Libri sulla scuola: Il banco e la cattedra di Roberto Contu

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Nomi che diventano corpi

Ore 14.10 di un freddo venerdì 15 dicembre 2023: nel cortile della sede del Beato Pellegrino dell’Università di Padova si sta svolgendo il pranzo dei partecipanti al Convegno Compalit “Poteri della lettura”: tra i colleghi che mi accolgono con il sorriso, volti più o meno noti, me ne colpisce uno in particolare, che mi stringe la mano con vigore, e che esclama: «Oh finalmente conosco la componente bergamasca della «Letteratura e noi»! Ma sei un gigante, Matteo!». I due giorni di Convegno si sarebbero rivelati un’esperienza arricchente umanamente e professionalmente, per la possibilità di confronto su temi a me cari: la didattica della letteratura e della lettura, ma soprattutto le difficoltà nel conciliare il programma “ministeriale” (un demonio inesistente, ma che si è impossessato di noi) con la promozione del piacere di leggere. Ma impagabile è stato vedere da vicino e chiacchierare con colleghi che prima erano soltanto un nome e cognome su Meet, sull’indirizzo di posta elettronica o sui social e che ora diventavano voci non filtrate da un audio e, soprattutto, corpi.

Tra gli interventi più destabilizzanti di quel convegno c’è stato, per me, quello del già citato Contu, dal titolo Il laboratorio di lettura e la letteratura canonica: il laboratorio morale, nel quale il collega umbro spiegava la sua modalità di gestire l’approccio coi classici attraverso una metodologia e un rigore che, francamente, io (ma credo anche molti altri colleghi eh) non sarei in grado di controllare (trovate un articolo sul tema qui). Contu ha presentato al panel di Compalit Scuola il suo programma di letture che si svolge nel tempo lungo (ordinario ed estivo) del triennio, secondo un metodo ricorsivo di presentazione, lettura, verifica delle opere del canone, arricchite da film, per rafforzare l’immaginario. Si trattava di esperienze concrete, attestate da screenshot del registro elettronico in cui si dimostrava la calendarizzazione, sin da settembre, delle verifiche orali annuali, incentrate su tre elementi-chiave delle letture: l’episodio, il personaggio, la propria interpretazione. Come spesso mi capita, ho iniziato a seguire il collega sui social, strumento che serve sempre per tenersi in contatto e, soprattutto, per scoprire nuove iniziative.

Scrivere di scuola

L’iniziativa oggetto del presente articolo è infatti coincisa con il Salone del Libro a cui non ho potuto partecipare per la mole di impegni scolastici (e non) del mese di maggio: qui l’autore ha presentato in anteprima la sua ultima opera, intitolata Il banco e la cattedra edita da aguaplano (acquista qui). Non è il primo libro di Contu che affronta il tema della scuola e degli insegnanti: del 2019 è infatti Insegnanti. Il più e il meglio, sempre pubblicato dalla casa editrice perugina, ma Il banco e la cattedra è il primo che leggo del co-autore, tra le altre cose, di un’antologia della letteratura italiana, Una storia chiamata letteratura, molto ben scritta e strutturata.

Non amo leggere libri sulla scuola, forse perché l’immagine che traspare della nostra professione è di individui stanchi, frustrati, sommersi dalla burocrazia, incapaci di dialogare con generazioni sempre più distanti: il libro di Marco Lodoli Il rosso e il blu (da cui è stato tratto anche un film) ne è una testimonianza. Con Il banco e la cattedra, invece, Roberto Contu vuole prenderci per mano e farci vivere un intero anno scolastico, in una dimensione interstiziale, «cercando di stare non sulla cattedra, non dietro il banco, ma nello spazio e nel tempo che stanno in mezzo. Perché solo lì si può conoscere la scuola, in quel vuoto che ogni mattina si riempie: tra la vita e il morire, la riga tra il cielo e il mare, tra lo spazio e il tempo, quel pieno tra il banco e la cattedra che è forma e sostanza della scuola» (p. 8).

