L’anacronismo della prima prova dell’Esame di Stato

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Epifanie da commissario

Ore 8.18 di un caldo mercoledì 19 giugno. Mentre sto raccogliendo il numero di carta d’identità e facendo apporre ai maturandi la firma sul foglio presenze della prima prova scritta, la Presidente di commissione chiama 4 studenti a vigilare alle operazioni del plico telematico. Eh già, il plico telematico? Parola da addetti ai lavori, ma che è entrata addirittura nell’Enciclopedia Treccani, che lo definisce così: «documento contenente i titoli delle prove scritte per l’esame di Stato, accessibile per via telematica mediante un codice identificativo segreto». In parole povere, se fino a inizio anni Duemila le tracce della prima prova venivano portate dai Carabinieri o dalla Polizia in una busta, la mattina degli scritti, ora queste vengono preventivamente caricate e “sbloccate” tramite una chiave che viene inviata soltanto alle 8.30 del giorno degli scritti. Tutto futuristico, a prova di hacker (si spera), ma siamo davvero sicuri che non si tratti, in fin dei conti, di una prova fuori dal tempo, rimasta fissata in saecula saeculorum?

Snellimento

A partire dall’anno scolastico 2018-2019, la Prima prova dell’Esame di Stato, se si eccettuano gli anni della piena pandemia con il solo colloquio orale, ha subito un processo di razionalizzazione e snellimento. Ora, in luogo dei pretenziosi “saggio breve o articolo di giornale”, che si esaurivano entrambi nel “centone” dei documenti proposti dalla traccia, di una tipologia C storica scelta dal 2-3% dei maturandi e del refugium peccatorum della tipologia D, il “tema di ordine generale”, sono state introdotte 7 tracce: due di analisi testuale, tre che vogliono saggiare l’analisi e produzione di un testo argomentativo (…) e due che, a partire da una citazione, mirano a far riflettere lo studente, attraverso un testo espositivo-argomentativo, su tematiche di attualità.

Nella mia veste di insegnante di italiano e appassionato di didattica della scrittura, non posso che lodare il tentativo di virare verso l’argomentazione e richiedere la comprensione e analisi di testi, più dello sproloquio per n pagine a base di “padellate” di cavolate dello studente, ma siamo davvero sicuri che una prova del genere, pur didatticamente ineccepibile, non sia un po’ fuori dal tempo? Ho avuto questa epifania quando, durante le 7 ore di assistenza, ho osservato con attenzione i 30 studenti accovacciati su quei fogli a protocollo timbrati, immersi in un rito di iniziazione che però poco ha a che fare con la realtà del mondo esterno.

Offline

Inseriti in una scatola sono gli strumenti di cui ci serviamo ogni giorno per documentarci sull’attualità e, perché no?, scrivere, dal momento che l’avvento dei social ha rappresentato un volano per questa competenza tipicamente umana. Si scrive infatti, non voglio approfondire come, molto più di prima: se prima la scrittura era una prerogativa di chi svolgeva una professione intellettuale, i blog e poi i social ci hanno proiettato in un’epoca dove essa è onnipresente. Smartphone, Apple Watch, tablet, PC, sono diventati prolungamenti degli arti, è vero, ma soprattutto il mezzo attraverso cui docenti e studenti svolgono le loro attività di scrittura, documentazione, approfondimento, ricerca. Mesi fa ho ricevuto una telefonata da un professore universitario che mi chiedeva se avessero disattivato Google Lens, scoprendo, con enorme sorpresa, come questa applicazione permetta di trasformare fotografie di libri in formato testuale. Tutta la nostra giornata scolastica si avvale dell’online: libri digitali, videolezioni, filmati su Youtube, attività collaborative in laboratorio di informatica, consegna di testi su piattaforma, riconsegna del testo da parte del docente debitamente appuntato…insomma, la rete, se sfruttata in modo intelligente (senza affidarsi toto core all’Intelligenza artificiale), può davvero diventare un plus nel processo di insegnamento e apprendimento. Nelle 6 ore, invece, della prima prova scritta, viene spento il router e gli studenti si trovano soli davanti a un foglio, come capita sì, durante le prove scritte di italiano, ma non nella vita reale, in cui qualsiasi professionista può aver accesso alla rete per le attività di documentazione e scrittura.

