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Un giovane protagonista, ancora
Quando si pensa alla produzione di Niccolò Ammaniti, vengono subito in mente i personaggi di Michele, il bambino protagonista di Io non ho paura, vincitore del Premio Viareggio, ma anche di Lorenzo, quattordicenne al centro di Io e te. Si tratta di romanzi di sicuro successo, che si caratterizzano per storie ben costruite e, soprattutto, per una lingua chiara e cristallina, tanto che Ammaniti è spesso incluso nelle antologie del biennio e la sua produzione accessibile anche per un pubblico in età scolare, capace di identificarsi con i protagonisti delle vicende narrate.
Così, in cerca di una lettura destinata a una classe terza, ho acquistato Il custode, ultimo romanzo dello scrittore romano, pubblicato nel marzo del 2026 da Einaudi nella collana Stile Libero. Anche al centro di questa vicenda c’è un adolescente, il tredicenne Nilo Vasciaveo, il custode di un essere incredibile che risiede nel bagno dell’abitazione in cui vive insieme alla madre Agata e alla zia Rosi. Le due donne ufficialmente lavorano e vendono marmo, ma quel marmo e quelle statue sono prodotte, in realtà, dalla dea Medusa.
Un inizio sconvolgente
La storia, ambientata a Triscina, piccolo borgo nell’estremo sud della Sicilia, affacciato sul mare, si apre in modo sconvolgente, con un omicidio, che immerge subito il lettore nel contesto degradato e criminale che sarà la cifra di tutto il romanzo.
Si chiamava Jacques qualcosa e arrivava da Parigi in bicicletta. Aveva attraversato l’Italia ed era venuto giù in Sicilia con il sogno di salire sulle bocche dell’Etna. Non ci riuscì, perché il filo della sua esistenza si incrociò con la nostra e la sua fine ha dato inizio a questa storia. La sfortuna del ciclista fu fermarsi a pochi metri da dove ‘u Scunsulato e Santino stavano soffocando il notaio Scordato (N. Ammaniti, Il custode, Einaudi, Torino 2026, p. 5).
L’omicidio del Notaio coinvolge quindi il ciclista francese il quale, caduto a terra con uno zigomo rotto, viene portato nella casa dei Vasciaveo, che custodiscono nel bagno la soluzione mostruosa per eliminare il testimone del crimine:
Mamma, cieca, ha abbassato la maniglia e la zia, che spiava insieme a me, mi ha tirato indietro. Ci siamo guardati mentre sentivamo il poveretto che urlava, la porta del bagno che si richiudeva di colpo, ancora un urlo, un altro, un altro ancora, i pugni sul legno e silenzio. Il perfetto silenzio di cosa nostra (p. 16).
Un romanzo di donne
L’innesco del romanzo è dato quindi dalla presenza di Jacques sul luogo del delitto e dal contemporaneo arrivo, a Triscina, della moglie Arianna e della figlia Saskia, intenzionate a passare, in attesa del marito, una o due settimane nello squallido locale affittato dalla madre di Nilo:
L’appartamento era spoglio, senza quadri, il bianco sporco dei muri era interrotto dalle tendi verdine come il pavimento di gres porcellanato. Le sedie di plastica, i mobili scadenti di Mondo Convenienza con gli angoli sbeccati che mostravano il truciolato di cui erano fatti. Le reti senza testiera. I materassi chiazzati dall’umidità, la stoffa azzurrina sbiadita dal tempo e macchiata dal sole. Ogni cosa era improntata all’economia (p. 30).
Il custode, che reca la dedica alle donne della mia vita, è un romanzo abitato da presenze per lo più femminili, che si dispongono in coppie antinomiche: da una parte abbiamo le Vasciaveo, con la madre, Agata, infermiera in una clinica per vecchi e la zia Rosi, ninfomane però sottomessa alla sorella; dall’altra invece c’è la coppia formata da Saskia e Arianna, rappresentanti di una femminilità uterina e degradata, tanto che Arianna cerca di sbarcare il lunario attraverso foto, video e dirette su Onlyfans. Tra le coppie si crea una relazione giocoforza oppositiva: Agata non vuole che Nilo frequenti una tossica e una figlia che non va neanche a scuola, ma l’attrazione del proibito porterà il tredicenne a visitare di continuo le ospiti e a contravvenire ai diktat materni. Tuttavia c’è una quinta figura femminile ben più importante, che rappresenta l’elemento soprannaturale, orrorifico del breve romanzo di Ammaniti: Medusa, il cui nome deriva, non casualmente, dal participio presente del verbo médein, che significa “signoreggiare”, “proteggere”, “custodire”. Nilo quindi è il custode di una custode…
Far cozzare mito, mafia e Onlyfans
L’elemento più disturbante e, a mio avviso, respingente, de Il custode è proprio la presenza di Medusa, la cui genealogia viene raccontata nel capitolo 5 e ripresa nel capitolo 8; Ammaniti è molto abile nel legare la storia di Fidia, «che apparteneva alla nobile famiglia dei Vaskiabeos», a quella di Nilo e della sua famiglia:
Fidia sognava di diventare scultore, ma non era così capace. La musa per conquistarlo gli diede in dono Medusa. Lo scultore la teneva nel suo grande studio accanto al Partenone, dove portava puttane, spiantati e assassini, e si prendeva il merito delle sculture (p. 55).
