Idee per l’accoglienza: scrivere per conoscere sé stessi e gli altri

Tempo di lettura stimato: 16 minuti

«Trovare parole per ciò che si ha dinanzi agli occhi: quanto può essere difficile. Ma quando esse arrivano, allora è come se battessero con dei piccoli colpi di martello contro la superficie del reale fino a sbalzarne come da una lastra di rame, la forma». (W. Benjamin, Immagini di città)

Non ho mai amato la scrittura creativa: l’ho sempre vista come un’attività improvvisata, estemporanea, frivola, lontana dal rigore e dalla precisione della scrittura saggistica e giornalistica; la mia avversione si è poi acuita durante gli ultimi anni di università quando, non so se per venire incontro a una moda dilagante o per altri motivi a me ignoti, sono proliferati i “Laboratori di scrittura creativa” che, incredibilmente, venivano indicati come alternativi al tirocinio o, addirittura, al “Laboratorio di traduzione dalla lingue classiche”, come se il serio (e duro) lavoro sulla resa in italiano della prosa ipotattica di Cicerone si potesse paragonare a scritti volti a scimmiottare gli Esercizi di stile di Raymond Queneau

Nella primavera del 2013 è però avvenuto un incontro che mi ha consentito di guardare con occhi diversi esperienze lontanissime dalla mia formazione, avvenuta a pane e filologia: ho conosciuto, in occasione del Premio Narrativa Bergamo, Adriana Lorenzi (qui la sua bibliografia), cara amica della moglie del mio docente tutor durante il TFA e, tra una chiacchierata e l’altra, siamo rimasti in contatto anche negli anni successivi.

L’aspetto che più di ha colpito di Adriana Lorenzi è stato il tatto con il quale interloquiva tanto con gli autori dei romanzi in concorso (taluni scrittori spocchiosi e visibilmente scocciati di dover scendere dal loro Olimpo per mescolarsi col profanum vulgus) quanto con gli studenti; ho poi intuito che tale sensibilità (non comune) derivava da un’esperienza che conduceva dal 2002: il laboratorio di scrittura con i detenuti del carcere di Bergamo, che aveva dato vita al giornale «Spazio. Dario aperto dalla prigione», di cui era direttrice editoriale (metto il link a un numero del 2016 per i curiosi e all’ultimo lavoro della scrittrice, dal titolo Dalla parte sbagliata, per gli insegnanti interessati alla scrittura nell’universo carcerario). Come ha riportato in un’intervista a un quotidiano locale (qui), «Il laboratorio di scrittura è [per i carcerati] un modo per mettersi in gioco, per mettere nero su bianco le proprie emozioni, sensazioni, paure e attese mentre si sta scontando una pena. […] Molti all’inizio partecipano per trascorrere il tempo, per non annoiarsi, ma poi la passione per la lettura e la scrittura rende il sopravvento. Ed è così che i detenuti dello spazio “Scrivere in carcere” sono anche giurati del Premio Narrativa Bergamo”».

Adriana Lorenzi, immagine reperibile all’url https://www.societadelleletterate.it/2012/10/lorenzi-adriana/

Sono rimasto affascinato da questa sua sensibilità, ma anche dalle citazioni che, da “esperta di librologia“, snocciolava durante gli incontri con gli autori; singolare è poi la sua capacità di scoprire, attraverso i gusti letterari di ognuno dei partecipanti ai laboratori di lettura e scrittura, aspetti della loro psicologia (Adriana Lorenzi ha condotto, va ricordato, laboratori di scrittura anche nella facoltà di Scienze dell’Educazione all’Università di Bergamo). Così, quando il proprietario della scuola paritaria dove insegnavo nel 2014 stava progettando le attività integrative del nuovo anno scolastico, le ho subito telefonato per richiederne la presenza in un laboratorio di scrittura pomeridiano rivolto a ragazzi del triennio.

