Fenoglio, l’acqua e il Novecento

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Ritorno sui banchi universitari

Nello scorso mese di gennaio, è uscito per il blog di Romano Luperini, «La letteratura e noi», un mio contributo diverso dai soliti a tema scolastico, ma inserito nella sezione L’interpretazione e noi e intitolato Al di là dei fraintendimenti: una lettura della Malora di Fenoglio (recuperalo qui). Si è trattato di un ritorno a uno dei miei autori del cuore, perfetto alter-ego in prosa di Eugenio Montale; leggere e analizzare i testi fenogliani mi riporta ai corsi universitari della Prof.ssa Nunzia Palmieri, docente di letteratura italiana contemporanea che ha segnato profondamente la mia formazione e che mi ha fatto appassionare alla narrativa del XX secolo per la sua capacità di unire rigore filologico e sollecitazioni da quella critica psicanalitica che mi ha sempre affascinato. Ho deciso di aprire l’articolo fenogliano con l’icastico incipit del racconto lungo a tema langarolo: la descrizione di una pioggia incessante che funesta le Langhe, terra dimenticata da dio:

Pioveva su tutte le Langhe, lassù a San Benedetto mio padre si pigliava la sua prima acqua sottoterra.

Nel contributo analizzavo le possibilità interpretazioni del racconto, tra eredità verista (soprattutto verghiana) e riprese dalla Sacre Scritture ma, nel corso di una scrittura che, nelle logiche del web, dove è maggiore l’impazienza cognitiva, diventa spesso per sottrazione, mi sono venuti in mente una serie di sentieri che si potrebbero imboccare attraverso e a partire da Fenoglio: uno dei più evidenti e affascinanti è quello dell’acqua. Questa, nelle sue declinazioni del diluvio e del fiume, ricopre un ruolo fondamentale nello scrittore piemontese e lo collega ad altri autori del Novecento che hanno fatto dell’acqua un elemento dai significati simbolici ambivalenti.

L’acqua in Fenoglio, tra La malora e Una questione privata

Nella Malora l’acqua si sostanzia nella forma della pioggia incessante e del fiume. Subito dopo aver sotterrato il padre, la voce narrante Agostino Braida torna al Pavaglione di Tobia Rabino, presso cui svolge il ruolo di servitore, ed è tentato di «arrivare a Belbo e cercare un gorgo profondo abbastanza», cioè di suicidarsi gettandosi nel fiume; nella prima discesa ad Alba, poi, è l’acqua a impressionare il povero contadino in procinto di vivere l’esperienza della città:

Mi stampai nella testa i campanili e le torri, e lo spesso delle case, e poi il ponte e il fiume, la più grande acqua che io abbia mai vista, ma così distante nella piana che potevo soltanto immaginarmi il rumore delle sue correnti; quel fiume Tanaro dove, a sentir contare, tanti della nostra razza langhetta si sono gettati a finirla.

Insomma, nella Malora l’acqua acquista sempre un significato negativo: da una parte evoca la fatica dell’uomo che deve sottostare all’imprevedibilità della natura, alla pioggia che trasforma la terra in fango e che rende improduttivo il lavoro nelle Langhe; dall’altra si lega al tema del suicidio, presente nel racconto anche nell’episodio finale di Costantino del Boscaccio, che Agostino sorprende in un «boschetto d’arbusti di rovere», mentre sta per «fare un bisogno».

Il suicidio per annegamento evocato nella Malora, pubblicata nel 1954, la collega a un altro testo di quegli anni, Gli occhiali d’oro di Giorgio Bassani, uno dei cinque romanzi che compongono il cosiddetto Romanzo di Ferrara e apparso a soli quattro anni di uscita, nel 1958.

Nel romanzo il protagonista, Athos Fadigati, otorinolaringoiatra di origini ebree, dopo lo scandalo provocato dalla relazione omosessuale con il perfido e ingannatore Eraldo Deliliers, e la conseguente emarginazione dalla comunità ferrarese, decide infatti di porre fine alla sua vita gettandosi nel fiume Po; la voce narrante apprende la notizia dai giornali.

Tornai al mio giornale.

Ed ecco, in fondo alla pagina di sinistra, di riscontro a quella sportiva, gli occhi mi caddero su un titolo di media grandezza.

