Tempo di lettura stimato: 15 minuti
Ella si alzò:
— Non chiudere…. Non ci ode nessuno.
Allora egli, voltandosi a lei con uno sguardo pieno di pietà e di affetto, vide il suo ventre.
★ ★ ★
Quando si riebbe dalla vertigine violenta che l’aveva abbattuto ai piedi di Ghìsola, egli non l’amava più.
Memorie universitarie
Tra i docenti universitari che ricordo con più stima (e affetto) c’è sicuramente la Prof.ssa Nunzia Palmieri, titolare della cattedra di Letteratura italiana contemporanea all’Università di Bergamo. Allieva di Mario Lavagetto, studiosa sopraffine di Svevo, Fenoglio e, in generale, della narrativa del Novecento (con particolare attenzione a Celati e Cavazzoni), è stata la docente che, prima di altri, mi ha fatto capire che la mia strada sarebbe stata l’insegnamento. La chiarezza espositiva e la precisione terminologica che dimostrava nelle sue lezioni, tutte rigorosamente preparate e scritte, hanno rappresentato per me un modello di docente a cui ispirarmi. Ricordo ancora il corso dell’anno accademico 2002-2003, dedicato alle case nella letteratura italiana: erano i tempi dei monografici e la Prof.ssa aveva mappato le case di alcuni romanzi della letteratura di fine Ottocento e inizio Novecento, soffermandosi, in particolar modo, su quelle di Senilità di Svevo, uno dei miei romanzi del cuore, e di Con gli occhi chiusi di Federigo Tozzi.

Di quest’opera, ignota al grande pubblico, mi colpì il linguaggio destabilizzante, la sintassi franta, sussultoria, la trama complessa da ricostruire, ma che si chiudeva con quelle righe strepitose che ho collocato ad apertura di questo articolo. Chiamato a tenere, quattro anni fa, un Laboratorio a Scienze della formazione primaria, inclusi nel mio percorso sul personaggio di inizio Novecento anche passi da Con gli occhi chiusi. Dato che tali materiali risultarono inutilizzati (per il poco tempo a disposizione e la mia ingenuità nel credere di potere fare lezione in autonomia…), ho deciso di “riciclarli”, quest’anno, per una piccola unità didattica in quinta.

Più autori, in meno tempo
Da qualche anno sto sperimentando, con buoni riscontri, un insegnamento della letteratura italiana per generi (ne scrivevo qui), che dedica parecchio tempo alla trattazione del romanzo, su cui mi soffermo per circa 4 mesi. Il centro di questo modulo è rappresentato dal cosiddetto romanzo della crisi, di inizio Novecento, con i “giganti” Svevo e Pirandello, che affronto (per questioni di tempo) soprattutto come romanziere. Quest’anno ho però deciso di tagliare la spiegazione di Una vita e Senilità, romanzi sveviani ormai poco antologizzati, per dedicare uno spazio di 5 ore a Tozzi e alla presentazione di Con gli occhi, che ho assegnato come lettura di febbraio. Il fine era anche di “spezzare la monotonia” e presentare un autore un po’ fuori dal canone, dato che, agli Esami di maturità, gli orali di italiano sono il trionfo del già detto e studiato, con il corollario che, ormai, pure i commissari delle materie scientifiche saprebbero rispondere alle domande sul Fanciullino di Pascoli, Rosso Malpelo, i vari pessimismi leopardiani e le maschere di Pirandello.
Romano Luperini, mio nume tutelare, considera Tozzi un autore imprescindibile, collocabile nella triade (insieme a Svevo e Pirandello) dei grandi prosatori di inizio Novecento, ma ammette anche che la sua fortuna è ancora scarsa, per i seguenti motivi: «il carattere apparentemente provinciale e periferico della sua personalità, la sgradevolezza della sua scrittura acre e amara, il carattere sperimentale della sua ricerca» (R. Luperini, Cosa deve sapere di Tozzi un italiano mediamente colto?, «La letteratura e noi», 01.08.2018, link qui).
Delimitare un percorso
Il percorso su Tozzi, con un focus su Con gli occhi chiusi, deve essere ben progettato, perché il rischio è che debordi, venendo meno al diktat “più autori in meno tempo”. Le informazioni biografiche, in questo caso, risultano però necessarie, perché senza conoscere la vita dell’autore è impossibile cogliere appieno la sua produzione, che risulta per gran parte autobiografica: venendo a Con gli occhi chiusi, il padre Domenico Rosi è modellato su Ghigo Tozzi, Anna su Annunziata Automi, madre di Tozzi, mentre il personaggio di Ghìsola si ispirerebbe alla contadina Isola, amore giovanile dell’autore; da ultimo i fallimenti scolastici e lavorativi di Pietro Rosi ricalcherebbero quelli dello scrittore. L’ambientazione a Poggio a’ Meli è ispirata infine al podere che i Tozzi avevano a Castagneto.

