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La zona grigia
In un celebre saggio del 1986, intitolato I sommersi e i salvati, Primo Levi introduce il concetto di zona grigia; si tratta di una zona «dai contorni mal definiti, che insieme separa e congiunge i due campi dei padroni e dei servi»; a popolarla, è infatti «la classe ibrida dei prigionieri-funzionari [che] costituisce l’ossatura del Lager, e insieme il [suo] lineamento più inquietante» (P. Levi, I sommersi e i salvati, in M. Belpoliti (a cura di), Opere, vol. II, Einaudi, Torino 1997, p. 1022). Contro l’invalsa dicotomia aguzzini-prigionieri, egli analizzava tutta una serie di figure che, nei campi di sterminio, in tedesco Vernichtungslager, cercarono di salvarsi scendendo a patti con i tedeschi. Giorgio Agamben, in Quel che resta di Auschwitz, scrive (cito dal bell’articolo di Anna Bravo sul portale Centro Studi Primo Levi), che la zona grigia è il simbolo e l’area in cui (grassetti miei) «le vittime diventano carnefici e i carnefici vittime», in cui «l’oppresso diventa oppressore e il carnefice appare a sua volta come vittima», perché tutti e due sono immersi in «qualcosa come un nuovo elemento etico […] una zona di irresponsabilità [intesa in senso giuridico, n.d.a.] e di impotentia judicandi».

Le considerazioni di Levi e Agamben possono essere applicate, a mio avviso, anche a Il fumo di Birkenau di Liana Millu, uscito nel 1947, l’anno di pubblicazione di Se questo è un uomo; l’opera si legge ora (compra qui) nell’edizione della piccola casa editrice Giuntina, erede di quella Tipografia Giuntina fondata a Firenze nel 1909 da un ebreo polacco, il celebre libraio antiquario ed editore Leo Samuele Olschki. Il fumo di Birkenau rappresenta una delle testimonianze più vivide dell’esperienza dei campi di annientamento, scritta dall’insegnante, giornalista e partigiana pisana Liana Millu, arrestata a Venezia e deportata ad Auschwitz nel 1944.

L’opera venne stesa al ritorno febbrilmente e di getto come se ci fosse stato, disse poi la scrittrice, «uno spirito che mi dettasse il libro». La caratteristica di questo volumetto, che si compone di sei racconti per un totale di 160 pagine, è di esplorare la condizione femminile nel campo, evidenziandone la precarietà e la durezza, ma anche fornendo un’immagine dell’universo concentrazionario molto varia e, a mio avviso, spesso sorprendente e destabilizzante.
Sei racconti: sei prospettive sul mondo concentrazionario
Prima di analizzare l’interesse, anche didattico, dell’opera, qualche parola sulla struttura. Il fumo di Birkenau si apre con la prefazione di Primo Levi, grande amico di Millu, che rileva come «da ognuno di questi itinerari umani in un mondo disumano emerg[a] un’aura di tristezza lirica, mai inquinata dalla collera o dal lamento scomposto; e di dolorosa sapienza mondana, a dimostrare che l’autrice non ha sofferto». Dopo le due pagine di prefazione, l’opera si articola in sei racconti di circa 30 pagine, intitolati, nell’ordine Lily Marlene, La clandestina, Alta tensione, Il biglietto da cinque rubli, Scheiss egal e, infine, L’ardua sentenzia.
Nel primo racconto la protagonista Lily, dopo un bacio rubatole dall’amante di una Kapo, viene brutalmente linciata e mandata nei forni; nel secondo una deportata, Maria, arrivata incinta nel campo, cerca di far nascere comunque il suo bambino, che però muore insieme alla madre dissanguata; in Alta tensione Bruna e il figlio Pinin, malato, terminano la loro vita in un abbraccio elettrizzati dalla corrente del filo spinato; nel racconto Il biglietto da cinque rubli un’ebrea russa, Zinuchka, cerca di far fuggire un uomo che somiglia al marito, ma verrà sorpresa e torturata. Il quinto racconto, Scheiss egal, racconta la storia di due sorelle, di cui una, Charlotte, per sopravvivere al campo, si concede ai tedeschi come prostituta e viene disconosciuta dalla sorella malata, che rifiuta il cibo offertole. L’ultimo racconto, L’ardua sentenza, è incentrato infine sul dilemma interiore di Lise, moglie di Rudi, che alla fine, nonostante i sensi di colpa, tradirà.

