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Se si fa una ricerca in rete su Michael Micci, si troverà il suo nome associato all’Islanda e alla traduzione commentata di testi del medioevo nordico come La saga degli abitanti del Vápnafjörðr, uscito nel 2023 per Edizioni Dell’Orso, e La saga di Nitida. Un racconto cavalleresco islandese, pubblicato nel 2024 da Carocci. Ciò non sorprende: dopo la laurea in Lingue e letterature straniere presso l’Alma Mater Studiorum di Bologna, Micci ha trascorso ben 8 anni in Islanda, insegnando Lingua italiana e conseguendo qui un dottorato di ricerca in Letteratura medievale. Se però si va più a fondo, andando oltre il curriculum accademico del ricercatore di Filologia e linguistica germanica all’Università di Bergamo, si scopre una personalità poliedrica, ricca di passioni, che spaziano dal teatro alla poesia.

Dopo una serie di liriche spicciolate, nelle scorse settimane è infatti uscita per l’Editore barese RPlibri la prima raccolta poetica di Micci intitolata Epica dell’abbandono (acquistabile qui), un titolo quanto mai attuale, in questa estate 2026 in cui tutti ci stiamo riscoprendo, grazie a Nolan e al suo film The Odyssey, esperti di epica, mito, Ulisse, Penelope e altri personaggi omerici. È lo stesso Micci a dichiarare in modo esplicito, nella poesia incipitaria, intitolata Per anni, la spinta che l’ha portato a comporre versi:
Per anni
ho posseduto
parole poi
perse.
Tanta prosa
Poche rime
poesia quasi sempre
per il perduto amore.
Poi un giorno
a passeggio per la Tate Modern:
una timida fitta violenta
di dolore.
In questi versi liberi in cui la verticalità funge da “evidenziatore” di alcune parole-chiave, l’io lirico afferma di aver sempre preferito la prosa alla poesia, ma un giorno, mentre vagava, moderno flâneur, per le stanze della Tate Modern, ha sentito una fitta di dolore, una sorta di epifania (espressa dall’ossimoro timida violenta) della fine di un amore. Come si scoprirà leggendo le liriche, tutte anepigrafe, che compongono questa plaquette, Micci ha attraversato la fine di questo amore scrivendo poesie, cercando un orizzonte spaziale e di senso, da cui si innesca la metafora omerica del titolo, ma anche la presenza, nella poesia La donna mi parla, di Ulisse e Penelope, sorta di variante-mitica della coppia protagonista di Epica dell’abbandono. La raccolta si articola come un continuo dialogo tra un io lirico in cerca del suo posto del mondo, eternamente incompleto e fallibile, e un tu femminile, che risulta incapace di corrispondere appieno l’amore e che si dimostra talvolta freddo, irraggiungibile. Le speranze dell’io lirico «che […] saremmo stati insieme / per la fine del mondo», espresse nella lirica Quante carogne, memorabile perché il presente (Putin e l’Ucraina) balza d’improvviso nel tessuto poetico, verranno spezzate nel corso della storia.
In questa epica prosaica dell’abbandono, spiccano anche i luoghi, tra cui Kusama, Gubbio, ma soprattutto Bergamo, la città che accoglie l’io lirico nella poesia Ti venero, tutta giocata sull’intreccio tra la venerazione della donna amata e i giochi della luce su Bergamo alta, città che propone scorci da innamorati e che innescano ricordi e sensazioni, spesso dolorose.
Ti venero, io
come la luce venera
i vicoli di Bergamo alta
le fessure fra i cipressi
e i ciottoli lucidi delle salite.
Acqua che
dalla pozza aranciata
dove annega la bassa città
s’infiltra nel vivere arroccato
delle persone rimaste
dietro le vecchie finestre
dentro le Italie perdute
fra pentole e moche.
Ti venero, come quelli
che adorano il passato,
come succede all’amore,
che a ogni nuovo incontro
rinnova sempre la maschera, il trucco
sullo stesso viso.
