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Triestinità
Chi mi conosce personalmente, sa che ho un attaccamento particolare per la città di Trieste; camminando per via Cavana, corso Italia e costeggiando il Molo Audace, «si ha l’impressione di non essere in alcun posto», di «essere sospeso nell’irrealtà», come scrisse H. Bahr nel suo Dalmatinishe Reise. Amo tutto ciò che è triestinità: il cibo, i musei, la cultura, la letteratura, specialmente quella di inizio Novecento, che ha visto due tra i più grandi letterati del Novecento, Svevo e Joyce, incontrarsi tra le vie dello sbocco sul mare dell’impero asburgico. Per chi frequenta le aule scolastiche, Svevo e Joyce sono invece indissolubilmente legati nei colloqui d’Esame, in cui si cerca di far interagire il pachidermico Ulysses con la non meno ostica Coscienza di Zeno, opere scritte a solo un anno di distanza (1922 e 1923). Ma, come sempre, il quadro che ne emerge è cristallizzato all’aneddotica, senza andare in profondità (e chi ha tempo, nella scuola del PCTO, dell’Educazione civica e dell’Orientamento?).

Libri alla moda
Così, in una calda domenica mattina di fine agosto del 2023, sfogliando «La Lettura», inserto culturale del «Corriere della Sera», mi sono imbattuto nella recensione di Mauro Covacich a un saggio appena uscito, che mi ha colpito per il titolo, La vita dell’altro. Svevo, Joyce: un’amicizia geniale (compra qui). Leggendolo venivano messi in evidenza due aspetti: la compenetrazione tra due vite e il tema dell’amicizia, termine che raramente associamo all’ambito letterario, intenti a scovare rivalità e gelosie letterarie. Così mi sono messo a cercare informazioni sull’autore, Enrico Terrinoni, nome a me sconosciuto, ma che ho scoperto essere una sorta di fenomeno dell’anglistica. Professore ordinario di letteratura inglese all’Università per Stranieri di Perugia, saggista e traduttore di caratura internazionale, ha tradotto per gli Oscar Mondadori gli ultimi due libri del Finnegans Wake di Joyce, conseguendo il premio Annibal Caro per la miglior traduzione. Ha anche tradotto l’Antologia di Spoon River ed è tornato all’amato Joyce pubblicando nel 2021 la prima edizione bilingue al mondo annotata dell’Ulysses di James Joyce (comprala qui).

Insomma, Joyce è uno degli autori del cuore di Terrinoni e con grande fiducia ho acquistato La vita dell’altro, aspettandomi, dato il calibro dell’autore, un saggio che però, grazie alla casa editrice Bompiani, fosse in grado di strizzare l’occhio a un pubblico di appassionati, non necessariamente specialisti. La sensazione è stata avvalorata dalle prima pagine, nelle quali l’autore, con la tipica professione di modestia, sottolinea la difficoltà di ricostruzione, la persistenza di “buchi neri” come «la questione di quando e in che circostanze precisamente si diede il loro primo incontro, o anche le tematiche delle ampie e frequenti conversazioni» (p. 8). La tesi che Terrinoni si propone di sviluppare nel suo volume è che questi «due spiriti davvero affini si siano influenzati a vicenda e abbiano tratto, l’uno dalla vita e dalle esperienze dell’altro, tutta una serie di motivi, immagini e persino espressioni cruciali per lo sviluppo della loro arte» (p. 9).
Opere lette sotto un’altra luce
Fra le parole che colpiscono maggiormente nel corso del saggio c’è quella, ripetuta, di entanglement, termine derivato dalla fisica quantistica a indicare, cito dalla Treccani, in un sistema quantistico, «che lo stato quantico di ogni costituente il sistema dipende istantaneamente dallo stato degli altri costituenti. Tale legame, implicito nella funzione d’onda del sistema, si mantiene anche quando le particelle sono a distanze molto grandi, e ha conseguenze sorprendenti e non intuitive, sperimentalmente verificate». Fuor di metafora, con questo termine Terrinoni (a cui piace, forse per la frequentazione di Joyce, l’invenzione linguistica) ha voluto definire il legame tra i due autori, che si realizza attraverso gli scambi epistolari, anche a grandi distanze, in un condizionamento reciproco che non vede Joyce in una posizione dominante ma, a sua volta, influenzato dall’ex allievo di inglese, Italo Svevo.
Dopo il capitolo che si interroga sul loro primo incontro, databile non prima del 1907, uno dei più interessanti è sicuramente quello intitolato Fratelli: qui Terrinoni ricostruisce l’ambiente familiare di Joyce e di Svevo, indagando le influenze reciproche, ma soprattutto alcuni eventi biografici che riprendono nelle rispettive opere. Poco noto è l’episodio che riguarda Umberto Veruda, pittore triestino le cui tele sono in mostra al Museo Rivoltella; com’è noto agli insegnanti più preparati, su tale personaggio è modellato lo Stefano Balli di Senilità, ma pochi sanno che all’artista capitò una tragedia che venne rielaborata letterariamente tanto da Svevo, nel famoso capitolo La morte di mio padre quanto da Joyce, nell’Ulysses. La madre di Veruda, infatti, in punto di morte, lo colpì con uno schiaffo, da cui il pittore non si riprese mai.