Filoni ed elementi ricorrenti
Quali sono i punti in comune di tutti questi racconti che, d’altra parte, è possibile leggere singolarmente? Di sicuro essi descrivono un’umanità femminile sofferente, più esposta degli uomini alle fatiche del campo, ma anche del clima polacco, ritratto come estremo, tanto nel freddo, quanto nel caldo; le donne infatti svolgevano le medesime mansioni degli uomini e in più dovevano subire sofferenze legate alle mestruazioni o gravidanze che nel campo non potevano essere portate avanti. Inoltre, contrariamente a quanto scritto da Levi, ciò che emerge è la commistione di umanità e disumanità: se sicuramente si vedono rappresentati rapporti di amicizia, affetto e amore come tra Lianka e Lily in Lily Marlene, o tra l’io narrante e Maria nel racconto La clandestina, è anche vero che nel primo racconto dell’opera Adela è corrosa dall’odio e dall’invidia e, nell’altro, il bacio dell’hochane a una incolpevole Lily ne provocherà la morte per la gelosia della Kapo. Infine, emerge il dissidio interiore che caratterizzava molte deportate, tra volontà di rimanere pure, incorrotte e legate ai loro ideali, ma probabilmente morire, e rinuncia a tutto ciò per cercare di salvarsi, nella percezione che la guerra stia per terminare.

Come giustamente annota Marta Baiardi nell’articolo Il romanzo concentrazionario di Liana Millu, pubblicato sui «Quaderns d’Italià» nel 2014
Le indomite eroine del Fumo infatti sono tutte sconfitte, morte, uccise o suicidate, sempre sbaragliate, ma il loro coraggio estremo consiste nel volere ostinatamente tenere in vita, nel contesto disumanizzato del lager, un loro tesoro prezioso, di volta in volta diverso per ciascuna ma per ciascuna irrinunciabile: l’amore materno per Bruna; l’onestà di costumi per Gustine; l’amore per il marito della russa Zina; il desiderio di sopravvivere e di tornare a casa di Lotti e di Lise; il dolce gioco della seduzione amorosa per Lily; lo struggente desiderio di maternità per Marie. Ciascuna per questo suo «tesoro» —vero nucleo irriducibile del sé— sacrificherà quasi sempre la vita o la propria integrità morale (p. 85).
Racconti polifonici
Polifonia, intesa come intreccio di più voci, è una parola che descrive bene i racconti inseriti ne Il fumo di Birkenau; le storie si caratterizzano per dialoghi incalzanti, con uno spazio ridotto per le descrizioni, ma emerge anche un tratto a rendere il libro ancora più vivido e reale: l’inserimento di parole ed espressioni in tedesco che Millu, a mio avviso, volutamente non traduce per mettere il lettore nei panni della deportata identificata, con dileggio, col termine macaroni: Achtung, stubowa, Blocksperre, Posten, Fliegeralarm concorrono a creare quella Babele di lingue ben descritta nelle pagine di Se questo è un uomo.
E così i diversi narratori ascoltano voci di tedeschi con fare impositivo, invettive di Blockowe adirate per i ritmi di lavoro, a loro avviso, troppo rilassati, ma anche parole in francese, lingua della raffinatezza per eccellenza, che si addice a deportate gentili e che rappresentano una roccaforte di umanità nella disumanità del lager.
Storie claustrofobiche
Molti romanzi che raccontano la Shoah si articolano in una narrazione cronologica che inizia con la prigionia, prosegue col viaggio in treno e l’ingresso nei campi, per poi narrare la vita dei detenuti fino alla liberazione; è quello che accade, per esempio, in due capolavori come Se questo è un uomo o La notte di Elie Wiesel. Se in questi due romanzi il focus è sul tempo, nel Fumo è sullo spazio: come annota la Baiardi nell’articolo sopra citato, «ogni racconto si situa infatti in un luogo diverso del campo: fabbrica, Revier, Kommando di lavoro nei campi, Kommando di lavoro nelle cucine, Esskolonne, baracca di abitazione. Questa mancanza di direzione cronologica e la disposizione orizzontale della materia narrativa rendono le storie tutte contemporanee» (ivi, pp. 84-85), quasi claustrofobiche. Il campo è infatti un orizzonte limitato da cui non si può uscire, oppure si può uscire nel vento, per citare il brano di Guccini.
Questo è forse uno dei motivi della scarsa fortuna scolastica dell’opera, dal momento che viene meno a quell’intento edificante e moraleggiante che si suole celebrare il 27 gennaio, Giorno della Memoria. Le storie di Millu, invece, ci presentano la quotidiana sopravvivenza di donne che lottano con altre donne, mentre l’elemento maschile risulta quasi di contorno di fronte a figure tanto statuarie. Forse le uniche donne per le quali si può provare empatia sono Lily e Maria, protagoniste dei primi due racconti che aprono l’opera.
Un racconto emblematico
Se dovessi selezionare un racconto del Fumo da proporre a scuola, sicuramente sceglierei La clandestina, per la struttura lineare, il sistema dei personaggi e il tema della vita che cresce in un orizzonte di morte, come quello del campo di sterminio. La storia è incentrata intorno alla vicenda di Maria che, entrando nel campo, non dichiara di essere incinta e decide di tentare di portare avanti la gravidanza, strappandosi le coperte per fasciarsi la pancia ed eludere sguardi indiscreti. Non potrà però eludere lo sguardo di Adela che, intrisa d’odio per il destino della figlia di quasi nove mesi, uccisa prima ancora di entrare nel campo, assurge per buona parte del racconto ad antagonista di Maria, difesa dall’io narrante. La Spannung del racconto avviene quando, dopo un maltrattamento della blockwa, tutti vengono a conoscenza della gravidanza di Maria:
– Maria è incinta, Frau blockowa – disse una voce all’improvviso. Erna si voltò, tutte le teste si voltarono, e Adela si trovò circondata da un cerchio di ardente curiosità e rimase nel centro, indifferente e aggrondata.
– Incinta? – ripetè Ern con accento incredulo. – Quella è incinta? E come fai a saperlo? Cosa sono queste storie?
– È incinta, Frau blockowa! Tutte le mattine si fascia stretta la pancia per tenerla dentro, io dormo con lei e ve lo posso assicurare (p. 62).
Maria è assegnata a lavori nel Block, a trasportare pagliericci e lavare il pavimento, attività forse più sfinenti di quelle esterne, fino al momento delle doglie, in cui è aiutata, incredibile dictu, da Adela, passata, racconta la narratrice, «dall’odio all’amore». Lo spettacolo di questo parto in un contesto di morte è però macchiato da un rigagnolo di sangue che esce dalle vene di Maria; tutte le spettatrici, poi, vengono chiamate dal grido delle stubowe, «Aufstehen! Schnell, schnell, aufstehen», ovvero “Alzarsi, veloce, veloce, alzarsi”. La morte della madre e del neonato non è raccontata, ma allusa dalla risposta della stubowa «Finito», a indicare la fine del sogno di Maria di portar fuori una vita da Birkenau.
Perché leggere Il fumo di Birkenau
Una mia ex collega mi confidò, una volta, di non riuscire a leggere romanzi a tema Shoah perché, cito, «mi mettono addosso tanta di quella angoscia». Io invece sono appassionato del genere e, in realtà, spazio anche nella saggistica sul tema. A scuola ho creato, negli anni, una sorta di curriculum verticale, in un crescendo di complessità e che vi propongo:
| Classe | Opera letta per il Giorno della Memoria |
| Prima | Fred Uhlman, L’amico ritrovato |
| Seconda | Elie Wiesel, La notte |
| Terza | Liana Millu, Il fumo di Birkenau |
| Quarta | Art Spiegelman, Maus |
| Quinta | Primo Levi, Se questo è un uomo |