La poetica di Tozzi
Dopo la presentazione della biografia e una mappa dei luoghi di Tozzi, risulta molto fruttuosa in classe la lettura dello scritto di poetica Come leggo io, uscito nel 1919, che si può usare come motivazione per lo spaesamento degli adolescenti di fronte alle trame svuotate di eventi dei romanzi tozziani.

Nell’articolo Tozzi sottolinea il suo disinteresse per una narrativa basata sull’azione: egli persegue, invece, una narrativa di analisi, basata su «qualsiasi misterioso atto nostro»; di conseguenza, non va letto un romanzo di seguito per vedere come va a finire o per capire l’evoluzione dei personaggi: si dovrà capire la validità di un romanzo da un suo singolo frammento, dal modo con cui lo stile aderisce ai moti dell’anima. Bisogna quindi essere «pessimi lettori»: i buoni lettori si interessano solo alla vicenda e vogliono i fatti.
Ecco un passaggio decisivo di Come leggo io, utile a motivare alcune scelte narrative dell’autore:
Se leggessi il libro di seguito, io non avrei modo di giudicare quanto i personaggi «sono fatti bene».
Io li devo interrompere, li devo pigliare alla rovescia, quando meno se l’aspettano; e, soprattutto, non lasciarmi dominare dalla lettura di quel che essi dicono. Bisogna che li tenga sempre lontani da me, in continua diffidenza; anzi, ostilità. Anche i libri mediocri, letti di seguito all’inizio di un nostro stato d’animo che è suscettibile di svilupparsi, possono sembrare, specie lì per lì, molto belli. E più quelli che hanno un senso logico sentimentale o quasi. Ma io non mi lascio convincere. La bravura del mestiere è più che pericolosa. E la buona «immaginazione» vorrà essere sempre libera e sciolta da qualunque consenso anticipato. Gli «effetti sicuri» sono l’opposto della forza lirica. Gli svolazzi, gli scorci, le svoltate, le disinvolture, i pavoneggiamenti, le alzate della trama non contano niente. Anzi tanto più lo scrittore si è compiaciuto degli effetti cinematografici che potevano ritrarsi dagli elementi della trama (i quali non possono essere altro che esteriori rispetto alla sostanza vera del romanzo) e tanto più egli avrà dovuto trascurare la profondità. Ai più interessa un omicidio o un suicidio; ma è egualmente interessante, se non di più; anche l’intuizione e quindi il racconto di un qualsiasi misterioso atto nostro; come potrebbe esser quello, per esempio, di un uomo che a un certo punto della sua strada si sofferma per raccogliere un sasso che vede e poi prosegue la sua passeggiata. Tutto consiste nel come è vista l’umanità e la natura. Il resto è trascurabile, anzi mediocre e brutto.
Questo brano è particolarmente interessante; quando si assegna una lettura domestica, la tipica reazione degli studenti è la seguente: «Prof. ma il libro che ci ha assegnato era lento!»; nel caso di Tozzi, invece, colpisce lo svuotamento della trama tradizionale, l’assenza di capitoli, la presenza di ellissi e di salti logici da una sequenza all’altra. Nel romanzo, infatti, tutta la realtà è filtrata dalla psiche di Pietro, in ossequio all’interesse di Tozzi per Williams James e la scuola di Charcot (i critici parlano, infatti, di prefreudismo).

Un percorso di lettura
Posto che il romanzo è stato assegnato come lettura domestica, con annessa discussione nel Caffè letterario, momento piacevole e arricchente, ma per suo statuto destrutturato e utile soprattutto come innesco all’opera, è necessario selezionare almeno 3-4 testi che “rimangano” e che possano essere testati e inseriti nel famoso Documento del 15 maggio. Dato che le soglie sono sempre snodi interessanti e memorabili in un romanzo (ne scrivevo in questo pezzo su «La letteratura e noi» intitolato L’inizio e la fine: un percorso ad alta velocità tra Svevo e Pirandello), le ho incluse fra i quattro testi presentati in classe che, per comodità, ho inserito in questa tabella riepilogativa:
| Testo in progressione | Titolo / Collocazione | Perché leggerlo? |
| 1 | L’inizio dell’opera (da Usciti dalla trattoria ad andavano fin su le labbra) | Perché si presentano i personaggi, in particolare le figure di Domenico Rosi e della madre Anna. Il brano dà inoltre la possibilità di agganci con la religione della roba di Verga |
| 2 | L’incontro con Ghìsola (da Pietro non era ancora calmo quando scorse Ghìsola a come per escire fuori) | Perché Tozzi ci presenta una figura femminile particolare, una femme fatale però di condizione umile. Il brano consente un confronto con la novella La lupa di Verga e, in generale, con analoghi passi che presentano donne nella letteratura tra fin de siècle e inizio Novecento |
| 3 | La castrazione delle bestie di Poggio a’ Meli (da Domenico faceva castrare tutte le bestie a madia ancora aperta) | Perché si tematizza la tirannia del padre e l’inettitudine di Pietro. Si può collegare all’angoscia di castrazione e al complesso di Edipo descritti da Freud, oltre che al tema dei padri-padroni nella letteratura di inizio Novecento |
| 4 | Il finale del romanzo (da Entrò nell’uscio indicato dalla lettera a egli non l’amava più) | Perché Tozzi riscrisse il finale più volte e consente una discussione con la classe come comunità ermeneutica. Si può inoltre riflettere sul percorso di formazione (riuscita o mancata) di Pietro |