Terrinoni fa notare poi come nel quindicesimo libro dell’Ulysses si crei un continuum spazio-temporale Dublino-Trieste; sia Joyce a Dublino sia il giovane Schmitz a Trieste frequentavano prostitute e Svevo fece notare che «un gran titolo d’onore per la mia città è che alcune strade di Dublino s’allungano nell’Ulisse per certe tortuosità della nostra vecchia Trieste» (pp. 96-97). Per “vecchia Trieste” intende il centro storico tra i quartieri di San Giusto, l’antico ghetto ebraico e Cavana. Forse, «proprio a Cavana […] allude scherzosamente Joyce quando nell’episodio del quartiere a luci rosse parla di una “Cavan girl”» (p. 97).
Il focus sulle donne è presente anche nel sesto capitolo, Senilitalia, in cui Terrinoni indaga le influenze di Senilità nella narrativa di Joyce; com’è noto, il secondo romanzo fu quello che colpì maggiormente lo scrittore irlandese, per i temi della gelosia e la commistione tra bohème e strati popolari della società. Il saggista però indaga anche delle affinità a livello strutturale: secondo Terrinoni il carattere di Stefano Balli «assomiglia molto al temperamento del giovane Joyce e del suo alias letterario Stephen Dedalus (che Svevo, chiamerà sempre Stefano)» (p. 128); il protagonista, Emilio Brentani, cercherà di educare Angiolina, la donna del popolo, come aveva fatto Schmitz nei confronti di Giuseppina Zergol e, annota Terrinoni, «un esperimento sorprendentemente simile, attuato con altrettanta goffaggine, lo tenterà Bloom con la sua Molly in uno dei passaggi più esilaranti ma anche vagamente misogini del libro» (p. 128). Da alcune pagine dell’Ulysses, in cui Bloom si comporta esattamente come il suo modello Svevo, si può quindi notare il tipo di conoscenza approfondita che Joyce avesse dell’amico e delle sue vicende familiari.

Torniamo allora a quelle domeniche in casa Veneziani e al tema della gelosia. In simili occasioni si presentavano, come ho accennato, tanti altri giovani, di cui alcuni conosciuti da Livia prima del matrimonio. E Letizia ricorda come Ettore ne fosse gelosissimo. Geloso quanto Emilio Brentani della sua Angiolina, e quanto Joyce della sua Nora. Ma non – e in ciò risiede lo scarto della letteratura rispetto alla vita – come Leopold Bloom della sua Molly. Lui, pur sapendo del tradimento imminente della moglie, e pur tormentato dai comportamenti di lei ben noti in città, non si lascia mai andare a rimproveri, improperi o piccole vendette.
Come Svevo, anche Bloom mostra d’aver capito in parte la lezione: una lezione non proprio di geometria come quella del Finnegans da cui siamo partiti, ma comunque di triangoli. Imparerà, infatti, a condurre una vita relativamente emancipata dal tarlo sempre bruciante del continuo sospetto, e questo grazie alla forza liberatoria dell’ironia (p. 164)
La postfazione: un intreccio di numeri.
La vita dell’altro si caratterizza poi per due conclusioni: il capitolo 12, Parigi 2, finisce con delle considerazioni che sanno di finale:
Questa piccola grande storia ho voluto raccontare, affidandomi a eventi, affinità, impressioni, incroci e simultaneità che credo siano in grado di spiegare almeno in parte il modo in cui le loro opere continuano a scrutarci oscuramente, da un passato mal sepolto e con occhi attenti e divertiti, fissi sui nostri futuri.
Quel che resta, allora, non è silenzio, come vorrebbe Amleto, o, se lo è, è un silenzio significativo: carico di moniti, di predizioni e anche di risate. Tutti dettagli che ci dicono come l’esistenza sa a volte divenire letteratura, per poi tornare infine, inesorabilmente, a esser vita (p. 222).
Dopo queste parole conclusive, si trova però il capitolo Coincidentiae (ovvero, postfazione per lettrici e lettori superstiziosi), in cui Terrinoni, esperto di cabala ebraica, analizza numeri, cifre, date, orari che caratterizzano le vite di Joyce e Svevo, e che si colorano di unheimlich.
Interessante è il numero 13, quello della morte, che si collega all’Ultima cena, ma anche alla Trinità e ai tredici attributi di misericordia di Dio secondo la Torah ebraica. Svevo morì il 13 settembre 1928 e Joyce il 13 gennaio; il 13 agosto del 1903 morì la madre di Joyce e «un anno dopo uscì il primo racconto in assoluto di Joyce, Le sorelle, che ha al centro la morte di un prete chiamato…James» (p. 225)
Le loro vite sono quindi legate da date perturbanti, come il 15 giugno, giorno in cui venne pubblicata, nel 1914, la raccolta Gente di Dublino; per Svevo quella data è significativa perché iniziò la pubblicazione del Carnevale d’Emilio (primo titolo di Senilità) sulle pagine del quotidiano «L’Indipendente» e altri eventi interessanti delle vite girano intorno al 15 giugno. Si tratta dell’ossessione della sincronicità di cui parlava Carl Gustav Jung, che ci presenta vite e opere «connesse in un entanglement simil quantistico che in parte deve restare segreto» (p. 229).