Durante la tarda antichità, infatti, Teodosio aveva messo una taglia sulla testa di Medusa ma, come racconta Agata, «la mia famiglia la nascose in una botte e la portò con una trireme nella Trinacria, l’attuale Sicilia. Sbarcarono ad Agrigento e da allora sono passati millecinquecento anni. L’abbiamo curata e protetta, lavata e aiutata a fare la muta, come i serpenti» (Ibidem).
Dalla Grecia, quindi, questo essere mitologico si ritrova barricato nel bagno della squallida dimora dei Vasciaveo, custodito, da cui il titolo del romanzo, da Nilo e dalla sua famiglia: così si spiegano l’ossessione di Agata di tenere il bagno chiuso con tre lucchetti, il divieto di far salire i corrieri in casa, così come l’imperativo di avere sempre qualcuno a presidiare l’abitazione. Mito e quotidianità quindi si mescolano, in Ammaniti, con la madre che possiede i testi di Omero e parla in greco antico a Medusa, raffigurata, nel cap. 14, nell’atto di guardare la televisione con la sua custode, con i serpenti sulla testa tenuti a bada da un cuscino.
Un romanzo di formazione?
Una lettura attenta de Il custode porta a inserirlo, a mio avviso, nel genere del romanzo di formazione; il protagonista, Nino, è ritratto, come altri personaggi di Ammaniti, nell’età dell’adolescenza e nel corso dell’opera sperimenta l’amore, con l’infatuazione per la trentenne Arianna, che però sarà pronta a ridimensionare le profferte amorose di un ragazzino che potrebbe essere suo figlio. Pur senza eccessi comportamentali, Nilo è un personaggio che vuole liberarsi dal giogo materno, per diventare del mondo esperto. Ammaniti, dopo il rito di iniziazione costituito dal lavaggio di Medusa, descritto con dovizia di particolari nel capitolo 14, lo descrive come desideroso di fuggire dal claustrofobico e castrante contesto familiare, ma gli eventi delle ultime pagine renderanno impossibile il suo ingresso nell’età adulta. Siamo di fronte, quindi, a una formazione mancata.
Un romanzo di soglie, ma sbrigativo
Se dovessi definire Il custode, userei la definizione, ormai ahimé inflazionata, di page-turner: il romanzo si legge in poche ore e sono sicuramente apprezzabili l’incipit, con il ciclista Jacques trovatosi nel posto sbagliato al momento sbagliato e il finale, con il faccia a faccia Nilo-Medusa e il flashback che racconta il parto mostruoso di Medusa capace di chiarire, a ritroso, alcuni snodi narrativi del romanzo.
Medusa era stesa a terra, stretta tra il muro e la vasca, un lenzuolo bianco le copriva il capo e si agitava come un mare in tempesta, restavano fuori il ventre dilatato, le lunghe gambe spalancate e contratte dal dolore. Mia madre si mise davanti. Mia zia dietro (p. 165).
Il cozzare di stili e generi, però, non è particolarmente riuscito, così come il mescolamento di basso e alto, con il riferimento alle dirette di Onlyfans di Arianna e le descrizioni degli shooting fotografici della donna legata per eccitare i fans, alternati a brani classicheggianti, relativi alle origini di Medusa, che cercano di introdurre il mito nella prosa di una comunità degradata e dedita alla delinquenza.
La brevità dell’opera, di sole 165 pagine, se da un lato ne consente letture multiple, che possono illuminare aspetti del romanzo magari non colti in una prima lettura, dall’altra è indicativa di un mancato approfondimento di trame, personaggi e ambienti, che sicuramente una cinquantina di pagine in più avrebbero illuminato con maggiore chiarezza.
Il giudizio, quindi, è di un romanzo sciapo e raffazzonato, in cui un’idea forte, ovvero la presenza in un bagno di Medusa, che fa diventare pietra qualunque cosa le si presenti davanti agli occhi, non viene adeguatamente sfruttata, creando un’opera irreale, ma soprattutto con una costruzione narrativa non all’altezza di altri romanzi di Ammaniti.