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Il Novecento: una chimera?
In un articolo pubblicato nell’ottobre del 2022 su «La letteratura e noi» (recuperalo qui), intitolato significativamente Arrivare al Novecento, Emanuela Bandini esordiva così: «La letteratura italiana del Novecento, e soprattutto quella del secondo Novecento, è una specie di araba fenice dei docenti di Lettere: che vada fatta ciascun lo dice, come arrivare a farla nessun lo sa». Personalmente, più che araba fenice, userei l’immagine della chimera, oppure, per recuperare il Dante del De vulgari eloquentia, della pantera, di cui si sente il profumo, ma che «non si manifesta in nessun luogo».

Sentiamo sempre avvicinarsi la letteratura del XX secolo, ma spesso ne gustiamo soltanto alcuni assaggi: Svevo, Pirandello, la lirica di inizio Novecento. Tutto il resto è lasciato all’immaginazione e si può notare questo disallineamento in sede d’Esame di Maturità, specie nei Licei Linguistici, quando i colleghi delle letterature straniere dialogano in tedesco con gli studenti sulla caduta del Muro di Berlino (1989), oppure, in francese, riguardo alle opere di Georges Simenon, mentre noi ripetiamo stancamente i pessimismi di Leopardi, l’inetto di Svevo e le maschere di Pirandello.
Quali strategie si possono attuare quindi per liberare spazio e “arrivare al (secondo) Novecento”? Le nuove Indicazioni Nazionali dei Licei firmate Claudio Giunta-Clizia Carminati-Davide Profumo, per la Letteratura italiana propongono di “svincolare Dante” dal quinto anno, destinando anche la trattazione di Leopardi al penultimo anno; anticipare il poeta recanatese nel secondo quadrimestre del quarto anno, a mio avviso, consente di guadagnare 15-18 ore nell’anno terminale, anche se il rischio è lo scollegamento con la letteratura del XX secolo, che reca evidenti riprese ed echi leopardiani (si pensi, per esempio, a Montale e Ungaretti).

Fatto sta che, da qualsiasi parte la sia tiri, la coperta è sempre corta, specie se il quinto anno viene “ingolfato” da una serie di progetti che, oltre al fondamentale “Orientamento”, vanno a decurtare il monte-ore delle discipline, tra cui quello di italiano (ne scrivevo, ironicamente, qui). Il rischio è quindi che la trattazione dell’itinerario letterario si concluda con Montale e le solite liriche da Ossi di seppia, che ricordiamolo, sono di 101 anni fa, ignorando completamente l’Estremo Contemporaneo, a cui bisognerebbe fare cenno visto che ne siamo ormai immersi.

Insomma, il quadro che viene dato della letteratura del secondo Novecento è quanto mai sbiadito e, quindi, per riuscire a sanare questa lacuna, sto cercando negli anni diverse soluzioni. Giuseppe Langella, tra le più autorevoli voci nel dibattito su questi temi, azzarda addirittura di spalmare la storia letteraria su quattro anni anziché tre: Duecento-Trecento in seconda, Quattrocento-Settecento in terza, Ottocento in quarta, Novecento in quinta. Ipotesi affascinante, ma mi pare che uno sbilanciamento della disciplina verso la storia letteraria possa farla risultare indigesta, così come ostica è la presentazione, a mio avviso, delle Tre corone a dei quindicenni.