La questione del genere e un giudizio
Ci sono volute tre letture per poter arrivare a scrivere questa recensione: la prima si è conclusa, nel mese di agosto 2023, in un’immersione inebriante nella prosa di Terrinoni, capace di condurre il lettore con un lessico semplice, ma preciso e di proporre accostamenti inediti che farebbero pensare a un capolavoro. I titoli di alcuni capitoli, come Narravita, Senilitalia, Zenotipia, Finizio, strizzano l’occhio a Joyce e alla pratica della traduzione di uno degli autori più complessi della letteratura mondiale, famoso per invenzioni linguistiche quasi intraducibili.
In realtà nella seconda e terza lettura, datate gennaio e maggio del 2024, più meditate, sono apparsi degli elementi di criticità del volume, che cercherò di spiegare brevemente motivandoli.
Il primo elemento deriva dalla mia pratica con la scrittura accademica, in cui ogni frase deve essere argomentata e ogni citazione rimandare ad altre millemila; sorprende, invece, nel volume di Terrinoni la totale assenza di note, segno del desiderio di privilegiare il racconto all’argomentazione dei dati esposti; non dico che l’apparato debba sovrastare il testo, ma avrei gradito almeno il riferimento ad alcuni testi noti, oltre che alle lettere che vengono citate tanto di frequente nel saggio. Mi si dirà che è presente, nel finale, una parte intitolata Crediti delle citazioni e anche una Bibliografia essenziale, ma avrei preferito sapere da dove stavo leggendo già nel corpo del testo.
Il secondo aspetto di criticità è l’intreccio di nomi, date, luoghi, come se fossimo messi nel bel mezzo di un romanzo russo; va bene il gusto del dettaglio, ma in alcuni snodi de La vita dell’altro si è un po’ esagerato quanto alla messa di dati proposti al lettore. Inoltre il continuo andare avanti e indietro nel tempo e nello spazio, da Trieste a Parigi, per tornare a Trieste, disorienta parecchio il lettore. A volte si ha l’impressione di uno sfoggio di conoscenze (guarda quante ne so su Svevo e Joyce!), che però risultano talvolta poco funzionali alla fruizione del volume, un’abbuffata che alla fine stanca.
Come terzo elemento vorrei riprendere il titolo: si tratta di un saggio pop, divulgativo, come quelli di Vera Gheno (penso a Femminili singolari o Grammamanti), oppure di un testo specialistico? In realtà, a mio avviso, non può rivolgersi a un grande pubblico, dal momento che presuppone una serie di conoscenze che solo un esperto o un docente può avere. Se prendiamo, per esempio, il capitolo Senilitalia, i riferimenti al secondo romanzo necessitano, per essere compresi al meglio, della conoscenza della trama del romanzo, che non è mai spiegata; nel capitolo Narravita, mancano una serie di cenni alla specificità dell’inetto Alfonso Nitti, per chiarire il senso del discorso. Insomma, si può fruire con contezza solo se si padroneggia l’ambito letterario, per professione o per passione.
Nonostante questi elementi, che ne ostacolano (forse) la diffusione presso un largo pubblico, La vita dell’altro è sicuramente un volume che il docente di inglese e italiano, ma anche l’appassionato di letteratura, dovrebbe possedere; lungi dal fornire un metodo di ricerca (presente, sicuramente, ma poco esplicitato), è gradevolissimo il tentativo di Terrinoni di farci immergere in uno dei periodi storici più proficui del Novecento, in pieno coté mitteleuropeo e di farci conoscere non due autori, ma due amici speciali, con un’influenza reciproca, che ci porta quasi a dire di avere a che fare con un’unica produzione letteraria, in cui nomi, date, storie, vicende si intrecciano come un unico romanzo-vita.
Direi che allora è un testo da leggere, mi oriento sulla versione eBook visto che è disponibile. Nemmeno io conoscevo Enrico Terrinoni, vedo, leggendo in internet, che ha pubblicato molto, traduzioni ma non solo (pure la prefazione a Povere Creature!). Un altro titolo che associo a Svevo dopo l’antologia di Francesco Gallina.
ps circa l’entanglement quantistico, ormai è un concetto inflazionato, anche se complesso. Chi ha visto Il problema dei tre corpi sa cosa intendo.
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