Durante gli incontri di Enjoy your writing (questo il nome del progetto) le ragazze e i ragazzi di terza liceo si sono cimentati con la scrittura creativa, attraverso esercizi come il gioco della sigaretta (e altri ancora) ma, secondo le indicazioni della formatrice, per lasciare spazio alla creatività e non inibire i partecipanti con la presenza dei loro docenti di lettere, io stesso non sono stato presente fisicamente agli incontri. L’esperta si ispirava, infatti, all’esperienza degli atéliers d‘écriture di matrice francese, che considerano la scrittura non un fine ma un mezzo di crescita, di sviluppo personale, di relazione con gli altri (facilitata dalla disposizione in cerchio nell’aula); l’importante è sbloccare la fantasia e svincolarsi dalla paura del giudizio di quanto scritto, tratto (ahimé) caratteristico della scrittura scolastica. L’assenza dell’insegnante, nelle prime fasi, può essere quindi un vantaggio per il gruppo di scrittori. L’obiettivo dei 5 incontri era quindi di acquisire un rapporto confidenziale con la scrittura e le sue potenzialità partendo dai suoi aspetti ludico-creativi. Sono caratteristiche molto importanti, che mette in luce anche Adriano Colombo (uno dei più grandi esperti di argomentazione) nell’articolo Tipi e forme testuali nel curricolo di scrittura (consultato online qui); nel contributo lo studioso del GISCEL si sofferma brevemente su vantaggi e limiti della scrittura creativa: «essa può, tra l’altro, incoraggiare la voglia di scrivere liberando la scrittura dall’associazione con idee di compito faticoso e noioso, favorire la fluenza e la fluidità inventiva, contribuire a ristabilire un contatto tra la parola scritta e l’esperienza, che rischia di venir meno nelle generazioni giovani. Quello che la scrittura creativa non può fare è favorire la pianificazione testuale e dunque l’uso della scrittura come strumento del pensiero». Ecco quindi la necessità, come sottolinea sempre Colombo, nell’articolo Tipi e forme testuali nel curricolo di scrittura, di «praticare una varietà di testi, tipologicamente differenziati»: la scrittura creativa avrà obiettivi diversi rispetto a quella espositiva e argomentativa, ma tutte concorreranno a far maturare delle competenze di scrittura utili nella vita di tutti i giorni. L’errore più grande che può fare un insegnante di italiano è infatti limitarsi a una sola di queste tipologie testuali.

Non potendo presenziare agli incontri, ho acquistato, negli anni successivi, per rubare qualche “segreto del mestiere” il bellissimo saggio della Lorenzi dal titolo Le sette lampade della scrittura, edito da Erickson (presente nelle biblioteche, anche universitarie, e acquistabile online cliccando sul link ma, ahimé, al momento fuori stampa); l’obiettivo era di approfondire meglio queste pratiche così lontane dalla mia formazione e, da settembre 2016, questo volumetto mi accompagna sempre nei primi giorni di scuola, nella fase dell’accoglienza delle classi (prime, ma talvolta anche terze).

Il volume consta di due parti che si possono leggere separatamente anche perché, per passare alla seconda, va capovolto il libro: dopo tre capitoli introduttivi, dal titolo La scrittura quale pratica trasformativa, La librologia e La fabbrica dell’esperienza, i 7 capitoli delle due sezioni sono simmetricamente dedicati a quelle definite come lampade che, come scrive l’autrice nell’Introduzione, per chi partecipa a questi laboratori di scrittura creativa, «sono capaci di guidare il cammino dentro il labirinto della loro memoria, conquistandoli a una pratica narrativa che necessita di una buona dose di pazienza e di perseveranza per non abbandonare l’avventura e per arrivare alla meta» (A. Lorenzi, Le sette lampade della scrittura. Percorsi di crescita personale attraverso le storie di vita, Erickson, Trento 2016, p. 11)

Le 7 lampade della scrittura, ovvero Vocazione, Coraggio, Memoria, Fatica, Verità, Gratitudine, Dignità sono approfondite, nella prima parte del volume, facendo costante riferimento a suggestioni letterarie; per fare un esempio, nel cap. 4, intitolato La lampada della fatica, Adriana Lorenzi cita Virginia Woolf che definisce «la fatica,[…] la sfacchinata […] appalling: spaventosa, terribile, ma che fa andare avanti con lo sguardo puntato verso il traguardo da raggiungere» (A. Lorenzi, op. cit., p. 79). L’autrice introduce quindi degli autori che hanno indagato, nelle loro opere, queste caratteristiche degli esseri umani: Edith Bruck è citata per il valore dato alla memoria nel suo Signora Auschwitz. Il dono della parola; Lalla Romano per la verità dimostrata in Una giovinezza inventata, Grace Paley per la gratitudine nel racconto Debiti (i lettori attenti avranno notato sicuramente la prevalenza delle scrittrici femminili, in una sorta di controcanone, per citare il recente volume di Johnny L. Bertolio edito da Loescher).