Diceva:

NOTO PROFESSIONISTA FERRARESE

ANNEGATO NELLE ACQUE DEL PO

PRESSO PONTELAGOSCURO

Ritornando a Fenoglio, l’acqua, nella forma del diluvio incessante, è presente nel capolavoro dello scrittore di Alba, Una questione privata; qui il percorso di Milton alla ricerca di Giorgio Clerici è tutto scandito da camminate sotto una pioggia che ormai è penetrata nella sua testa, come in questo passo dal capitolo IV:

Si era svegliato con la certezza della pioggia battente sul tetto rotto della stalla, ma non pioveva. C’era invece molta nebbia, intasava i valloni e si stendeva in lenzuola oscillanti sui fianchi marci delle colline. Per le colline mai aveva provato tanta nausea, mai le aveva viste così sinistre e fangose come ora, tra gli squarci della nebbia.

Pioggia, fango, nebbia: sono questi tre gli elementi che rendono le Langhe una terra maledetta e riemerge il tema del suicidio della Malora, ma svolto qui in chiave metaforica: Milton afferma che «La nebbia aveva anche risalito i versanti, solo alcuni pinastri in cresta ne emergevano, sembravano braccia di gente in punto di annegare». Ma è il finale sospeso e drammatico di Una questione privata a mettere ancora in primo piano la pioggia:

Pioveva come non mai, a piombo, selvaggiamente. La strada era una pozzanghera senza fine nella quale egli guadava come in un torrente per lungo, i campi e la vegetazione stavano sfatti e proni, come violentati dalla pioggia. La pioggia assordava. […] Le gocce gli picchiavano in testa come pallini di piombo […]. Presto la figura si dissolse nella pioggia.

Una prova decisiva dell’ossessione fenogliana per l’acqua è il titolo dell’ultimo racconto dell’autore, La grande pioggia, scritto poco prima della sua morte, il 18 febbraio 1963. Il racconto fu pubblicato come parte di un dossier «nel numero 7/8 del «Caffè illustrato», il bimestrale diretto da Walter Pedullà e si apre con una pioggia incessante, un diluvio, sotto cui è ambientata tutta la vicenda:

Nel viale di circonvallazione l’acqua ruscellava. Tre giorni e tre notti di pioggia, e ancora nessun segno d’esaurimento. Alla destra si profilò un ciclista, pedalava nel diluvio senza affanno, protetto da un incerato enorme. […] Sul viale di circonvallazione l’ utilitaria “sciava” come un motoscafo d’ alto mare. Tre giorni e tre notti di pioggia battente. Forse aveva raggiunto il suo massimo quella notte stessa. Il professore, che abitava al terzo piano di un palazzo di cinque, l’aveva udita a lungo (inesplicabilmente aveva voluto ritardare a prendere il Quanil), scrosciare sugli altissimi tetti con un fragore così fitto e sistematico da parere il rumore di un grosso opificio poco distante e con tutte le sue molte macchine in piena attività.

La pioggia, nella forma del diluvio, è quindi una costante della produzione fenogliana (non si sono indagate, per ragioni di spazio, le occorrenze nel Partigiano Johnny) e, seguendo le sollecitazioni della sorella Marisa contenute nel volume Casa Fenoglio, è da ricondurre alla fonte biblica del Diluvio universale descritta nella Genesi: «Ecco io manderò il diluvio, cioè le acque, sulla terra, per distruggere sotto il cielo ogni carne, in cui è alito di vita; quanto è sulla terra perirà».

Come rileva Maria Luigi Scipione nella sua tesi di Dottorato intitolata Fonti bibliche ed epifanie del sacro nell’opera di Beppe Fenoglio, negli scritti dello scrittore albese sono ricorrenti «acqua, lampi, fulmini, vortici di vento e nubi pronte a squarciarsi: il cielo fenogliano è spesso osservato e descritto prima del collasso, del cedimento; è un cielo in cui si scontrano forze cosmiche sconosciute all’uomo, ben più pericolose di quelle politico-militari che guerreggiano tra i campi, le colline e le città».