Immagine reperibile all’url: https://www.affaritaliani.it/cronache/scuola-la-preside-convince-prof-alunni-a-lasciare-i-cellulari-nel-cassetto-816353.html

Scrittura di getto

Ma, ancora più della cosiddetta “assenza di rete”, credo che l’elemento più anacronistico sia la scrittura di getto, quasi obbligata, di un testo nelle poche ore disponibili. La scrittura, infatti, è processo e stratificazione nel tempo di idee, riflessioni, approfondimenti. Quando ho aperto questo blog, nel lontano 2020, pensavo alla scrittura come qualcosa di estemporaneo, che nasceva da un bisogno interiore di comunicare qualcosa al lettore; in realtà, se forse l’immagine iniziale è quella, mi piace paragonare il testo a un rettangolo di plastilina, che viene continuamente modificato, smussato, perfezionato, per consegnarne la versione migliore al lettore. Questo articolo è stato iniziato il 28 giugno, continuato tra il 1 e 2 luglio, rivisto il 4; ho poi proceduto a una stampa su carta per verificare quegli errori che lo schermo non permette di percepire e, finalmente direte voi, l’ho pubblicato oggi, 5 luglio, non prima però di un “controllino” finale. Lo stesso avviene nella stesura di verbali, di progetti e nell’assemblaggio di verifiche scritte: i tempi della scrittura sono lunghi e consegnare qualcosa scritto di getto è impensabile. Ai ragazzi invece vengono proposte tre tipologie di tracce, due fogli, uno per la malacopia e uno di bellacopia, e in poche ore gli si chiede di consegnare un testo su tematiche, spesso, marginali rispetto al loro orizzonte esperienziale. Noi adulti saremmo in grado di farlo meglio?

Documentarsi

«Madonna, quante banalità scrive questo!» «Si vede che non ha idee e vuole impressionarci visto che è una bella penna…» «Il testo è ben scritto, ma è davvero povero di contenuti, poverissimo!».

Sono solo alcune delle frasi ricorrenti che si sentono durante la correzione collegiale della prima prova, statisticamente quella che presente la maggiore differenza tra il voto di fine scrutinio e la valutazione all’Esame: studenti brillanti, con la media dell’8 o del 9 in italiano, si sono visti assegnare un 12/20 (o meno) per il contenuto poco originale, vedendo crollare i loro sogni di gloria e di un voto di diploma consono ai sacrifici del quinquennio. Il problema è che, su alcune tematiche, senza fonti a disposizione (nella forma di articoli, dati, opinioni di esperti) si rischia di accumulare una carrellata di stereotipi, frasi fatte, luoghi comuni. I maligni diranno: sono argomenti alla portata degli studenti che possono avvalersi, tra le altre cose, di un testo d’appoggio, nella tipologia C, e addirittura di un brano di taglio argomentativo nella B (lascio fuori per la specificità la tipologia A, l’analisi e interpretazione di un testo letterario). In realtà ciò non toglie che l’assenza di altre fonti rende la prova davvero ostica, anche per un professionista dell’istruzione che, nella sua attività di preparazione dell’ora di lezione, si avvale di fonti, cartacee e, soprattutto online, consulta diversi siti, nell’ottica di farsi un’idea quanto più estesa del campo d’indagine di cui andrà a parlare. Il mancato approfondimento degli elaborati degli studenti sta, a mio avviso, tutto qui: nelle conoscenze zoppicanti, spesso lacunose, a cui si unisce la mancata possibilità di consultare risorse in rete.

Proposte minime per una prova meno anacronistica: la pars construens

Dopo questo “polpettone” sulle criticità della prima prova scritta, mi piacerebbe avanzare delle proposte che, con la tipica professione di modestia, ho chiamato “minime”. A mio avviso, la sola adozione di una delle tre potrebbe portare davvero un miglioramento a una prova che, insieme alla ceralacca, è quanto di più distante dalla contemporaneità.

