Salviamo il liceo scientifico tradizionale

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Primavera del 2013: fuori i ciliegi sono in fiore, il cielo è azzurro e il sole inizia a scaldare le giornate di aprile; osservo lo spettacolo di questa stagione dalle vetrate del bar del Liceo “Lorenzo Mascheroni” di Bergamo, dove sto svolgendo il tirocinio del TFA (Tirocinio Formativo Attivo) con il Prof. G. P., uno dei professori più carismatici che abbia incontrato nei miei anni a scuola, prima da studente e poi da docente. Per la relazione di quella che reputo ancora oggi una delle esperienze più significative della mia formazione, ho deciso di intervistare E. M., uno studente di 2D, che saluta un amico, dicendomi in tono tra il serio e il faceto: «Lui non fa però il Mascheroni vero, fa Scienze applicate». Insomma, nel 2013 c’era ancora il pregiudizio che il vero liceo scientifico fosse quello con il latino e le tre ore di filosofia al triennio, mentre le “scienze applicate” una versione blanda scelta da chi voleva fare meno fatica. Sempre in quell’anno la mitica Prof.ssa I.T., durante le lezioni di didattica della storia, era solita mostrarci i risultati in Geostoria delle sue due classi prime: chi era iscritto al corso tradizionale otteneva una media molto alta, mentre chi frequentava “scienze applicate” stentava a raggiungere la sufficienza.

Ora, ahimé, la situazione è cambiata; come ha scritto lo scorso febbraio Salvo Intravaia su «La Repubblica» (recupera l’articolo qui), stiamo assistendo a un crollo non solo del liceo classico, sceso sotto il 6% e in alcune regioni stazionario sul 3-4%, ma anche dell’indirizzo tradizionale del liceo scientifico; infatti «Nel 2010/2011 la percentuale di studenti della media che lo sceglieva era pari al 21.1%. L’alternativa, lo scientifico delle scienze applicate che esordiva proprio quell’anno, raccoglieva il 3,8% di consensi, a sceglierlo per la prima volta furono in 21mila. Mentre l’indirizzo sportivo non esisteva ancora. Verrà introdotto nel 2014».

Le previsioni, per chi ama gli studi classici e preferisce i corsi di studio ordinamentali (stesso discorso si può fare per l’opzione economico-sociale delle scienze umane, in forte ascesa), sono ahimé nefaste: «Negli anni, le due alternative dove lo studio del Latino è sostituito da un maggior numero di materie scientifiche, sportive e giuridiche sono cresciute. E il prossimo anno siamo all’11,9%. Nel frattempo chi preferisce dribblare lo studio del Latino ma vuole iscriversi allo scientifico ugualmente ha raggiunto le 62mila unità. In pratica il suo numero è triplicato in tre lustri. Mentre l’indirizzo di ordinamento, col Latino tra le materie da studiare, è crollato al 13,7% di opzioni. Mai così poche. L’emorragia ha riguardato più di 44mila alunni, quasi quanti ne hanno acquistato i due indirizzi che non contemplano lo studio del Latino. Ormai, la distanza tra le due scelte è inferiore ai due punti percentuali, mentre quindici anni fa era di 17,3 punti. Tra un paio di anni, probabilmente, questa differenza si annullerà. E assisteremo al sorpasso».

Anche nella scuola dove insegno dal settembre del 2023 si è avvertita una leggera flessione, dovuta, presumibilmente, anche alla crisi demografica che sta investendo le valli; tuttavia, se si leggono i dati dei due più importanti Liceo scientifici di Bergamo, il “Lussana” e il già citato “Mascheroni”, notiamo, nelle iscrizioni all’a.s. in corso, una perdita rispettivamente di 76 e 59 iscritti, presumibilmente riconducibili al latino, che si vuole evitare, ormai, come la peste. Per non ridurre l’articolo a una serie di geremiadi sul temporis acti, ho intenzione di fare una breve disamina delle ragioni che hanno condotto a questa situazione, per poi tentare una difesa, si spera convincente, dell’indirizzo che ho frequentato io stesso dal 1997 al 2002, prima della riforma di MaryStar Gelmini, che ne ha ridotto la componente umanistica.

