Fare meno ma fare meglio: riflessioni sul Documento del 15 maggio

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«Ma hai letto il Documento del 15 maggio dell’Istituto “Sisalvichipuò“?»; «Certo, Pincopallino ha fatto dieci canti del Paradiso, ma non è arrivato neanche a Ungaretti!»; «Mah, guarda, io mi sono scaricato il programma di Italiano della collega della scuola dove farò l’esterno e sinceramente fare solo cinque testi di Leopardi mi pare ver-go-gno-so!»; «A proposito, tu come sei messo con Montale?»; «Bah, senti, credo che farò velocemente la vita e poi scelgo gli ossi brevi per mettere il maggior numero di testi nel Documento del 15 maggio sia mai che l’esterna faccia storie…».

Uno dei punti dolenti del “programma” di quinta: la trattazione (o l’esclusione) del Paradiso.

Conversazioni rubate a maggio in sala prof., volutamente messe in ridicolo, ma che dimostrano l’ansia e la preoccupazione che affliggono gli insegnanti in vista dell’Esame di Stato conclusivo del II ciclo, oppressi da quel Leviatano moderno che è il Documento del 15 maggio. Solo una precisazione, doverosa, per i lettori del blog che non “razzolano” nel cortile della scuola: ogni anno i docenti delle classi quinte della scuola Secondaria II grado sono chiamati, in sede di consiglio di classe, a predisporre un documento fondamentale per l’organizzazione e lo svolgimento dell’Esame di Stato, il cosiddetto Documento del 15 maggio, che prende il nome dalla data ultima entro cui può essere concluso e pubblicato sul sito web della scuola. Si tratta di una sorta di “carta di identità” della classe, utile al Presidente di Commissione d’Esame per avere informazioni sul percorso formativo degli studenti, sui criteri, gli strumenti di valutazione adottati dal consiglio di classe e gli obiettivi raggiunti, nonché ogni altro elemento che lo stesso consiglio di classe ritenga utile per lo svolgimento dell’esame.

Ma la parte del Documento del 15 maggio che interessa la mia analisi è quella relativa ai programmi svolti delle diverse discipline, vero e proprio banco di prova per noi docenti che, ben prima dei ragazzi, siamo esaminati dai colleghi che verranno a fare l’Esame come commissari esterni alle nostre classi: nel Documento del 15 maggio si deve profondere il massimo impegno per non indicare pagine sbagliate, inserire tutti i testi fatti e ricordarsi di eventuali tagli operati rispetto alla progettazione iniziale. Il “programma” viene poi preceduto da una sezione intitolata “Itinerario di apprendimento e andamento della classe”, in cui si analizzano gli obiettivi raggiunti (o meno) a fine percorso e si delineano le fasce di rendimento ed eventuali criticità nello svolgimento della programmazione.

Nell’ormai mitologica scuola paritaria dove insegnavo, ricordo con nitidezza una frase urlata in faccia dall’allora Vicepreside al me ventiseienne al primo anno di insegnamento: «Ti ho preso il registro: ma te sei fuuuuuoooooori a spiegare ancora dopo il 15 maggio!!!! Bisogna iniziare a fare il ripasso sennò questi vengono e ce li mas-sa-cra-no»; forse non ho mai superato questo shock e, almeno fino agli ultimi anni, ho visto l’Esame di Stato come un esame fatto a me, prima che agli studenti.

Leggendo però i Documenti del 15 maggio delle scuole dove i miei amici e colleghi andranno a fare l’Esame vedo invece una corsa al testo in più, a inserire quanto più materiale possibile per dimostrare (verbo chiave) che si è lavorato bene, che si è affrontato lo studio della letteratura italiana con metodo, serietà, rigore. Ma, mi chiedo io, fare tanto equivale a fare bene?

Aleksej Grigor’evič Stachanov, modello per i docenti di classe quinta nelle ultime settimane di scuola.

Negli anni ho imparato a valutare con razionalità ed equilibrio quanto svolto dal sottoscritto e dai colleghi di italiano; lungi da me giudicare il modo di lavorare altrui (non sono stato mai in classe durante le lezioni dei miei colleghi di lettere, se non durante il peer tutoring), ma ho imparato a guardare con sospetto chi inserisce nel programma finale 3-4 autori in più di quelli canonici, così come chi propone nel suddetto Documento del 15 maggio più di 5 canti del Paradiso e riesce comunque a coprire tutto il canone “implicito” (che va da Leopardi a Montale).