  • Proporre una prova al PC strutturata su più ore (magari 8) o più giorni, dando la possibilità agli studenti di rivedere il testo e, con l’eliminazione della malacopia cartacea, accelerare e migliorare il processo di scrittura.
  • Consentire la consultazione di determinati siti online (si possono creare delle white list) e prevedere un software ministeriale con un ambiente protetto in cui comporre il testo; si dovrà inserire un algoritmo per calcolare il grado di originalità del “tema” e scoprire quali parti siano state copiate senza rielaborazione (esiste una funzione analoga in Classroom di Google Workspace). A latere di ciò, trovo grave che nessuno al Ministero abbia previsto una piattaforma con determinate specifiche in termini di sicurezza e privacy, consegnando le scuole nelle mani delle multinazionali Google e Microsoft.
  • Prevedere, nella tipologia B, dei testi veramente argomentativi, in cui si presentino due tesi contrapposte su uno stesso problema. Attraverso la presentazione di due visioni diverse, si potrà finalmente dare la possibilità allo studente di prendere posizione e non ridursi alla ripetizione delle idee di grandi come il Parisi, il Daverio o l’Augias di turno.

Sono dei palliativi, ahimé, perché, ed è un mio mantra, la promozione di un laboratorio di “scrittura che pensa” dovrebbe essere prerogativa di tutto il consiglio di classe, non del solo prof. di lettere perché, spiace dirlo, la percentuale di studenti che ha uno sguardo sul mondo, sull’attualità e può giovarsi di esperienze culturali è sempre meno e, giova ricordarlo, in quinta o si decide di fare seriamente letteratura, con un certo grado di approfondimento o di dedicarsi alla scrittura, sacrificando il dato letterario. Il laboratorio di scrittura porta via ore e, ahimé, se non hai svolto a fine anno almeno i 7-8 autori canonici (Leopardi, Verga, Pascoli/d’Annunzio, Svevo, Pirandello, Ungaretti/Saba, Montale) sei bollato come l’Anticristo.

Un finale polemico

Questo articolo non doveva mai essere scritto. L’idea è nata dopo un episodio che mi ha visto coinvolto in un caso di cyberbullismo in rete giovedì 27 giugno. Avevo postato un carosello su Instagram in cui mi domandavo, in tono interrogativo, se la prima prova, così come era concepita, non fosse un po’ anacronistica (allego la bellissima copertina del post).

Nel coro dei commenti, alcuni entusiastici, altri invece scettici, ma comunque in una cornice di civiltà, mi colpì uno scritto da una di quelli che ora si definiscono influencer didattici, ovvero colleghi che, arrivati a più di 10.000 followers, iniziano a guadagnare dai social con inserzioni a pagamento, corsi per poveri disgraziati che ambiscono al ruolo e vogliono il riassunto del pedagogista in un reel di 3 minuti; nei casi migliori arrivano addirittura a scrivere libri di dubbia qualità. Una di queste influencer si prese la briga di andare sul mio profilo e stendere il commento che riporto, ovviamente, tagliandone l’autrice.

Questo commento, a mio avviso, è sintomatico dell’immobilismo della scuola italiana, un carrozzone che va avanti da decenni allo stesso modo, imbiancando le pareti, riempiendo le aule di LIM e tablet, ma rimanendo, alla fine, sempre uguale a sé stesso: valutazioni, circolari, piani di studio, debiti, classi pollaio sono le medesime caratteristiche della scuola di trenta-quaranta anni fa. Da docente sento sempre il desiderio di rinnovare il mio modo di fare e mi intristisce, purtroppo, che una riflessione sul cambiare qualcosa che è evidentemente scollato dalla realtà, debba finire con la censura e con l’eliminazione di un post per shitstorm. Dovremmo invece istituire dei tavoli di confronto per cambiare davvero la scuola perché, a mio avviso, mala tempora currunt, sed peiora parantur.