Un autore da “collegare”
La trattazione di questi passi, oltre a sistematizzare i temi-chiave della produzione di Tozzi, consente anche di collegare questo autore poco noto con altri del canone, in particolar modo con Verga e Tozzi. Per quanto riguarda il primo, a cui Tozzi dedicò nel 1918 un contributo intitolato Verga e noi, si può far notare come, nonostante l’ambientazione campagnola, temi comuni e identici personaggi incolti, pre-moderni, Tozzi si situi agli antipodi del Naturalismo e del Verismo. Celebre è infatti l’affermazione di Giacomo Debenedetti, secondo cui «Il naturalismo narra in quanto spiega, Tozzi narra in quanto non può spiegare». Rifiutando l’interpretazione di Tozzi come epigono di Verga, «il critico torinese, fra i più tempestivi e sensibili nell’utilizzare le suggestioni della psicanalisi, coglieva le motivazioni “profonde” che guidano i personaggi tozziani; veniva così riconosciuta la sostanziale estraneità del romanziere alla linea naturalista e al bozzettismo toscano, e la sua prossimità al romanzo europeo contemporaneo, felicemente definito “interrogativo”, rappresentato dalle opere di Proust, di Kafka e di Joyce» (Introduzione a Federigo Tozzi, Con gli occhi chiusi, a cura di Pietro Gibellini e Giacomo Prandolini, Brescia, La Scuola, 1996, pp. 254).

È utile quindi notare con la classe come la ripresa di alcuni temi naturalisti e veristi (la città come centro del vizio, la religione della roba) avvenga in una struttura narrativa però modernista: tutta la realtà, infatti, è filtrata dalla coscienza di Pietro, colto in alcuni stadi di allucinazione e confusione, come nel finale. Come evidenzia Giuseppe Nicoletti nell’Introduzione all’edizione Garzanti, il “materiale psichico” varia dalla rappresentazione di «atti “insindacabili” (atti mancati, atteggiamenti di sadismo infantile ecc.) alla esposizione di sogni (specie di Ghìsola e Pietro) e fino alla descrizione di stati incubici, deliri e paure di ogni tipo». Infatti «sembra che tutta la realtà sia percepita come in uno stato di allucinazione, anche la realtà fenomenica del paesaggio o quella petrosa degli esterni urbani» (G. Nicoletti, Introduzione a Con gli occhi chiusi, Garzanti, Milano 2002, p. XXVIII). In questo sta lo scarto di Tozzi rispetto alla letteratura dell’Ottocento: all’oggettività del Naturalismo e Verismo si sostituisce la soggettività e il frammento che espone materiale psichico.
Come scrivo spesso, uno degli elementi più produttivi in ambito letterario è però la possibilità di collegare i diversi autori legandoli a tematiche comuni che, in riferimento a Tozzi, sono a mio avviso il denaro e il rapporto padre-figlio. Per quanto sia difficile un approccio prettamente tematico, in quanto implica una grande capacità del docente nel fornire esaustivi quadri di contesto in cui seguire l’evoluzione del tema, credo sia necessario, in alcuni snodi del programma, rimarcare certe costanti tematiche, che caratterizzano diversi autori (e correnti letterarie). Per il tema del rapporto padri-figli, rimando al bell’articolo di Gennaro Armandonico (recuperabile qui), mentre per quello del denaro Con gli occhi chiusi si può affiancare ad altri testi del Novecento, come il capitolo finale de La coscienza di Zeno (sulle cui logiche economiche si può leggere il bel contributo di Massimiliano Tortora intitolato Svevo e l’economia) oppure La malora di Fenoglio. Quello del tema è, a mio avviso, anche un modo per introdurre nel percorso dei testi che, forse, non si andrebbero a toccare in un “Profilo d’autore”. Pensiamo, per esempio, a La vita agra di Bianciardi o a Le mosche del capitale di Volponi, da proporre e leggere in classe.
La sua trattoria! Qualche volta, parlandone, batteva su le pareti le mani aperte; per soddisfazione e per vanto.
Restato contadino, benchè avesse presto mutato mestiere, era capace di pigliare a pugni uno che non avesse avuto fede alla sua sincerità. E credeva che Dio, quasi per accontentarlo, avesse pensato, insieme con lui, alla sua fortuna. Del resto, sentiva la necessità di arricchire di più; per paura delle invidie. Quanti avrebbero fatto di tutto per rivederlo senza un soldo! (F. Tozzi, op. cit., p. 5).