I social, se usati con criterio, sono stati in questi anni per me, che insegno in un piccolo Istituto di provincia, una “finestra aperta” sul mondo della scuola e ho avuto modo di confrontarmi (a volte in modo infuocato) su questi temi: lì ho conversato con il docente che in classe dà solo degli input e assegna a casa letture autonome di testi che saranno discussi in classe; ho scambiato opinioni con la prof. materna che (giustamente) preferisce lavorare in modo produttivo la mattina, nelle ore di italiano, affinché i ragazzi abbiano l’incontro con la letteratura mediato dal docente-tutor; infine con la prof. anni Novanta che ritiene vergognoso non presentare Dante in un programma di quinta e si sofferma un mese su Pascoli. I loro programmi nel Documento del 15 maggio saranno l’espressione delle loro tre diverse professionalità: ipertrofici nel primo caso, essenziali nel secondo, privi (o quasi) del Novecento nel terzo.

Leggendo il mio programma nel Documento del 15 maggio spero si noti invece il mio modo di fare italiano e, forse, di vedere la scuola: credo che la letteratura sia, depurata da ogni storicismo, uno strumento per conoscere il mondo, per scoprire dei lati di sé che senza il filtro letterario forse non emergerebbero mai; di conseguenza opero delle selezioni, anche molto tranchant, seguendo il motto «non si può far tutto, occorre operare delle scelte». Come scrivevo nell’articolo Fare un autore al triennio, si può infatti dire di aver affrontato un autore se gli si dedicano almeno 8 ore, comprensive di 4-5 testi (minimo sindacale). Lo stesso Paradiso di Dante, per la complessità delle questioni teologiche affrontate (su cui gli studenti sono a digiuno, così come molti insegnanti), implica un impegno orario di almeno 2 ore per canto, anche tagliato…

Cosa pensare quindi dei Documenti del 15 maggio che includono 15 testi di Leopardi, 10 canti del Paradiso integrali, vagonate di liriche di Myricae e un lungo elenco di testi montaliani? Dal mio punto di vista un’ansia prestazionale da parte del docente e una mole di lavoro che è ricaduta sui poveri studenti, attori passivi del processo di apprendimento. Ma se forse queste condizioni erano sostenibili con gli studenti di qualche decennio fa o lo sono ancora oggi con alunni del Liceo classico, non lo sono con quelli di oggi che hanno abitudini e stili di apprendimento ben diversi.

Rendere partecipe la classe dell’interiorizzazione dei contenuti letterari, della loro rielaborazione, della rinegoziazione dei significati d’altra parte “fa perdere tempo” se ci inseriamo nella logica secondo cui «non vorrei che l’esterno pensi che ho fatto poco»; se invece consideriamo la classe come comunità ermeneutica in senso luperiniano, dobbiamo fare i conti con un “percepito” che forse sarà ridotto, ma che produrrà buoni frutti in termini di competenze e di consapevolezza culturale. Come scrive Romano Luperini nell’articolo La classe come comunità ermeneutica: «Se il carattere del nostro tempo è la complessità, i giovani vi vanno addestrati non già accantonando lo studio della letteratura, ma impostando quest’ultimo secondo nuovi criteri capaci di esaltare il momento comunitario dell’ermeneutica, il suo carattere vario, aperto, problematico, la coscienza della relatività di ogni interpretazione e la responsabilità morale e sociale che comporta l’atto di donare senso alla opere – e alla vita».

Quali suggerimenti quindi contro l’ansia da prestazione che ci attanaglia, per virare verso un “fare meno, ma fare meglio“, non solo in quinta, ma in tutto il percorso di scuola superiore?