L’acqua tra ricerca dell’identità e fonte battesimale ne I fiumi di Ungaretti

Ma se in Fenoglio il tema dell’acqua è legato sempre alla sofferenza e alla morte, in altri scrittori del Novecento esso si riallaccia ai temi della rinascita e della purificazione. Se pensiamo, infatti, alla lirica I fiumi di Giuseppe Ungaretti, qui il bagno lustrale ha il valore di un rito di purificazione, di una metamorfosi interiore da soldato a creatura, sorta di rito battesimale. Ricordiamo, inoltre, che il primo libro del poeta-fante uscì nel 1916 col titolo Il porto sepolto, in cui l’aggettivo porta infatti con sé l’idea di un mondo sottostante e precedente; il sostantivo potrebbe alludere a un porto di età tolemaica sommerso dall’acqua, nella città di Alessandria. Ma torniamo ai Fiumi: qui il poeta, che si sta immergendo nell’Isonzo durante un momento di tregua dalla guerra, ripensa ad altri tre corsi d’acqua: il Serchio, fiume toscano delle sue radici familiari, il Nilo, presso le cui rive era nato e cresciuto e la Senna, dove si era immerso nella civiltà della Belle Époque. Il bagno lustrale, però, non ha solo il significato di riscoperta della sua identità stratificata, ma ha il valore di un rito di purificazione, di una metamorfosi interiore da soldato a creatura, sorta di rito battesimale:

Stamani mi sono disteso
in un’urna d’acqua
e come una reliquia
ho riposato

L’Isonzo scorrendo
mi levigava
come un suo sasso

Ho tirato su
le mie quattr’ossa
e me ne sono andato
come un acrobata
sull’acqua

In queste strofe un gesto banale, come quello di immergersi nell’Isonzo, acquista sacralità, come se il poeta avesse compiuto un rito di purificazione per presentarsi senza macchia, senza peccato, all’eventuale appuntamento con la morte, sempre presente in un contesto di precarietà come quello bellico; disteso, reliquia, urna e riposato sono dei termini che appartengono al registro religioso e della santità. Ci sono, a mio avviso, degli echi evidenti del Purgatorio di Dante, in particolare dei riti di purificazione che avvengono nel Paradiso Terrestre, col bagno nel Letè e nell’Eunoè, tanto che i versi che chiudono la seconda cantica raccontano di un’immersione-purificazione, che prelude alla salita nei cieli del Paradiso celeste.

Io ritornai da la santissima onda 
rifatto sì come piante novelle 
rinnovellate di novella fronda,
 

puro e disposto a salire alle stelle.        

Immagine reperibile all’url http://www.worldofdante.org/pop_up_query.php?dbid=I324&show=more

La sezione Mediterraneo di Ossi di Seppia: il distacco dall’acqua del mare in Montale

Dal fiume al mare: per il Montale della sezione Mediterraneo di Ossi di seppia, l’acqua è invece quella marina e l’io lirico aspira a un ritorno alla dimensione indifferenziata della natura, a immergersi nella vita del mare, come messo ben in evidenza nella lirica Dissipa tu se vuoi; come scrive Pietro Cataldi nel cappello introduttivo al testo, «da una parte il mare è il mito originario perduto, l’indifferenziato naturale dal quale l’individuo si è voluto distaccare; dall’altra è la memoria profonda dell’io, il modello di una possibile armonia». La vita dell’individuo quindi non ha senso al di fuori del suo consumarsi nel tutto indifferenziato che il mare rappresenta.

Dissipa tu se lo vuoi
questa debole vita che si lagna,
come la spugna il frego
effimero di una lavagna.
M’attendo di ritornare nel tuo circolo,
s’adempia lo sbandato mio passare.
La mia venuta era testimonianza
di un ordine che in viaggio mi scordai,
giurano fede queste mie parole
a un evento impossibile, e lo ignorano.
Ma sempre che tradii
la tua dolce risacca su le prode
sbigottimento mi prese
quale d’uno scemato di memoria
quando si risovviene del suo paese.
Presa la mia lezione
più che dalla tua gloria
aperta, dall’ansare
che quasi non dà suono
di qualche tuo meriggio desolato,
a te mi rendo in umiltà. Non sono
che favilla d’un tirso. Bene lo so: bruciare,
questo, non altro, è il mio significato.

In Ossi di seppia il mare rappresenta un tema ambivalente: dal mare l’io si sente risucchiato, potentemente, dall’elemento mitico per eccellenza vitale, ma insieme ne è rifiutato, espulso, confinato a terra. In una poesia celebre, Arsenio, il protagonista, alter ego e proiezione dell’io lirico, osserva gli annunci del temporale e del suo scatenarsi, in cerca di un miracolo che però non avviene.