Il fumo di Birkenau è un’opera quindi collocata al centro dell’itinerario di letture per il 27 gennaio e, negli scorsi anni, ha sempre riscosso un buon successo, per diverse ragioni:
- la brevità: si tratta di 6 racconti, per un totale di 160 pagine circa, leggibili quindi in circa una settimana;
- la messa al centro di figure femminili: Il fumo è un’opera che mette al centro la specificità della condizione della donna nei campi di sterminio;
- la rappresentazione di un’umanità disturbante: siamo tutti abituati allo stereotipo di ebrei martiri vittime di aguzzini nazisti, ma leggendo la Millu vediamo all’opera quella zona grigia di cui parlerà Levi ne I sommersi e i salvati. E quindi ci vengono incontro donne che si prostituiscono con i Kapò, blockowe intransigenti e spietate, in una rappresentazione del femminile vivida e cruda;
- la lingua semplice: Millu incentra i suoi racconti su dialoghi serrati, con una sintassi paratattica e una fluidità e limpidezza della narrazione che rappresentano un prestito di Primo Levi.
Il fumo di Birkenau, quindi, registra, «attraverso un occhio che osserva», un’umanità sofferente, ma viva, fatta, per citare Émile Zola, di sangue e di nervi, poco rassicurante, ma che trovo, modernissima. Un libro da abbinare a un altro capolavoro, Come una rana d’inverno, di Daniela Padoan, per comprendere meglio le vicende delle donne coinvolte nella Shoah. Perché rinnovare la memoria è il primo passo per non ricadere in quell’abisso in cui siamo sprofondati a metà XX, e che, secondo me, con la scomparsa dei testimoni, tocca a noi uomini di cultura tenere viva ogni giorno.