Venendo alla proposta didattica per le giornate dell’accoglienza, a mio avviso, la parte più interessante e ricca di spunti per il docente di Lettere è quella operativa, presente nella seconda parte del volume, nella quale Lorenzi propone, rispetto alle stesse 7 lampade, attività di scrittura a partire da estratti di romanzi, «affinché ciascun lettore entri, a propria discrezione, con i propri tempi, nel memory play e si addomestichi sia all’utilizzo di ciascuna lampada, sia agli esercizi di scrittura capaci di aiutarlo ad alzare il sipario sugli scenari del passato più o meno lontano» (A. Lorenzi, op. cit., p. 18).

In questi anni ho sperimentato con successo, nella settimana dell’accoglienza, le attività proposte nel volume, ovviamente cambiando spesso tipologia di scrittura, per evitare la ripetitività e l’automatismo, a mio avviso tra le due malattie peggiori per noi insegnanti. Vorrei approfondirne tre: “Il gioco di Barthes“, “Le ricette” e “Devo a…“. Si tratta di proposte di scrittura creativa che ho introdotto a settembre a partire dal 2016 e devo dire che mi hanno fatto conoscere gli studenti più di qualsiasi “tema”, parola che odio, ma che rende bene l’idea dello sproloquio per un numero indefinito di colonne su contenuti personali. Attenzione: spesso i testi realizzati si configurano come elenchi, impressioni, perché quello che conta non è l’organicità, ma la scrittura per scavare in sé stessi e conoscere gli altri. Credo però che questi siano gli obiettivi di qualsiasi “accoglienza” ben costruita. L’organicità si può allenare, come sostiene Colombo, con altri tipi di testo, mentre qui le finalità prime non sono infatti la coerenza e la coesione…

Partiamo dal celeberrimo gioco di Barthes, ovvero l’enumerazione di elenchi di cose che piacciono e non piacciono. Prima di iniziare, va ovviamente proiettato alla LIM il testo tratto da Barthes di Roland Barthes

Mi piace

l’insalata, la cannella, il formaggio, i condimenti, le paste di mandorle, l’odore del fieno tagliato (mi piacerebbe che un “naso” fabbricasse un profumo simile), le rose, le peonie, la lavanda, lo champagne, le posizioni leggere in politica, Glenn Gould, la birra freddissima, i cuscini piatti, il pane tostato, i sigari Avana, Haendel, le passeggiate moderate, le pere, le pesche bianche o di vigna, le ciliege, i colori, gli orologi, le penne stilografiche, le piume per scrivere, le portate intermedie, il sale crudo, i romanzi realistici, il piano, il caffè, Pollock, Fourier, Ejzenstein, i treni, il vino Médoc, il Bouzy, avere degli spiccioli, Bouvard e Pécuchet, camminare coi sandali di sera nelle stradine del Sud-Ovest, la curva dell’Adour vista dalla casa del dottor L., i Marx Brothers, il serrano alle sette del mattino mentre si esce da Salamanca, ecc.

Non mi piace

I cagnolini lulù bianchi, le donne coi calzoni, i gerani, le fragole, il clavicembalo, Mirò, le tautologie, i cartoni animati, Arthur Rubinstein, le ville, i pomeriggi, Satie, Bartok, Vivaldi, telefonare, i cori dei bambini, i concerti di Chopin, le bransles della Borgogna, le danze rinascimentali, l’organo, M.A. Charpentier, le sue trombe e i suoi timbali, il politico-sessuale, le scene, le iniziative, la fedeltà, la spontaneità, le serate con gente che non conoscono, ecc.

Mi piace, non mi piace: il che non ha nessuna importanza per nessuno; il che, apparentemente, non ha senso. E però tutto questo vuol dire: il mio corpo non è lo stesso del vostro.