Mettere al centro il “cosa” dell’insegnamento

Il viaggio di Contu inizia quindi a settembre e si conclude con gli Esami di Stato, tenendo in considerazione non solo i periodi scolastici, ma anche quelle chiamate “vacanze” che, in realtà, per chi vive la scuola, sono momenti pieni tanto come quelli trascorsi in cattedra. Colpisce subito il capitolo intitolato II settimana. Il programma, perché contiene, a mio avviso, quello che è l’intento dell’autore: riabilitare la scuola dei contenuti, la scuola palestra di dialogo e libertà, di democrazia, sommersa, in questi ultimi anni, da questioni sul come insegnare, su metodologie astratte che mettono in secondo piano il vero centro dell’insegnamento letterario, ovvero l’incontro con la viva voce del classico, che può ancora parlarci di temi attuali.

M’è venuta all’occhio quella parola, “programma”, che un po’, senza nasconderci, potrebbe fare venire l’orticaria a molti. Ma in effetti io stamattina, horribile dictu, ho iniziato le mie attività nella mia nuova classe non con l’appello, tantomeno con le chiacchiere che uno in genere si immagina (e che poi, alla fine, come è giusto che sia, ho fatto). No, i miei primi atti sono stati, in sequenza, raccontare loro nel dettaglio cosa avremmo conosciuto e tentato di capire insieme per un anno (ma forse anche tre), poi e solo poi come l’avremmo fatto e infine come lo avrei valutato. Insomma, ho iniziato con il programma, ovvero, nel mio caso che insegno Italiano, in quella specifica classe e in quello specifico indirizzo di studio, ho detto loro che avremmo fatto Dante, Petrarca, Boccaccio e tutti gli altri, come fosse la cosa più importante e necessaria, ma anche la più bella da dirsi all’inizio (p. 13).

In una scuola in cui la didattica delle discipline è sempre più sacrificata per mille progetti che, talvolta, di scolastico hanno ben poco, in una corsa a chiamare l’azienda, l’onlus, l’esperto esterno, con l’implicita ammissione che quello servirà (verbo che abolirei in ambito educativo) agli studenti e non l’ennesima lezione, per esempio, sul canto XVI del Purgatorio, il libro di Contu ci ricorda che si dimentica troppo spesso «il tesoro educativo, metodologico ma anche valutativo che ogni singola disciplina porta naturalmente con sé, il suo bagaglio fondativo di conoscenze» (p. 14).

Lezioni non volute di didattica della letteratura

Il banco e la cattedra è un volume da possedere perché permette anche di fare didattica della letteratura senza studiare un manuale, immerge il lettore nel “laboratorio” di un collega da cui c’è solo da imparare, con percorsi, qui solo accennati nell’impianto narrativo del libro, in cui ben salda è sempre la disciplina. Si prenda, per esempio, il capitolo La partecipazione politica a scuola, incluso in Vacanze di Natale, in cui Contu racconta l’esperienza di un percorso che, a partire dal Paradiso di Dante, definito giustamente «un cavolo a merenda», abbraccia il J’accuse di Zola, ma anche L’ultima lettera di Pintor, La giornata di uno scrutatore di Calvino, lo scritto corsaro Il romanzo delle stragi di Pasolini. Illuminanti le riflessioni di Contu a fine capitolo sul perché continuare a usare la letteratura per interrogarsi sul mondo:

Alla luce di quanto detto, discusso, scritto a casa e descritto in classe, ci siamo interrogati sugli articoli 49 e 54 della Carta e attraverso gli stessi abbiamo infine provato ad arricchire di significato quelle due parole, «partecipazione» e «politica», che durante una prima raccolta di idee nella prima lezione avevamo saputo definire in modo solo sommario. Da Dante a Zola, da Pintor a Calvino, da Pasolini fino ad arrivare alla Costituzione: sono state queste le tappe sommarie di un piccolo percorso di otto ore, che però ho visto essere in grado nella mia classe di attivare una prima e fertile riflessione sul tema della partecipazione politica. Volutamente ho preferito in questo racconto illustrare i testi, le parole, le idee messe a sistema piuttosto che indugiare sulle metodologie utilizzate, dal lavoro sui documenti condivisi all’utilizzo del materiale multimediale, dai mini debate in classe ai mini seminari tenuti dagli alunni. Resto convinto che in un tempo nel quale le metodologie, pur nella loro importanza strategica, paiono essere il centro del discorso, continui a essere necessario uno scambio di idee, sì, di contenuti, il discutere sul chi manca, su chi metteremmo invece, quale testo, quale autore, quale passo, come storicizzarlo; contenuti che poi ogni docente saprà declinare, sono certo, nelle metodologie più adatte che il contesto, la classe, il livello particolare sapranno determinare, richiedere, affinare.

Ricorre spesso nel volume l’espressione classe come comunità ermeneutica, definizione di Romano Luperini, maestro più o meno de lohn di tutti noi che vediamo nella letteratura uno strumento per plasmare menti pensanti:

Nella classe l’insegnante non sarà né solo un tecnico specializzato che offre competenze, né un tuttologo chiamato a insegnare, oltre alla letteratura, la storia del cinema e del teatro e magari anche la sessuologia, ma un intellettuale che si interroga sul senso e sul valore dei testi e che ai giovani insegna a fare altrettanto. D’altra parte convincere gli studenti che la tradizione culturale e letteraria è ancor oggi attuale è operazione che comporta la capacità culturale di problematizzare passato e presente e di porli in rapporto fra loro stimolando le capacità immaginative e cognitive degli alunni (R. Luperini, Insegnare la letteratura oggi, Manni, Lecce 2013, p. 94).

Collegi docenti virtuali? Un bene o un male?

Insomma, una visione alta del docente, che spesso si scontra con alcune realtà demotivanti; ma anche su questo punto le riflessioni di Contu sono illuminanti quanto a equilibrio e saggezza. Chi di noi si è iscritto a un social (pochi eversivi ancora rivendicano la loro estraneità a tale mondo), oltre ai colleghi reali, si è creato nel tempo un “collegio docenti virtuali”; io stesso ho un account Instagram e posso ormai considerare “colleghi” Elena, Letizia, Eleonora, Valentina, Salvatore, Andrea, Enrico e tanti altri con cui c’è uno scambio di opinioni frequente nei momenti liberi del pomeriggio, in quelle pause tra un consiglio di classe e l’altro, tra una correzione e la successiva, tra la preparazione di una verifica e di una lezione.

Per l’effetto modellizzante progressivo delle bolle che ognuno abita, e che a un certo punto vanno configurandosi come il parco ideale dei migliori interlocutori possibili, dei migliori gruppi di confronto possibili ma anche dei migliori antagonisti possibili, da un certo punto in poi – faccio riferimento al mio caso per trasparenza – io per primo ho iniziato a percepire il rischio della mia rete digitale di rapporti non solo come un naturale arricchimento dei miei corridoi reali, della mia aula insegnanti reale, della mia scuola reale, ma come un mondo parallelo e di certo più corrispondente. Se insomma durante il pomeriggio in rete mi ritrovo nel consiglio perfetto dove i componenti sono il Daniele o la Katia di turno che mi corrispondono, oppure a discutere di magnifiche sorti nel gruppo o nel post cucitomi addosso, poi il ritorno ai Mortillaro veri del mio consiglio di classe in presenza, o alle Silvani del mio dipartimento pomeridiano, fino ai nostri colleghi, il mio, il tuo potrebbe svelare un panorama ben più deprimente della scuola della rete (pp. 121-22).

Ma la risposta di Contu è ferma: la rete è uno stimolo, è un catalizzatore di idee e i contatti con i colleghi virtuali non devono essere demonizzati, ma bisogna sempre ricordarsi che il luogo della prassi è il consiglio, il dipartimento, il collegio, quelli veri; conclude che «la scuola non è una bolla: la scuola non sta là dentro, la scuola è qui, in questa aula insegnanti dove sto scrivendo, nel consiglio di oggi che inizia tra venti minuti, il mio, il tuo, il nostro» (p. 122).