Il film
La lettura di passi di Con gli occhi chiusi può essere affiancata poi dalla visione di alcuni spezzoni del film omonimo (disponibile su Amazon Prime) diretto da Francesca Archibugi, uscito nel 1994, con Debora Caprioglio nei panni di Ghìsola adulta e Stefania Sandrelli nel ruolo della madre Anna. Pur non rappresentando un capolavoro della filmografia italiana, a mio avviso per le doti di recitazione piuttosto scarse di alcuni attori, se si fa eccezione per l’ottimo Marco Messeri, nel ruolo del rude e collerico Domenico Rosi, si possono comunque estrarre alcune scene da mostrare in classe.

Anche Elena Binni, nell’articolo Diffrazione della sensualità e discontinuità dei tempi della narrazione in Con gli occhi chiusi, ha sottolineato l’influenza del cinema per la stesura del capolavoro tozziano: «Sul fatto che in Tozzi siano presenti suggestioni che derivano dal linguaggio cinematografico, funzionali alla sua tecnica del narrare, è già stato detto, sia come specificità dello scrittore sia, più in generale, come elemento connotativo dell’espressionismo tout court – dove l’ingrandimento, o zoomata, di un particolare fino a deformarlo è un tipico tratto distintivo e segna l’inizio di una nuova sensibilità, quella moderna» (E. Binni, Diffrazione della sensualità e discontinuità dei tempi della narrazione in Con gli occhi chiusi, «Interval(le)s», VI, 6 Automne 2012, p. 133).

Indico quelli che, a mio avviso, sono gli spezzoni di film più interessanti: la scena della castrazione degli animali a Poggio a’ Meli, quella della morte di Anna, con le urla di Domenico e la mancata reazione di un attonito Pietro, ma merita una particolare attenzione anche la scena finale che mostra l’adulto Pietro Rosi, interpretato da Fabio Modesti, salire le scale della casa d’appuntamenti in cui è alloggiata Ghìsola. Nella conclusione, infatti, la prospettiva è quella di Pietro e la vista del ventre di Ghìsola lo fa materialmente cadere a terra. L’ultima inquadratura, infatti, rappresenta Pietro a terra, con la frase finale del romanzo che chiude il film, con i titoli di coda che iniziano a scorrere.

Un bilancio di lettura
Mi scusi, Prof., ma io ho dovuto rileggermelo varie volte, perché non capivo certi passaggi.
A me ha colpito il personaggio di Pietro perché questa cosa degli occhi chiusi, se ci pensi, è caratteristica di ognuno di noi.
Io non ci ho capito molto della trama, ma il personaggio di Pietro mi ha colpito molto, anche per il suo approccio un po’ strano alla vita.
Arrivati in fondo a questo articolo didattico, mi permetto di fare un bilancio dell’azzardo di assegnare un’opera tanto ostica quanto poco antologizzata a dei diciottenni già di per sé allergici alla lettura.
Credo, in realtà, che l’approccio a Con gli occhi chiusi abbia fatto capire agli studenti che il parametro su cui “misurare” la bontà o meno di un romanzo non debba essere la sola trama: la lettura dell’opera è stata un’immersione in un mondo straniante ma, a loro avviso, affascinante e sfidante. Ci siamo “divertiti” a simulare le modalità di lettura indicate in Come leggo io e sono state molto interessanti le riflessioni sul romanzo nel momento del Caffè letterario: ci siamo interrogati sullo statuto del personaggio di Ghìsola, tra femme fatale e contadina grezza, su Pietro come inetto alla Alfonso Nitti o capace di riscatto finale. Interessante è stato poi il confronto tra la relazione amorosa che lega Pietro a Ghìsola e quella ben più famosa di Catullo e Lesbia.
Insomma, Tozzi non sarà (forse mai) un autore del canone e Con gli occhi chiusi un’opera accessibile e facile da comprendere, ma credo che, alla fine, se la storia di Pietro e Ghìsola ha suscitato negli studenti qualche domanda su loro stessi e sul mondo che li circonda, allora è stata una scommessa vinta.