DAD o non DAD, questo non è il problema!

Frequentare i social network “mette in contatto con le verità del giorno: è come raccogliere uova appena fatte, ancora calde, magari con il guscio un po’ sporco“. Questa bislacca parafrasi dell’articolo di Marco Lodoli (insegnante anche lui, non a caso) I jeans a vita bassa delle quindicenni esprime la sensazione che sto provando scorrendo i post di Instagram e Twitter dedicati alla scuola e alla ministra Lucia Azzolina. Si tratta di uova proprio “calde”, dal momento che si legge tutto e il contrario di tutto in poche settimane, in pochi giorni, in poche ore.

Sono di ieri le dichiarazioni della ministra sulla DAD che ormai “non funziona più” (https://www.repubblica.it/cronaca/2021/01/11/news/azzolina_scuola-282036818/), dopo che pochi mesi fa si era vantata di questa innovazione. A questo drastico cambio di opinioni si affiancano le proteste degli studenti delle superiori, che accusano il governo di tenerli come “ostaggi” a distanza. Davanti al Duomo di Milano il movimento “Studenti Presenti”, nato a seguito della chiusura delle scuole in Lombardia, e il “Comitato A Scuola” hanno organizzato in questi giorni un presidio di protesta con studenti, genitori e insegnanti. Si iniziano poi a stimare i danni all’apprendimento causati dalla Didattica a Distanza, che d’altra parte vanno di pari passo con le ultime indagi dell’OCSE-PISA, che fotografano una situazione preoccupante.

Dall’altro lato, sta montando la protesta degli insegnanti che vogliono vaccinarsi prima di ritornare a scuola e dei sindacati, che stanno premendo per assicurare un posto prioritario al “comparto scuola” nel piano deciso dal Ministro della Salute Roberto Speranza. Ricordiamo che nel frattempo le scuole primarie e secondarie di I grado stanno svolgendo regolarmente attività didattica in presenza al 100%, fatta eccezione per quelle regioni che, rosse per qualche settimana, hanno lasciato in DAD gli alunni delle classi seconda e terza media. Forse quegli studenti e insegnanti che sono in aula (e in mensa!!) con 25-28 bambini sono meritevoli di meno tutele? Pe loro la pandemia non esiste?

Credo che in questa situazione si stia perdendo la lucidità e si stia facendo a gara a chi la spara più grossa o riesce a urlare di più. Dal mio avamposto “privilegiato” di docente che sta facendo Didattica a Distanza dal 26 febbraio 2020, con la ridotta interruzione dei 40 giorni tra settembre e ottobre, ho maturato, sine ira et studio, qualche certezza, che ora vado a delineare:

In una situazione di pandemia globale, la priorità va data alla salute; è da irresponsabili chiedere di aprire le scuole se i numeri del contagio sono a 5 cifre. Ricordo a questi signori che nel caso in cui uno studente risulti positivo, scatta la quarantena obbligatoria per l’intera classe e dunque il ritorno in classe è tutt’altro che una certezza. Nel mese di settembre e ottobre, svariate erano le classi già in quarantena, senza i numeri attuali e con un quadro pandemico sicuramente migliore.

La situazione delle classi pollaio è di lunga data, tuttavia si è manifestata con la sua evidenza solo nell’ultimo anno; le lamentele dei Dirigenti Scolastici sulle classi da più di trenta studenti sono rimaste inascoltate per anni, quando si perseguiva un’unica logica: tagli indiscriminati alla scuola e agli organici.

La Didattica a Distanza ha innovato in pochi mesi la scuola più di quanto non sia successo negli ultimi 10 anni: costretti a doversi reinventare, molti docenti, per anni riluttanti nei confronti della tecnologia, si sono “rimboccati le maniche” e hanno implementato molto la didattica, innovandola non solo dal punto di vista digitale, ma anche da quello metodologico (spesso le due dinamiche vanno “a braccetto”). Questo cambiamento porterà sicuramente a una scuola “post-pandemia” migliore.

Come ha scritto Sherry Turkle nel suo volume La conversazione necessaria, la società “non sbaglia quando introduce un’innovazione, ma quando non tiene conto dei danni che può provocare“: i danni della DAD sono la mancata socialità, il periocolo che in futuro diventi l’unica modalità di insegnamento, il difficile controllo degli apprendimenti, la poca attendibilità di certe verifiche (specie se strutturate in modo tradizionale). Sta quindi ai legislatori, nei prossimi mesi, a pandemia (si spera) controllata, integrare la DAD nell’attività scolastica ordinaria, come era auspicato dalle Linee guida per la Didattica Digitale Integrata.

La Didattica a Distanza sta immergendo gli studenti, specie del triennio, in una prospettiva che è già, a mio avviso, universitaria e aziendale: comunicazione su piattaforme, apprendimento blended, responsabilità nei tempi dell’apprendimento e nella gestione di materiali di studio eterogenei, necessità di implementare le proprie competenze digitali.

Si lamenta la percentuale di studenti esclusi dalla DAD, quando in realtà l’Italia ha uno dei tassi di abbandono scolastico più alti d’Europa, anche prima del Covid-19. Gli studenti “persi” a causa di politiche scolastiche poco inclusive c’erano già prima della pandemia; questa, se in presenza di contesto socio-economico precario, ha aggravato le condizioni, ma non vanno sottovalutati i numerosi interventi a sostegno di famiglie e alunni, a livello di device e connettività. La piaga dell’abbandono scolastico potrebbe essere risolta anzitutto diminuendo il numero di alunni per classe e anche lavorando sull’extra-scuola, promuovendo l’ingresso di esperti esterni negli Istituti, soprattutto in quelle aree di basso livello socio-culturale dove la scuola è l’unico ascensore sociale.

Insomma, il problema non è la DAD, che avrà sicuramente i suoi difetti, come d’altra parte la scuola in presenza, arroccata spesso a un modello trasmissivo ed erogativo ormai desueto. E‘ la Scuola, con la lettera maiuscola, senza alcuna ulteriore specificazione, che va messa al centro del discorso politico e culturale, senza usare la DAD come capro espiatorio di tutti i mali.

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