Il Caffè letterario di Langella
Un’idea alternativa mi è venuta, in questi anni, sfogliando l’antologia scolastica di Langella-Frare-Gresti-Motta, intitolata Amor mi mosse; qui, alla fine di diversi classici del canone è proposto un Caffè letterario, metodologia spiegata dettagliatamente nel volumetto di Langella Scommettere sulla letteratura, allegato al nuovo corso Del mondo esperti. Il libricino raccoglie diversi interventi del Prof. della Cattolica, ora in pensione, apparsi in rivista o in atti di convegno; si tratta, a mio avviso, di un testo prezioso, in cui Langella ci propone la sua idea di letteratura, ma con delle soluzioni molto pratiche e attuabili in classe.
Nel cap. 5, intitolato Quel fanalino di coda del Novecento. Una ricetta e qualche consiglio per dargli lo spazio che gli spetta, Langella affronta la vexata quaestio del Novecento, proponendo il metodo, appunto, del caffè letterario, una modalità di approccio al testo più informale, che saldi autori canonici ad altri più o meno identificabili come tali, ben radicati nel XX secolo.
Basterà perciò che l’insegnante, in via preliminare, dia qualche informazione sommaria sull’autore e sull’opera in questione, per inquadrarli e per collegarli al testo che si sta facendo in quel momento, e che orienti l’attenzione della classe sui contenuti del testo da affrontare successivamente in sede di discussione. Si avrà poi l’accortezza […] di scegliere ogni volta dei testi capaci di stimolare una riflessione immediata e a più voci di un certo rilievo, in modo che possa nascerne un dibattito franco e viva. […] Per favorire il confronto e l’esame contrastivo, è bene che la scelta dell’opera novecentesca cada su un testo che consenta almeno un aggancio (tematico, topico o di genere) con l’autore della tradizione (il classico) che si sta trattando (p. 81).
In queste occasioni si metterà da parte l’analisi formale e stilistica, per fare il modo che il testo novecentesco diventi portatore di domande di senso per la classe come comunità ermeneutica; l’atmosfera può essere resa più rilassata dalla disposizione circolare dei banchi (tipica di lettori comuni che si scambiano opinioni), dalla presenza di tè caldo e qualche biscotto (seguendo ovviamente tutti i protocolli del caso), dalla spostamento (se presente) della lezione in biblioteca, circondati quindi dai libri; sempre per riprendere le parole di Langella, questo sembra «il modo più efficace non solo per fare delle ragazze e dei ragazzi che ci sono affidati dei soggetti pensanti, ma anche per aiutarli a comprendere il valore della letteratura e la sua importanza per la loro crescita personale» (Ibidem).