Crisi professionali e come superarle

Diversi sono i capitoli per me illuminanti, fra considerazioni sull’importanza delle gite, sul proporre ai ragazzi dei contenuti difficili, ma la situazione di questo anno scolastico 2023-2024, in cui ho creduto di dover cambiare lavoro, mi porta a chiudere questa mia pseudo-recensione tornando a uno dei passi più belli, presente nel capitolo 7, intitolato Vacanze di Natale. Qui Contu apre con un’immagine bellissima, che qualifica la nostra professione: quella di una fonte aperta, che sgorga acqua fresca. Si tratta di un dono prezioso, quanto fragile perché «da un momento all’altro potrebbe arrivare la siccità, qualcuno reputare uno spreco quel flusso, l’acqua fresca potrebbe smettere di sgorgare» (p. 61).

Mi sono sempre considerato, forse sopravvalutandomi, una fonte, ma il passare degli anni, unito alle fatiche, al mancato riconoscimento del lavoro fatto, a invidie tendenti al mobbing, mi hanno reso fragile, debole, fino al tracollo finale dell’aprile 2023, a cui è seguita la difficoltà a inserirsi, da settembre, in un ambiente nuovo, in un anno scolastico in cui sono stato costretto a rincorrere programmi, materie nuove, moduli e soprattutto cercare una sintonia con colleghi tutti nuovi. Ma forse è la crisi di cui parla Contu dopo vent’anni di insegnamento, anche se la mia è arrivata un po’ prima a 15…torni a casa e capisci che quello che hai progettato non è andato per il verso giusto, misuri la distanza incolmabile tra ideale e reale, ritieni di non aver fatto abbastanza per quel ragazzo o quella ragazza, che poteva andare meglio… Ma è il finale di capitolo quello con cui voglio chiudere perché illumina la mia stessa idea di scuola, che non vuol essere passatista, ma ostile al pedagogismo imperante delle metodologie avulse dalle discipline, di Confindustria che ha messo radici nella scuola impiantando al suo interno logiche da impresa:

Per essere ancora più concreti, dico come sia certo importante l’aggiornarsi sul come, ovvero sulle metodologie, le tecniche, la didàssi, ma parimenti, non dimenticare mai il cosa, ovvero il contenuto culturale che poi sarà sempre la terra, l’aria, l’acqua, il fuoco che daranno sostanza e forma alla nostra relazione educativa e soprattutto mettere in cima ai nostri pensieri il chi verso cui ci rivolgiamo.

Perché, come altre volte mi è capitato di sostenere, curare attraverso una curiosità mai sopita la propria voglia di conoscenza significherà fare transitare con soddisfazione la stessa voglia di conoscere e di aprirsi al mondo; cercare con volontà bellezza, equilibrio, armonia in un verso, in uno snodo storico, in un’equazione, significherà insegnare la stessa bellezza, lo stesso equilibrio, la stessa armonia a chi detiene in potenza lo stesso desiderio.

Infine, e questo mi pare davvero il punto, valutare come nel mettersi con la mente e il cuore, l’intelligenza e le emozioni, ma anche con la volontà e la fatica al servizio dell’altro e dell’altra, se da una parte ci potrà sembrare apparentemente e inizialmente un morire ogni giorno a noi stessi e noi stesse, alla nostra voglia più o meno dichiarata di legittimazione e di riconoscimento, in realtà presto o tardi potrebbe svelarci l’immenso portato di libertà, l’aria fresca che ci investe, il senso pieno del trascorrere del proprio tempo che sperimentiamo solo quando usciamo dal recinto asfittico dell’io e ci apriamo agli spazi infiniti di conoscenza e di bellezza che ci consegnano l’altro e l’altra, che ci fanno realmente diventare uomini e donne degni e degne di quell’opera alta dell’umano che è l’educare.

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