La poesia colpisce per il verso iniziale ripetuto in anafora al v. 14, in cui la venerazione per la donna amata è paragonata a quella della luce per i vicoli della Bergamo alta, nelle mattinate prive di quei turisti che stanno deturpando la città. L’io lirico ha nostalgia per tutto ciò che è passato e autentico («le persone rimaste / dietro le vecchie finestre», le «Italie perdute / fra pentole e moche») e il finale introduce un altro tema, già presente nella raccolta, di matrice leopardiana, ovvero l’amore come inganno, perché «a ogni nuovo incontro / rinnova sempre la maschera, il trucco / sullo stesso viso».
Se volessimo delineare i temi di questa raccolta, formata da sole 32 liriche, potremmo identificarne tre fondamentali: il primo è il rapporto tra un io lirico che si manifesta nella raccolta come desideroso di un amore totalizzante e un tu femminile sfuggente; centrale è la promessa di una comunione (espressa dal ricorrente noi) che, però, non si realizza. L’amore è visto come una febbre caldissima, ma Micci ricorre anche all’immagine spiazzante del gatto di Schrödinger, per significare che l’amore, come il gatto dell’esperimento, può essere vivo e morto allo stesso tempo.
Febbre altissima,
corona di spine:
ti parlo nel sonno
come fossi ancora qui.
Ma il risveglio è buio
e rivoli rossi
mi serrano gli occhi
un tempo aperti
sulla tua schiena bianca.
Amore di Schrödinger:
il virus ti uccide e ti resuscita
mi uccide e mi resuscita.
E non so più se fuori dalla stanza
mi attendono i vivi
oppure i cari morti
riuniti in silenzioso parlamento.
Accanto al tema amoroso, tipico della lirica italiana, c’è quello dell’abbandono, che dà il titolo alla raccolta e che si sostanzia nella ricorrenza di verbi come ritornare e tornare, ma soprattutto in una lirica centrale, che è La mia stanza è un labirinto:
La mia stanza è un labirinto
possono emergere da dietro l’angolo
diapositive del nostro passato,
come mostri spettrali
come attori appostati
in una casa di orrori.
Ma se frequento la morte
non posso salvarmi la vita,
non ho orizzonte limpido
da far sperare a questa zattera
in viaggio verso Itaca.
Io non conosco altra epica
che l’abbandono.
Si tratta di una lirica che illumina bene il senso della raccolta: il presente è fatto di vuoto, di assenza della donna amata e le immagini del passato abitano come incubi la coscienza dell’io lirico, tanto da essere paragonati a mostri spettrali, con un’immagine forse presa da Goya. Tuttavia è solo dal dolore, dal passato, dal trauma che ci si può rigenerare e ritengo davvero efficaci le tre negazioni consecutive «Ma se non frequento la morte / non posso salvarmi la vita / non ho orizzonte liquido», che si concludono con la metafora di un mare verso cui navigare su di una zattera, novello Ulisse. D’altra parte l’epica che Micci conosce e racconta è quella dell’abbandono.
Il terzo tema è il paesaggio, che si manifesta in numerosi luoghi che, nel passato, sono stati teatro delle vicende amorose: musei, selve, campi da calcio, boschi sacri, sentieri riflettono le emozioni dell’io lirico. Si tratta di luoghi prosaici, ben lontani da quelli esplorati dall’Ulisse omerico (e dantesco), ma che servono a Micci per situare questo rapporto amoroso in un hic et nunc, per descriverlo filtrandolo attraverso i luoghi.
La raccolta è tutta, ovviamente, giocata sul mito di Ulisse e credo che per chiudere questo commento alla silloge non ci sia modo migliore per citare la poesia La donna mi parla, in cui l’io lirico, autodefinitisi, riecheggiando Gozzano e Palazzeschi, eroe mediocre, può comunque tessere parole alate in un contesto che non è l’Itaca omerica, ma la «camera d’ostello / dietro la stazione».
La donna mi parla
di Penelope e di Ulisse
e dell’attesa eterna
di un’insignificante gioia.
Se il succo del racconto
fosse la letizia,
l’Odissea comincerebbe
con il ritorno dell’Acheo.
Ciò che vuole l’epica
è il dolore di una tela
che non si rammenda.
Così anche l’eroe mediocre
può tessere parole alate
e fingere di navigare
verso nuove sponde
dalla cornice
di una camera d’ostello
dietro la stazione
il primo lunedì dopo l’addio.