CONSEGNA

Scrivi un elenco delle cose che ti piacciono e non ti piacciono iniziando con l’enunciazione “mi piace” e “non mi piace”.  Se non ti vengono in mente le cose che ti piacciono, riempi la colonna delle cose che non ti piacciono… Puoi indicare tutto ciò che vuoi: persone, oggetti, libri, azioni, sentimenti.. Hai 20 minuti di tempo per scrivere. Ovviamente le cose che ti verranno in mente in questi minuti non sono “assolute”: in un altro momento o con più tempo a disposizione te ne verrebbero in mente altre.

Per quanto concerne questo esercizio, accessibile anche al I grado, ho provato, nei miei tentativi per prove ed errori (cit. Edward Lee Thorndike) a proporlo in tre modalità: analogica, digitale, anonima, usando rispettivamente carta e penna, padlet e, nel terzo caso, chiedendo agli studenti di non scrivere nome e cognome, ma facendo leggere le loro scritture, in un secondo momento, dai compagni. Devo ammettere che l’ultima modalità è assolutamente da evitare, perché non restituisce nulla dell’individualità dell’alunna o dell’alunno, quella digitale utile solo in ottica ecologica, ma la migliore è ancora quello che consiste nel far leggere a ciascun studente di prima il suo elenco scritto su carta e chiedere a un compagno quale elemento lo ha particolarmente colpito. Devo subito anticipare che occorrono due ore per svolgere questo laboratorio di scrittura in modo adeguato, ma i risultati sono sorprendenti, specie quando si deve motivare la scelta di un elemento (resterà epico il “Mi piace restare a sentire l’odore di benzina al distributore”). Un anno ho composto io stesso, nello stesso tempo concesso ai ragazzi, il mio personale mi piace / non mi piace: credo sia stato un ottimo strumento per farmi conoscere anche come persona e non solo come loro futuro insegnante di lettere.

Veniamo ora alla seconda proposta: nel capitolo Le lampade della memoria viene inserita un’attività dal titolo Le ricette, ispirata al libro di Andrea Vitali, Le Tre Minestre, edito da Mondadori Electa nel 2012: in quel racconto autobiografico le tre minestre sono in realtà le tre ministre, ovvero le tre zie che hanno accompagnato l’infanzia dell’autore. La narrazione include anche delle ricette, che sono lo strumento per far riaffiorare ricordi e dipingere uno spaccato di provincia molto vivido; ne Le lampade della scrittura, la proposta di scrittura consiste infatti nello scrivere la ricetta di un piatto che è caro agli studenti e di raccontarne la storia. Ecco il testo da cui partire.

Adriana Lorenzi, Le sette lampade della scrittura, Erickson, Trento 2016, p. 81.

A differenza del gioco di Barthes, questa attività di accoglienza è, a mio avviso, più impegnativa, ma allo stesso tempo emozionante: impegnativa perché ricordare gli ingredienti e la preparazione di un piatto richiede memoria, dato che bisogna scegliere con attenzione quale ricetta del cuore descrivere e raccontare con precisione (onde evitare figuracce coi nuovi compagni!); spesso tale attività si rivela assai emozionante perché la ricetta si lega sempre a persone, momenti, ricordi (spesso amari). Porterò sempre con me i brividi (con annesse lacrime) nell’ascoltare la ricetta della torta di ricotta e cioccolata preparata dalla madre di una mia alunna scomparsa prematuramente, così come le tante preparazioni “straniere” (penso alla Burek, torta salata ripiena di carne trita raccontatami da una studentessa bosniaca), che mi hanno fatto conoscere storie e costumi di studenti non italofoni. In quelle parole “straniere” io come docente e gli studenti come sodales abbiamo fatto un viaggio in una cultura altra, abbiamo apprezzato riti, tradizioni, superstizioni, religioni diverse, arricchendoci non soltanto culturalmente, ma anche emotivamente. Ecco, consiglio vivamente quest’attività di scrittura creativa per classi composte da molti studenti stranieri: la ricetta presuppone l’uso del modo imperativo e del tempo indicativo presente, consentendo di unire tempi grammaticali di “base” (accessibili a chi ha competenze in italiano da consolidare) a termini stranieri, ovviamente intraducibili.

L’ultima proposta, inserita nella lampada della gratitudine, si intitola “Devo a…” e prende spunto dai Colloqui con sé stesso di Marco Aurelio, che qui riporto.

Il testamento di Marco Aurelio

Da Nonno Vero ricevetti bontà e pacatezza d’animo

Dalla fama e dalla memoria rimasta di colui che mi generò, carattere schivo ed energico.