Vediamo, per farci un’idea della proposta del Caffè letterario, alcune connessioni presenti nei volumi 1A e 1B di Del mondo esperti, destinati, quindi, alla letteratura del terzo anno e a studenti di 16 anni.
| Volume | Classico del canone | Caffè letterario proposto |
| 1A | Dante Alighieri | Se questo è un uomo di Primo Levi |
| 1A | Francesco Petrarca | Il giardino dei Finzi Contini di Giorgio Bassani |
| 1B | Niccolò Machiavelli | Rinascimento privato di Maria Bellonci |
| 1B | Ludovico Ariosto | Il castello dei destini incrociati di Italo Calvino |
Perché Beppe Fenoglio?
Tra gli autori che, a mio avviso, si prestano maggiormente a queste anticipazioni, c’è anche Beppe Fenoglio, la cui figura, anche se non è entrata ancora a pieno titolo nel canone, comincia a diventare degna di Profili d’autore nelle storie della letteratura più aggiornate. Tra gli elementi che colpiscono maggiormente gli adolescenti c’è sicuramente lo stile dell’autore piemontese, definibile “a impasto”, dove convivono termini colti e ricercati, parole nuove, strutture sintattiche complesse, l’inglese – la lingua mentale – e la parlata ambientale, un’espressione usata dallo scrittore per definire il dialetto. Ma soprattutto appassionano le vicende partigiane, che non si riducono a cronache di battaglie, ma si sostanziano di storie d’amore, gelosie, riflessioni filosofiche.
Ariosto e Fenoglio
Da alcuni anni a questa parte, dopo la trattazione dell’Orlando furioso di Ariosto, propongo un caffè letterario sul capolavoro della narrativa resistenziale: Una questione privata. Mi sono fatto aiutare, in questa connessione, per alcuni colleghi forse spiazzante, dalle parole di Calvino presenti nella Prefazione alla seconda edizione, del 1964, del Sentiero dei nidi di ragno, in cui lo scrittore ligure faceva una sorta di “bilancio” del Neorealismo ed elogiava Beppe Fenoglio che, pur essendo figura isolata, «riuscì a fare il romanzo che tutti avevamo sognato»:
Una questione privata (che ora si legge nel volume postumo di Fenoglio Un giorno di fuoco) è costruito con la geometrica tensione d’un romanzo di follia amorosa e cavallereschi inseguimenti come l’Orlando furioso, e nello stesso tempo c’è la Resistenza proprio com’era, di dentro e di fuori, vera come mai era stata scritta, serbata per tanti anni limpidamente dalla memoria fedele, e con tutti i valori morali, tanto più forti quanto più impliciti, e la commozione, e la furia. Ed è un libro di paesaggi, ed è un libro di figure rapide e tutte vive, ed è un libro di parole precise e vere. Ed è un libro assurdo, misterioso, in cui ciò che si insegue, si insegue per inseguire altro, e quest’altro per inseguire altro ancora e non si arriva al vero perché (I. Calvino, Il sentiero dei nidi di ragno, Einaudi, Torino 1971, p. 22).
Il romanzo, del 1963, pubblicato due mesi dopo la morte di Fenoglio, nell’anno in cui la letteratura italiana avrebbe iniziato una svolta con la fondazione, a Palermo, del Gruppo 63, presenta l’intreccio di due componenti già presenti nell’opera di Ariosto, ovvero la guerra e l’amore: se nel Furioso l’amore di Orlando era la forza centrifuga che distoglieva il paladino cristiano dalla lotta contro gli infedeli, in Fenoglio la questione privata legata al presunto tradimento di Fulvia svia Milton dalla guerra partigiana.
Progettare un caffè letterario: snodi tematici per la discussione
A mio avviso, affinché il Caffè letterario sia produttivo, è necessario anzitutto che il docente conosca in modo approfondito il testo proposto, ma soprattutto abbia in mente dei punti da sviluppare nella discussione, che impiegherà, all’incirca, 80-90 minuti. Si dovrà, infatti, fare in modo che il testo canonico e quello assegnato in lettura integrale dialoghino tra di loro, in modo che la classe prenda coscienza del fatto che la letteratura indaga sempre aspetti dell’umano che attraversano i secoli; per utilizzare le parole presenti in una Satira di Orazio, mutato nomine, fabula de te narratur, ovvero «cambiato il nome, la storia parla di te», adolescente del XXI secolo.
Per Una questione privata, la mia attenzione si è appuntata su 4 percorsi (tra i tanti) che connettessero l’opera al Furioso, di cui si erano appena letti passi in classe:
- l’amore come pazzia
- le figure femminili
- lo spazio
- le soglie del testo
L’amore come pazzia
Il primo percorso mira a proporre una suggestiva lettura di Una questione privata, in cui, è mio avviso, è presente una sorta di follia amorosa da parte di Milton, ossessionato dalla possibile relazione tra l’amico Giorgio e l’amata Fulvia. Se si vuole percorrere invece una strada meno secondaria, si può far riflettere la classe sul triangolo amoroso che caratterizza entrambe le opere: Orlando-Angelica-Medoro e, dall’altra parte Milton-Fulvia-Giorgio. La bellezza di Medoro si può vedere trasferita in Giorgio Clerici, che viene presentato così da Fenoglio: «Giorgio era il più bel ragazzo di Alba ed anche il più ricco, ovviamente il più elegante […], biondo miele» (B. Fenoglio, Una questione privata, Einaudi, Torino 2006, p. 13). Orlando, definito cagnazzo e regredito a homo selvaticus, rivive in Milton, descritto così da Fenoglio e da Fulvia:
«Milton era un brutto: alto, scarno, curvo di spalle. Aveva la pelle spessa e pallidissima, ma capace d’infoscarsi al minimo cambiamento di luce e di umore. A ventidue anni , già aveva ai lati della bocca due forti pieghe amare, e la fronte profondamente incisa per l’abitudine di stare quasi di continuo aggrottato […]. All’attivo aveva solamente gli occhi, tristi e ironici, duri e ansiosi, che la ragazza meno favorevole avrebbe giudicato più che notevoli. Aveva gambe lunghe e magre, cavalline, che gli consentivano un passo esteso, rapido e composto» (Fenoglio, op. cit. , p. 4).
Si potrà inoltre ragionare su come l’amore, nei due contesti, diversissimi per età e forze in campo, diventi una vera e propria forza centrifuga, che allontana i combattenti dalla loro missione. Infatti, se ci si pensa, anche la vicenda di Orlando e Angelica è una questione privata nella guerra tra Franchi e Saraceni.