L’inventrice del mostro mitologico chiamato Geostoria e colpevole dell’inizio del declino degli studi classici. https://www.corriere.it/politica/21_febbraio_12/chi-mariastella-gelmini-ministra-affari-regionali-governo-draghi-a1fa93b8-6d71-11eb-9243-a33dd4e4072e.shtml

La paura che ormai l’indirizzo tradizionale incute negli studenti della scuola media è papabile negli Open day e anche nelle attività orientative, come i microinserimenti, durante i quali il motivo del contendere è il latino: i docenti impegnati in questo duro agone (ne parlavo qui), si sforzano di far capire l’importanza della lingua dei Romani, palestra di pensiero e tramite per l’accesso a una cultura che, insieme a quella greca, ha fondato la letteratura occidentale, ma gli esperimenti in laboratorio dei rivali con l’opzione scienze applicate, ahimé, vincono a mani basse.

Ma è giusto così, credo: il latino non è semplice, non va ridotto a parodia con storie inventate e alla ripetizione martellante di Roma in Italia est, Italia in Europa est e Sicilia et Sardinia insulae sunt. Il latino è una lingua classica, non più parlata, di cui va appresa la grammatica e il lessico, cercando un approccio scientifico, ma che non la svilisca a materia di intrattenimento. Ma si torna sempre lì, al latino, non vedendo, a mio avviso la differenza abissale tra un indirizzo e l’altro: si tratta di due indirizzi quasi antitetici, l’uno con una forte componente umanistica, l’altro vicino a un tecnico. Non è quindi solo questione di latino…

Il Liceo scientifico tradizionale, se si scorre il piano di studi, rappresenta un liceo completo, in cui la componente umanistica e quella scientifica sono perfettamente bilanciate; al biennio, se contiamo le ore di italiano, geostoria e latino, si arriva a 10, mentre quelle di matematica, fisica e scienze sono 9; nel triennio, le ore di italiano, latino, storia e filosofia ammontano a 12, mentre matematica, fisica e scienze a 10. Insomma, a conti fatti, sembrerebbe più un liceo umanistico che scientifico, ma in realtà questa commistione tra le due culture, se si lavora bene nel team del consiglio di classe, può portare a delle attività e iniziative di alto spessore. Inoltre la commistione tra materie letterarie e scientifiche apre letteralmente le porte a tutte le facoltà universitarie, da Lettere e Filosofia a Ingegneria.

Diverso è il liceo delle scienze applicate, in cui le ore dedicate alle discipline umanistiche restano solo 7 su 27 al biennio e 8 su 30 al triennio; preponderante è infatti la componente scientifico-tecnico con matematica, fisica, informatica ma, soprattutto, le 5 ore di scienze che dovrebbero consentire un approfondimento laboratoriale dei principi teorici appresi sui libri di testo. Uso il condizionale perché tutto dipende dalla buona volontà dell’insegnante, dalla presenza di tecnici di laboratorio validi, così come di strumentazioni all’avanguardia. Informatica, come spesso accade, non pervenuta, perché il ridotto monte ore non consente di effettuare grandi percorsi e il corpo docente è spesso precario o, giustamente, visto lo stipendio di un insegnante, fa altro nella vita.

Ma allora perché ci si iscrive alle scienze applicate e non a un istituto tecnico tecnologico o chimico? Credo che sia presente ancora lo stigma liceale e, per chi ha il desiderio di continuare gli studi dopo il diploma, si preferisca un percorso comunque liceale, dove, giova dirlo, c’è anche un clima di apprendimento diverso quanto a disciplina e condotta degli studenti. La proliferazione degli Istituti tecnici che hanno voluto “nobilitarsi” con un liceo delle scienze applicate (magari quadriennale), avvallati dagli USP locali che hanno dato l’approvazione tout court, ha, ahimé, portato a un calo di iscritti verso l’indirizzo tradizionale, che ormai viene consigliato anche da una esigua minoranza di docenti di scuola media. Queste, a mio avviso, le motivazioni, alla base del crollo di questo percorso dal 2010 a oggi:

  • La tendenza della società attuale a considerare tutto ciò che è cultura umanistica vecchio, inutile e da eliminare;
  • Il progressivo calo delle competenze in uscita degli studenti del I ciclo, che vengono indirizzati verso indirizzi più facili e con una componente pratica maggiore; il liceo classico e scientifico sono ormai percepiti come percorsi “elitari”;
  • Il disinteresse verso la cultura umanistica da parte della politica, basti vedere l’istituzione recente di un Liceo del Made in Italy, un tecnico del turismo mascherato da Liceo, così “Made in Italy” da non avere il latino nel piano di studi;
  • L’opera di denigrazione attuata da più parti nei confronti dell’indirizzo tradizionale, bollato come “quello con il latino”, materia da eliminare; intristisce che questa dinamica trovi terreno fertile nei colleghi di lettere che insegnano nei licei senza latino, che per una classe in più e per salvaguardare la loro cattedra hanno “venduto l’anima al diavolo”;
  • La mancata comprensione, da parte di chi ha istituito le Scienze applicate, della necessità di attivare l’indirizzo con una percentuale di classi relazionata al tradizionale.

Proviamo quindi una difesa di questo indirizzo, cercando di fare in modo che non si esaurisca nella sola difesa del latino…

  1. Il liceo scientifico tradizionale è l’indirizzo liceale più completo nel panorama, capace di unire la componente scientifica con un’altrettanto rigorosa parte umanistica, che permette di uscire dal quinquennio con solide competenze nell’uno e nell’altro ambito disciplinare;
  2. Il liceo scientifico tradizionale rappresenta un’ottima scelta per gli studenti che, in uscita dalla scuola secondaria di I grado, non vogliono precludersi nessuna possibilità post diploma;
  3. Nel liceo scientifico tradizionale il latino e il potenziamento di filosofia (ben 3 ore settimanali al triennio) permettono di vedere la realtà in modo tridimensionale e non bidimensionale, potenziando le capacità di ragionamento, con ripercussioni positive anche nell’ambito matematico e scientifico;
  4. Nel liceo scientifico tradizionale gli studenti sono abituati a porsi di fronte alla realtà con occhio critico, derivante dalla precisione degli strumenti scientifici e dalla complessità di pensiero che si allena con lo studio della filosofia e di tre letterature (latina, italiana e inglese);
  5. In una società ipercomplessa come la nostra e in continua evoluzione, è inutile rincorrere delle mode e andare incontro alla esigenze del momento: formiamo “teste ben fatte” e non necessariamente legate a professioni che, tra 5-6 anni, magari non esisteranno più.

Spero di aver argomentato con efficacia la mia difesa del liceo scientifico tradizionale, cercando di svincolarmi dalle querelle latino sì / latino no, per virare verso una riflessione sulla necessità di preservare quegli indirizzi ordinamentali (includo anche il liceo classico, ma anche scienze umane) che hanno formato generazioni di italiani, ci hanno fatto “asfaltare” i nostri coetanei in giro per il mondo, ma soprattutto hanno la capacità di continuare, in modo innovativo e moderno, quella tradizione di studi che temo andrà sempre più assottigliandosi, in un degradamento generale, nella corsa insensata alle mode e all’ultima innovazione tecnologica.

Una opinione su "Salviamo il liceo scientifico tradizionale"

  1. L’impoverimento culturale della nostra società e il blocco dell’ascensore sociale passano da qui, ossia dal voler creare una scuola meno impegnativa e votata non si sa bene a quali valori di produttività.

    Il latino è il katéchon, l’ultimo baluardo prima dello sfascio completo del sistema dei licei. Vale la pena leggere il recente libro di Guido Milanese, Le ragioni del latino, per farsi un’idea di come si potrebbe revitalizzarlo anche in chiave d’identità storica europea.

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