7 pensieri riguardo “L’anacronismo della prima prova dell’Esame di Stato

  1. Quest’anno alla maturità abbiamo dato alcuni voti discreti a chi invece meritava un voto più alto, proprio per mancanza di contenuti. Del resto, già al biennio io assegno la traccia 24 ore prima del tema in classe e i risultati sono apprezzabili. Il problema resta l’organizzazione dell’esame di stato, anche, ma non solo, per alunni DSA o chi ha il sostegno. Senza parlare di chi senza mai aver avuto insufficienze durante l’anno si ritrova con un 9/20 in prima prova…

    Non preoccuparti per i misoneisti, Matteo, tu continua per la tua strada di auspicato rinnovamento didattico.

    Ps Io sarei più distruttivo, lascerei solo l’esame orale, modificandolo quanto basta perché permette allo studente di mostrare non solo i contenuti e le competenze acquisite, ma anche la ricchezza della sua crescita personale. Da questo punto di vista, se ben fatti, PCTO e Capolavoro possono aiutare.

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      1. Non è niente di particolare, comunico via mail le tracce, così gli studenti possono iniziare a fare una web quest e il giorno dopo sanno come partire nello svolgimento dell’argomentazione, curando al contempo la forma. Per le citazioni metto un limite massimo di parole e devono poi inserire a pià di pagina la fonte, che ovviamente dev’essere affidabile. Noto che già al biennio sono interessati a temi etici di un certo spessore, specie le ragazze.

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    1. L’ultima maturità che ho fatto da commissaria interna è stata quella del 2021. Prevedeva, se ricordi, solo il colloquio orale. E’ stato in assoluto il miglior esame cui ho assistito, quello in cui gli studenti hanno dato il meglio di sé. Qualcuno penserà: non sanno scrivere, vogliamo togliere anche lo scritto? Io mi sono laureata in Lettere (vecchio ordinamento) senza aver mai fatto un esame scritto. Non dico altro.

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  2. Caro Matteo, mi trovi d’accordo su tutto. In particolare condivido l’amara conclusione e lo dico in veste di prof ormai in pensione che ha sempre cercato di innovarsi, anche per sconfiggere la noia personale, incontrando spesso dei muri. Quello che a me fa davvero orrore e paura, per citare la simpatica influencer, è proprio l’incapacità che hanno molti colleghi di dire la verità, lasciandosi cullare dal rassicurante vabbè, le cose stanno così ma cosa ci possiamo fare? Mi fa paura e orrore il fatto che gli studenti e le famiglie si fidino sempre meno dei docenti, avanzino pretese di voti alti e promozioni facili perché, a loro dire, non si può pretendere che questi poveri ragazzi e ragazze sprechino tutto il tempo a impegnarsi per fare cose poco interessanti e appassionanti. Mi fa paura e orrore il fatto che i soloni dell’educazione continuino a puntare il dito sugli insegnanti, che non s’impegnano abbastanza, che non hanno motivazioni (perché anche lo stipendio non è un granché… come se davvero lavorassero per quello, certamente si deve vivere, ma per me, per te, per moltissimi altri l’insegnamento è vita, non vorremmo mai sprecare il talento e la passione per chi non dà valore a quello che facciamo) e non sono abbastanza “affettuosi” o empatici, perché i giovano d’oggi bisogna pur capirli. E a noi chi ci capisce? Chi ci ascolta? Chi ci rassicura, quando abbiamo bisogno di capire se ciò che facciamo è giusto? Chi ci ascolta, partendo dai piani alti? Non c’è bisogno di grandi riforme (ogni governo, appena nomina la parola “riforma”, suscita terrore), ma di una scuola più umana, sì, e comprensiva, anche, nei confronti di tutti, però. Soprattutto nei confronti di chi ha scelto la professione di insegnante e vuole svolgerla nel modo più gratificante possibile, senza frustrazioni. Come vedi ancora non riesco a prendere le distanze da quello che ormai non è più il mio ruolo attivo. Succede, soprattutto quando si ha amato tanto il proprio lavoro. Sinceramente sono felice di essere in pensione ma mi spiace per te e per molti altri colleghi che di fronte a loro vedono, come hai scritto alla fine del post, il peggio.

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