Le figure femminili
Il secondo snodo da sviluppare nel Caffè letterario è quello delle due figure femminili protagoniste dell’opera, ovvero Angelica e Fulvia, che sono già ritratte nelle prime pagine dell’opera, nel canto I del Furioso e nella famosa scena della casa dei ciliegi che apre l’opera fenogliana. Angelica si caratterizza per essere una donna sfuggente, che non vuole essere catturata né diventare oggetto di possesso da parte di Orlando; seguendo il criterio boccaccesco della democraticità dell’amore, decide di rifiutare l’amore di un conte per concedersi a un semplice fante saraceno, Medoro. Anche Fulvia è una donna che rifiuta l’amore di Milton, ma la sua relazione con Giorgio, in realtà, non è certa, ma vive solo nella mente di Milton. Consiglio la lettura, durante il caffé letterario, delle prime pagine dell’opera, in cui il ricordo della donna si associa alla casa con le ciliegie:
Passò il cancello che non cigolò e percorse il vialetto fino all’altezza del terzo ciliegio. Com’erano venute bene le ciliegie nella primavera del quarantadue. Fulvia ci si era arrampicata per coglierne per loro due. Da mangiarsi dopo quella cioccolata svizzera autentica di cui Fulvia pareva avere una scorta inesauribile. Ci si era arrampicata come un maschiaccio, per cogliere quelle che diceva le più gloriosamente mature, si era allargata su un ramo laterale di apparenza non troppo solida (Fenoglio, Ibidem)
Lo spazio
Altro elemento da indagare è il trattamento dello spazio: alla geografia fisica e immaginaria del Furioso, in uno spazio orizzontale e laico ben diverso da quello dantesco, si può accostare l’ambientazione langarola, in un contesto sempre caratterizzato dal fango, dalla nebbia e dalla pioggia, a rendere ancora più difficile la missione di Milton; come scrive Nunzia Palmieri su «Doppiozero»:
I boschi sulle colline intorno ad Alba, i rittani in cui trovare rifugio, le cascine dei contadini, le cense, i filari di viti, i ciliegi, gli olmi, i sentieri fangosi attraversati durante la Resistenza e soprattutto l’Alta Langa di San Benedetto Belbo, dove una parte della famiglia aveva le sue origini, sono il grande corpo a cui Fenoglio si affida, ascoltandone le voci e assorbendone tutti gli umori (N. Palmieri, Beppe Fenoglio. Corpo, «Doppiozero», 1 marzo 2022).
Interessante è quindi far lavorare la classe su un confronto, per esempio tra i luoghi di Una questione privata e la selva del canto I del Furioso, ma anche il Palazzo del Mago Atlante del canto XII oppure il locus amoenus che diventa horridus del canto XXIII dopo la follia di Orlando.

Le soglie del testo
Da ultimo, trovo sempre produttivo un lavoro sulle soglie del testo, ovvero l’incipit e l’explicit dell’opera, due luoghi assai interessanti e portatori di senso. Nell’Orlando furioso il canto I è una summa dei motivi dell’opera, ma se pensiamo a Una questione privata, il romanzo si apre con Milton ritratto davanti alla villa di Fulvia, mentre si domanda se e quando rivedrà la donna amata, e si chiude con la corsa sotto le fucilate dei nemici:
Correva, con gli occhi sgranati, vedendo pochissimo della terra e nulla del cielo. Era perfettamente conscio della solitudine, del silenzio, della pace, ma ancora correva, facilmente, irresistibilmente. Poi gli si parò davanti un bosco e Milton vi puntò dritto. Come entrò sotto gli alberi, questi parvero serrare e far muro e a un metro da quel muro crollò (B. Fenoglio, op. cit., p. 129).