  • selezionare autori e opere davvero significativi, virando verso “i grandi autori” e tagliando in maniera drastica su tutto il contorno (se si tratta di opere minori, un motivo ci sarà!); seguire, insomma soltanto le sorti dei “Great books”, per riprendere il titolo del volume di David Denby.
  • di questi autori delineare con l’aiuto del manuale sintetiche coordinare biografiche e, invece della liturgia vita-poetica-opere, trattare i grandi temi della loro produzione attraverso i testi stessi, di modo che si abbia la percezione di un discorso unitario e non a compartimenti stagni. Seguire, insomma, la modalità espositiva del manuale di Roberto Carnero e Giuseppe Iannaccone, Al cuore della letteratura, che affronta le costanti letterarie di un autore attraverso “testi esemplari”.
  • ricavare qualche ora per lo sviluppo di un tema (o di più temi) attraverso diversi autori, deviando dalla presentazione cronologica della storia letteraria: ciò, oltre a favorire chi sceglierà la tipologia A (la parte di interpretazione propone sempre lo sviluppo di un tema o il confronto tra scrittori italiani e stranieri), consente collegamenti con altre discipline e favorisce lo svolgimento del colloquio; qualche esempio: letteratura e lavoro, la donna tra femme fatale e figura mariana, il conflitto tra genitori e figli e via dicendo.
  • fare scelte drastiche sul Paradiso: anticiparlo in quarta, oppure trattarlo per gruppi di versi, recuperando la narratività della terza cantica, troppo ostica per poter essere affrontata organicamente in un quinto anno dove bisognerà trattare la letteratura novecentesca e, fra qualche anno, pure quella del XXI secolo!
  • se possibile, proporre dei “salti in avanti” già durante la trattazione della letteratura ottocentesca, per dare degli “assaggi” di Novecento senza scadere nell’impressionismo; penso, per esempio, a collegamenti tra Leopardi e Zanzotto, o tra Verga e Fenoglio, o tra d’Annunzio e Montale.
Anticipare il Novecento: Zanzotto e Leopardi. Immagine reperibile qui https://www.ilriformista.it/andrea-zanzotto-sciamano-e-poeta-che-voleva-far-esistere-il-mondo-273267/

Insomma, il succo del discorso è quello di avere in mente sin da settembre un’idea chiara di letteratura e una programmazione stimolante, per noi e per gli studenti; cerchiamo di scrollarci di dosso l’ansia da prestazione e il pensiero fisso dell’ “esterno”: solo con la consapevolezza del nostro ruolo e della nostra professionalità lavoreremo meglio e i Documenti del 15 maggio smetteranno di essere fatti quasi tutti con lo stampino.

4 pensieri riguardo “Fare meno ma fare meglio: riflessioni sul Documento del 15 maggio

  1. “Il troppo è padre del nulla”, la fallacia di completezza ha il suo fascino ma in quinta il rischio è di sfiancare i ragazzi, come sottolinei tu. Per il Paradiso penso anch’io bastino 4 o 5 canti approfonditi, mentre non mi spiego perché alcuni colleghi non inseriscano Leopardi nel documento del 15 maggio. Io salto a piè pari Carducci (non è nemmeno nelle Indicazioni nazionali) e Saba. Risulta difficile anche bilanciare poeti e prosatori, nel Novecento italiano c’è davvero un mare magnum. Il XXI secolo ancora non pervenuto!

    Penso sia utile anche proporre letture di articoli e editoriali (lo faccio di sabato) in modo da far riflettere i ragazzi anche su questioni di attualità ed esercitare le capacità argomentative.

    Si dovrebbe, infine, aggiungere un cineforum di livello, volendo in orario pomeridiano, la settima arte è la grande esclusa dalle scuole italiane insieme alla musica.

    ps la cosa più bella è trovare nel fatidico documento un titolo, uno spunto, qualcosa che risvegli il nostro interesse. Quest’anno, ad esempio, mi sono trovato in elenco “La scomparsa di Majorana” di Leonardo Sciascia e “Il podere” di Federigo Tozzi: li ho letti ben volentieri.

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  2. Concordo quasi su tutto. Sono contraria alla lettura del Paradiso in quarta, sia perché il Purgatorio deve avere il suo spazio, soprattutto verso la fine quando avviene l’incontro con Beatrice, sia perché una selezione intelligente dei canti del Paradiso si può fare senza insistere tanto sulle questioni teologiche.
    Per quanto riguarda la letteratura, io ho sempre puntato sulla qualità piuttosto che sulla quantità. Forse spiego un po’ troppo (anni fa mi era stata mossa questa accusa… con tono benevolo, comunque) ma sugli autori importanti non me la cavo con 8 ore. Quando sento parlare i colleghi ho sempre l’impressione che loro abbiano più ore di me. 😦

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