I turbini sollevano la polvere
sui tetti, a mulinelli, e sugli spiazzi
deserti, ove i cavalli incappucciati
annusano la terra, fermi innanzi
ai vetri luccicanti degli alberghi.
Sul corso, in faccia al mare, tu discendi
in questo giorno
or piovorno ora acceso, in cui par scatti
a sconvolgerne l’ore
uguali, strette in trama, un ritornello
di castagnette.

È il segno d’un’altra orbita: tu seguilo.
Discendi all’orizzonte che sovrasta
una tromba di piombo, alta sui gorghi,
più d’essi vagabonda: salso nembo
vorticante, soffiato dal ribelle
elemento alle nubi; fa che il passo
su la ghiaia ti scricchioli e t’inciampi
il viluppo dell’alghe: quell’istante
è forse, molto atteso, che ti scampi
dal finire il tuo viaggio, anello d’una
catena, immoto andare, oh troppo noto
delirio, Arsenio, d’immobilità…

Creare percorsi tematici: una sfida per una nuova didattica

Il presente contributo si riallaccia a un vorrei ma non posso che caratterizza il mio agire didattico: la creazione di percorsi tematici all’interno della letteratura del quinto anno, volti a stimolare la capacità di creare collegamenti tra autori e un’interpretazione autonoma da parte degli studenti delle classi terminali. Come scrive Luperini nel suo Insegnare la letteratura oggi, «la nascita, la malattia, l’amore, la morte, il tempo, lo spazio, il viaggio, il contrasto padre-figlio, la contraddizione maschile-femminile sono temi di tutte le letterature, di tutti i tempi e di tutti i paesi» e «praticare i percorsi tematici comporta la capacità del docente non solo di collegarsi con gli altri insegnanti – da quello di storia e filosofia, a quello di scienze e di fisica, da quello di storia dell’altra a quello di lingue straniere-, ma anche di collocare le opere all’interno della storia della civiltà, della mentalità, del costume e della cultura dei popoli» (p. 52). Ahimé, siamo però malati di storicismo e di specialismo, vogliamo rimanere fedeli al tracciato cronologico, senza capire che non stiamo formando storici della letteratura, ma studenti che potranno vedere nell’analisi letteraria un modo per educarsi alla complessità e affrontare la realtà con strumenti più raffinati di coloro a cui è preclusa questa esperienza. Secondo Luperini questi percorsi tematici troveranno uno spazio nei «licei tecnici», ma io credo che, più dell’indirizzo, conti il desiderio del docente di sperimentare e far dialogare gli autori tra di loro, cercando anche la collaborazione con i docenti del consiglio di classe. In attesa di questa sempre più difficile corrispondenza d’amorosi sensi, vi consiglio di acquistare l’agile volumetto Carocci dal titolo Per un dizionario critico della letteratura italiana contemporanea, di Zinato-Luperini, in cui sono delineate, tra le 100 voci, molte parole-tema da cui partire per una trattazione diversa della letteratura del quinto anno.

E voi, cosa ne pensate della mia proposta sul tema dell’acqua nel Novecento? Vi aspetto nei commenti.

Una opinione su "Fenoglio, l’acqua e il Novecento"

  1. Uno dei tuoi articoli migliori, Matteo, apprezzo sempre quando colleghi autori diversi e dimostri di saper padroneggiare la letteratura del Novecento. Il rimando a Bassani è molto interessante, così quello al racconto La grande pioggia (ma si poteva citare anche Il gorgo).

    L’elemento equoreo è sempre ambiguo (così anche il fuoco), purifica ma può anche distruggere. Nel rito battesimale è compresa l’idea della morte e della rinascita, non è un sacramento dei più facili da comprendere.

    Hai fatto bene a citare Ungaretti e metterlo a confronto con Dante.

    Il tocco di classe è il finale. “Dissipa tu se vuoi” e il passo tratto da “Arsenico” dimostrano la tua passione sviscerata per Montale.

    I temi che riporti nell’ultimo paragrafo citando Luperini sono uno più bello dell’altro, si potrebbe fare letteratura anche in questo modo trasversale, ma giocoforza andrebbero cambiate le programmazioni d’area e convinti i colleghi. Una cosa simile applicata a Storia e Filosofia invece mi lascia più perplesso.

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