Con la classe, durante il caffè letterario, si può cercare il senso di questa conclusione e perché Fenoglio abbia scelto un finale aperto, anche se mi sento di concordare con le parole di Marco Balzano, secondo cui lo scrittore «vuole fermare la nostra attenzione sull’unico dato che gli sta veramente a cuore e che rimarca la sua idea di scrittura: la crisi del protagonista è superata. Milton è scampato al deragliamento emotivo e al furore senza ritorno. Solo questo conta. Non serve sapere altro» (M. Balzano, Fenoglio e il folle volo di Milton sospeso sul finale, «Patria Indipendente», 15.01.2016, recuperabile qui).
Oltre il dato letterario, però, ci sono le domande che il testo fenogliano pone, su questioni che possono coinvolgere ancora gli adolescenti d’oggi:
- qual è il confine tra amore e gelosia?
- si può definire vera amicizia quella tra Milton e Giorgio?
- nelle guerre, che ruolo hanno le questioni private?
- ci possono essere guerre giuste o le guerre sono sempre disumane?
Un bilancio di queste anticipazioni
Una pratica invalsa dei docenti di lettere è quella di assegnare romanzi del Novecento come lettura estiva, così, senza contesto. Se si leggono in rete, per pura curiosità, i compiti estivi del triennio, capita di trovare Se questo è un uomo, I Malavoglia, La coscienza di Zeno proposti come letture estive nell’estate che precede il quinto anno. Il rischio è però che queste letture, ancor più con l’uso dell’AI, si riducano alla ricerca online di informazioni sul testo e che quindi le buone intenzioni facciano naufragio.
Non so se la metodologia del Caffè letterario e l’anticipazione di opere del Novecento connesse ad autori del canone sia la panacea a tutti i mali; sono ormai disilluso sul tema dell’educazione alla lettura nel secondo ciclo e ritengo che la lettura sia una sorta di dote che si trasmette soprattutto in ambito familiare o nei primi anni del ciclo di istruzione e che, arrivati alle superiori, ben poco si possa fare.
Il Caffè letterario, però, presenta alcuni vantaggi, che vi elenco:
- consente, anche per gli studenti più restii, di vivere la lettura come momento di confronto, libero da giudizi, voti e verifiche;
- permette di conoscere autori e opere che verranno (forse) trattati in quinta, o solo ripresi per sommi capi, ben più vicini a noi dei classici presenti sul manuale;
- fa sì che la letteratura e la lettura divengano esperienze condivise e si cerchi un senso in quel che si propone nelle ore di italiano, senza che si riduca a una carrellata di autori, che spesso sa di collezione di figurine;
- permette di connettere lettura e trattazione dei classici, sotto la guida dell’insegnante, vero e proprio esperto di letteratura e di lettura (va ricordato, ogni tanto).
Formare persone, non letterati
Ho maturato ormai da anni la convinzione che, al di là della storia letteraria, il nostro unico obiettivo è quello, attraverso la letteratura, di proporre degli sguardi sul mondo, delle soluzioni alla pesantezza della vita, per citare le Lezioni americane di quel Calvino, che non ho proposto legato ad Ariosto, nonostante il suo Orlando furioso di Ludovico Ariosto raccontato da Italo Calvino.

Ho avuto diverse alunne e alunni, ora ingegneri, psicologici, medici, farmacisti che, incontrandomi a scuola durante una rimpatriata o per strada, hanno ricordato con affetto le ore di letteratura e continuano a leggere (e a seguire i miei consigli di lettura) nonostante facciano altro nella vita. Credo che questo sia il senso della letteratura, ma forse, il senso della scuola tout court: formare non specialisti della materia, ma menti pensanti.
Il mai abbastanza compianto Romano Luperini, nel fondamentale Insegnare la letteratura oggi, dedica un capitoletto, Insegnare il Novecento, proprio alle modalità di sviluppo e analisi della letteratura del XX secolo, sottolineando la necessità di uscire dallo storicismo, dato che «non è più possibile […] studiare la letteratura autore per autore dal Medioevo a oggi», come un «accumulo lineare e progressivo di autori», ma si dovrà lasciare spazio a uno studio «per problemi, per tendenze, per generi letterari, operando tagli e selezioni a seconda del programma che di anno in anno il professore può scegliere» (R. Luperini, Insegnare la letteratura oggi, quinta edizione ampliata, Manni, Lecce 2013, p. 138). Quindi, anche per i caffè letterari, sarà il docente, in base alla propria sensibilità, a variare di anno in anno, aprendo non solo al secondo Novecento, ma anche all’Estremo Contemporaneo.
E, per citare, alla fine ancora Langella:
«Se vogliamo che gli studenti si appassionino davvero alla letteratura e si lascino interrogare dai testi, dobbiamo creare, a latere dell’apprendimento ordinario, una sorta di “zona franca” in cui le opere cessano di essere dei monumenti di pietra da ammirare con compunta deferenza ed esaminare diligentemente in ogni dettaglio: nello spazio del “caffè letterario” si devono creare le condizioni per un incontro significativo e fondante, che ci aiuti a comprendere il mondo e noi stessi e che potrebbe perfino cambiarci la vita» (G. Langella, Un “caffè letterario” sul romanzo di formazione. Inneschi e confronti per una scorciatoia fino al Novecento, «Sanoma»).
Non mi sembra una missione da poco per noi docenti di lettere.
