti in cui la prosasticità sembra prendere il sopravvento.

https://rinascimentomagazine.it/pier-paolo-pasolini-attualita-di-uno-scrittore/

Scavare insieme agli studenti

Ho apprezzato particolarmente la lettura, che ho trovato molto godibile, una sorta di versione minor del volume di Roberto Contu, Il banco e la cattedra, che ho recensito su questo blog (recupera l’articolo qui) e che è anch’esso strutturato come il racconto di un anno di scuola, da settembre a giugno. Non avendo mai frequentato le classi della scuola “media”, mi ha molto incuriosito la necessità di “sporcarsi le mani”, ma anche il tentativo di creare un rapporto misto di empatia e rigore, nella consapevolezza che la scuola è ancora oggi l’unico (o l’ultimo?) presidio di una cultura vista come strumento per conoscere sé stessi e armarsi di un bagaglio di quegli attrezzi necessari per decodificare la complessità, sia essa di ambito tecnico, scientifico e umanistico.

Mi piace quindi concludere questa recensione con un passaggio che ho molto amato, perché viene citata Antonia Pozzi, una poetessa la cui morte è giustamente taciuta a questi ragazzi; la lettura della poesia Acqua alpina permette a Zoppelli di spiegare il suo (che è, in fin dei conti, anche il mio) approccio alla scuola e all’istruzione: munirsi di casco e insieme agli studenti, andare in cerca di significati nel testo, per cercarne, poi, in una realtà esterna sempre più priva di senso.

Come piccoli cercatori d’oro, equipaggiati soltanto della luce viva dell’intelletto che poniamo davanti al nostro casco da minatori, scaviamo nel terreno testuale, smuoviamo la terra per cogliere significati imprevisti, sciacquiamo e risciacquiamo parole, ne sotterriamo altre, analizziamo radici, ci sporchiamo le mani alla ricerca di quel significato insolito, simbolico e mutevole. Risaliamo imbrattati e inzaccherati, con qualche graffio, ma felici di aver portato alla luce il senso ulteriore e nascosto delle parole e quindi del testo: tutto acquista adesso un significato diverso (<«la notte» del penultimo verso non è solo quel momento della giornata senza più la luce del sole…), i versi ci mostrano un’altra faccia, differente da quella immediatamente percepibile. Le parole dissepolte e disseppellite, che si fanno vita, valgono persino più di qualche pagliuzza d’oro (p. 55).

2 pensieri riguardo “Dare senso ai frammenti: “Oltre l’ora di lezione” di Jacopo Zoppelli

  1. Bellissimo articolo e recensione di un testo che devo recuperare, visti gli spunti che propone.

    Il docente come inetto sveviano è la similitudine più calzante, ma c’è anche del kafkiano nella nostra professione…

    ps come film ben riuscito sulla figura del docente consiglio Il club degli imperatori (Michael Hoffman, 2002) dal racconto di Ethan Canin The Palace Thief.

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