Da mia madre: sentimento religioso, altruismo, inoltre semplicità di vita e avversione per il modo di vivere dei ricchi.

Dal bisnonno: il non aver frequentato le scuole pubbliche, ma avere in casa buoni insegnanti.

Dal mio istitutore: la resistenza alla fatica, il sapere fare da sé, il non ingerirsi in fatti altrui.

Da Diogene: il disinteresse per ciò che è fatuo, il non allevare le quaglie, aver scritto dei dialoghi quand’ero fanciullo; aver desiderato il lettuccio coperto di pelli e tutte le altre cose che fanno parte dello stile greco.

CONSEGNA

Avete 30 minuti di tempo per scrivere nella stessa forma di elenco le persone alle quali riconoscete il merito di avervi trasmesso alcune abitudini, comportamenti, abilità che vi caratterizzano. I tuoi “devo a…” non saranno assoluti, ma quelli che ti verranno in mente in questo particolare momento 😊.

In una società in cui ci si ripiega spesso su sé stessi e si fatica a dire grazie, esercizi di questo tipo «aiutano a fare i conti con le tante persone che ci hanno fatto essere quello che siamo» (A. Lorenzi, op. cit., p. 125); lungi dall’essere un elenco di debiti verso persone che, ahimé, non leggeranno tali ringraziamenti, questa attività di scrittura permette di capire quali sono le persone che hanno plasmato le caratteristiche comportamentali degli studenti del nostro gruppo classe in formazione, a far capire loro la necessità dell’altro e, in ambito scolastico, l’importanza della fiducia (verso compagni e INSEGNANTI) e dell’aiuto reciproco, aspetti spesso sottovalutati nel clima di sospetto reciproco e di deriva solipsistica in cui siamo immersi.

Perché, per concludere, l’accoglienza non dovrebbe essere solo una sterile etichetta appiccicata ai primi giorni di scuola, ma un atteggiamento PERMANENTE nel nostro rapporto con gli alunni, dalla prima elementare alla quinta superiore. E la scrittura, così come la letteratura, racchiudono, superfluo ripeterlo, delle potenzialità infinite, per conoscere sé stessi e gli altri.

3 pensieri riguardo “Idee per l’accoglienza: scrivere per conoscere sé stessi e gli altri

  1. C’è scrittura creativa e scrittura creativa, non penso sia da demonizzare, anche se ho dovuto sorbirmi un corso all’università di questo tipo che durava qualcosa come otto ore al giorno per una settimana di fila (e, sì, sostituiva il tirocinio). Il testo di Raymond Queneau è un capolavoro nel suo genere, lo consiglierei a chiunque.
    Venendo al libro di Adriana Lorenzi (che ho trovato nella biblioteca del mio liceo) posso dire che è una lettura con alcuni spunti interessanti, ho avuto l’occasione di incontrare l’autrice a Bergamo mentre interagiva con delle ragazze di un liceo delle Scienze Umane (all’interno della compagine del Premio Bergamo) e devo dire che è una persona dalla cultura notevole e con una passione autentica per la lettura, intesa anche e soprattutto come risorsa sociale.
    Gli spunti che propone per invitare i più giovani alla scrittura vanno bene anche alle medie e per eventuali NAI, forse gli elenchi di Barthes sono un po’ datati ma l’idea è giusta. Ce ne sono davvero tanti elencati, c’è l’imbarazzo della scelta.
    Penso in definitiva sia un’attività vincente, così come chiedere ai ragazzi di parlare dei loro dischi, serie tv, libri preferiti.
    L’ultimo paragrafo del tuo articolo, Matteo, è sacrosanto.

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    1. Sì, gli elenchi di Barthes, difatti, sono consigliati anche per il primo grado. Il grosso problema è che quel libro non è più in commercio, sic! Ho anche sperimentato la proposta “La mia più grande bugia” e sono uscite davvero delle belle narrazioni, ma le ho progettate non nell’accoglienza, ma in corso d’anno

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  2. Non sono una grande sostenitrice dell’accoglienza come insieme di attività contenute in una cartellina che si chiude dopo una settimana. Mi viene più naturale avere un atteggiamento accogliente. Ma in molte scuole non si può decidere e bisogna adeguarsi. La scrittura creativa su modello può essere un compormesso.

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