Biennio o triennio – that is the question…

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Aneddoti semiseri

Uno degli aspetti che amo maggiormente del mio lavoro è la possibilità di incontrare tutti gli anni colleghi nuovi, persone con cui si crea (pur da vivi!), una foscoliana «corrispondenza d’amorosi sensi», dei rapporti di amicizia che, negli anni successivi, si mantengono con uscite in compagnia, pranzi, cene e piccoli viaggi insieme. Spesso la distanza non permette però tutto ciò, ma grazie alla messaggistica si rimane in contatto quotidianamente, condividendo le gioie (sempre meno) e le preoccupazioni (in crescita esponenziale) legate al nostro lavoro, che a ragione già Sigmund Freud aveva definito tra i mestieri più difficili in assoluto. Una delle frasi che ricorre maggiormente nelle conversazioni con una di queste ex colleghe è «le prime sono sempre emozionanti», ma se ne potrebbero indicare altre, così come aneddoti del “bel tempo che fu” o ricordi di particolari episodi che ci hanno “segnato” nel senso più vero del termine. In questo articolo vorrei un riflettere su una questione che mi sta particolarmente a cuore e di cui parlo spesso con i miei colleghi, ovvero l’insegnamento al biennio e al triennio, delineando i punti di forza dell’uno e dell’altro, per arrivare poi a una sintesi sulla mia preferenza per l’uno o l’altro segmento del secondo ciclo di istruzione.

L’insegnamento prima del TFA

Quando iniziai a insegnare, nel lontano 2010, ebbi in assegnazione un intero triennio di liceo linguistico e una classe seconda dell’ormai defunto “Liceo della comunicazione”; ricordo che fu un anno estremamente complicato, in primis per le pressioni dell’allora Vicepreside, in secondo luogo per l’ansia da Esame (che culminò infatti con un ricorso finito in tribunale a Brescia), ma soprattutto per la difficoltà di sapere impostare un percorso di apprendimento di italiano e storia rispondente ai bisogni della scuola e non mera trasposizione dei miei ricordi di studente liceale e universitario. I mesi passavano in un ripasso, quando non in uno studio (ex novo), «matto e disperatissimo» dei Promessi sposi, di Dante, Machiavelli, Goldoni, Verga e altri ancora, ma anche nella creazione di slides per quelle lezioni di storia che mal sopportavo, in ragione anche di un curriculum universitario a cui avevo dato un taglio prettamente letterario (45 cfu in L-FIL-LET/10!), snobbando i corsi di storia medievale, moderna e contemporanea. Ricordo ancora le ore passate al computer, una volta arrivato a casa, per riuscire a consolidare quelle conoscenze che, ahimé, non erano tali dopo i frammentati corsi monografici frequentati nella neonata Università del 3+2.

Il primo autore di cui “tengo memoria” come insegnante: Niccolò Machiavelli spiegato in 4A Linguistico.

Se negli anni che vanno dal 2010 al 2012 mi avessero quindi chiesto se preferissi il biennio o il triennio, avrei risposto senza alcuna esitazione il triennio: insegnare la letteratura italiana mi consentiva di sfruttare le mie conoscenze universitarie, mi permetteva di dare “quel qualcosa in più” ai contenuti del pur ricco manuale in adozione a quei tempi (il “Luperini” rosso); insomma, mi sembrava di faticare meno e di poter gestire meglio la parte di scrittura, su cui stavo lavorando e a cui dedicavo un tempo sempre maggiore nelle correzioni domestiche, anche memore della prima prova in cui gli studenti venivano regolarmente “bastonati” dal commissario esterno di turno. La Vicepreside, che nel frattempo aveva imparato a conoscermi meglio, mi aveva configurato, per tre anni consecutivi, una cattedra strutturata in geostoria al biennio e italiano al triennio; per questo motivo le ore del “mostro mitologico” inventato da Marystar Gelmini, 6 o 9 a seconda delle disponibilità, erano una sorta di “corollario” al pezzo forte, l’insegnamento dell’italiano al triennio, con il compito di portare gli studenti ben preparati agli Esami di Stato. Anche la concentrazione era tutta verso le classi terminali; le lezioni al biennio si risolvevano in presentazioni, prove orali programmate e questionari a crocette che scaricavo e modificavo dalla Guida dell’insegnante del manuale in adozione.

Uno dei contenuti che ho più odiato negli anni di insegnante di geostoria al biennio: la guerra del Peloponneso.

Una “rivoluzione copernicana”

Nel 2012-2013 venne però il percorso di tirocinio formativo attivo per potermi finalmente abilitare e nel settembre del 2012 chiesi alla Dirigenza, con uno scopo preciso, di avere solo un part-time, decidendo di rinunciare alle ore di geostoria al biennio, per dedicarmi a 4 classi di italiano al triennio; per alcuni potrebbe sembrare un suicidio professionale, in considerazione della mole di “temi” da correggere, ma io mi sentivo a mio agio a dover affrontare, nelle brevi mattinate a scuola, la sola letteratura italiana medievale, moderna e contemporanea. In quell’anno frequentavo poi al pomeriggio i corsi di didattica dell’italiano, del latino, della storia e della geografia, venendo a contatto con metodologie di insegnamento a me sconosciute e con i consigli di docenti tutor con molta esperienza nella scuola secondaria. Come mi capita spesso, ci furono delle frasi che colpirono la mia attenzione, iniziando a “lavorare” nella mia mente:

  • «Dovete lavorare bene sui Promessi sposi perché sul testo di Manzoni si possono costruire percorsi di grammatica, scrittura, Cittadinanza e Costituzione» (Prof.ssa P. G., “Didattica dell’italiano”)
  • «Io amo la cattedra di latino e geostoria al biennio perché mi permette di fare didattica laboratoriale con le fonti in lingua originale» (Prof.ssa I. T., “Didattica della storia”)
  • «I migliori professori devono stare al biennio perché sono capaci tutti di avere a che fare con studenti che hanno già la forma mentis universitaria» (Prof. Giuseppe Bertagna)
Giuseppe Bertagna. Immagine reperibile all’URL https://www.orizzontescuola.it/docente-tutor-bertagna-mi-auguro-sia-solo-linizio-di-una-rivoluzione-scolastica-ecco-perche-non-fallira-come-accaduto-con-la-buona-scuoal-intervista/

Il desiderio di sperimentazione

Insomma, terminavo l’esperienza di TFA, nella quali profondevo grandissime energie, con il desiderio di sperimentare delle classi al biennio di italiano e latino e nelle quali mettere in pratica quei suggerimenti e quelle metodologie che avevo appreso solo in linea teorica. Così, nell’anno scolastico 2013-2014, dopo mia esplicita richiesta, ebbi in sorte ben 2 prime, con un abbinamento italiano-geostoria alle Scienze applicate e italiano-latino al Liceo linguistico (13 ore totali), mentre come classi terminali mantenevo la quarta e quinta linguistico. Si trattò di un anno difficoltoso, non solo per le 21 ore frontali, ma anche perché venni a contatto con il “fantastico mondo” delle antologie, per me ricordi solo liceali: ore e ore passavano a leggere i testi che assegnavo, a svolgere io stesso gli esercizi, anche perché i passi scelti erano spesso a me sconosciuti, oltre che a lavorare su tipologie testuali che non frequentavo da anni: il testo espositivo, narrativo, descrittivo, con una mole di elaborati da correggere esagerata, faticosissima anche per le scritture (disorganiche quando non scorrette grammaticalmente) con cui venivo a contatto. Meno lavoro dava la lingua latina, anche se bisognava scontrarsi con la demotivazione verso una disciplina che i ragazzi avrebbero perso nel triennio, mentre cercavo di profondere impegno nella progettazione di geostoria, costruendo laboratori sulle fonti, attività col digitale, strutturando anche prove per verificare vere competenze, in sinergia con la programmazione di italiano.

Le ore al biennio erano faticose, ma piacevoli per diversi motivi:

  • veniva meno l’ansia da prestazione, la necessità di “non perdere tempo” in ottica Esame di Stato; le classi erano sì numerose, ma il tempo sembrava meno “divoratore”;
  • lo sforzo intellettuale era minore, perché è chiara a tutti la differenza tra l’impegno da profondere nella spiegazione del primo canto del Paradiso e quello nel delineare la differenza tra personaggi piatti e “a tutto tondo”…
  • si veniva a contatto con studenti in formazione e li si vedeva davvero crescere e migliorare; si aveva la sensazione di un lavoro proprio artigianale, su materiale grezzo;
  • si poteva impostare una didattica laboratoriale che, anche se costa impegno pomeridiano in termini di progettazione, sgrava molto dalla lezione frontale che, se condotta per sei ore (vigeva la settimana corta…), risulta per il docente sfiancante.

Biennio e triennio alla prova di Barthes

Vinto il concorso nel 2016, da 8 anni ho una cattedra mista tra biennio e triennio, con degli anni a prevalenza di biennio e altri di triennio, benché, con il piano di studi del liceo linguistico, mi sia spesso trovato a svolgere il maggior numero di ore in prima e seconda, insegnando quasi sempre italiano e latino (geostoria, per non so quale motivo, non mi è stata assegnata negli ultimi 6 anni…). Così, in ragione dei 14 anni di esperienza, posso tentare di fare un bilancio, facendo io stesso il gioco di Barthes, di cosa “mi piace” e “non mi piace” dell’insegnamento al biennio e triennio.

Mi piaceNon mi piace
BiennioSpiegare la lingua latina con il metodo valenziale e attivare una riflessione linguistica tra l’italiano e il latino
Analizzare le “perle” dei Promessi sposi e ideare percorsi di scrittura a partire dal romanzo manzoniano
Affrontare il testo poetico e far creare dei prodotti multimediali a partire dalle liriche più amate
– Lavorare sulla scrittura argomentativa
Correggere le verifiche di latino del biennio in un solo pomeriggio
Banalizzare l’epica omerica e virgiliana con brani in traduzione che semplificano argomenti molto complessi
Insegnare geostoria in prima
– Trovarmi in adozione al biennio libri tradizionali di grammatica (Sensini, Savigliano) che “castrano” il mio desiderio di innovazione
– Fare esercitare gli studenti su tipologie testuali per me poco accattivanti e spendibili nella realtà: il testo narrativo, descrittivo e regolativo
– Fare antologia e dover leggere testi in un’ottica solo funzionale alla risoluzione di esercizi
– La marcata “eterogeneità” dei contenuti che bisogna affrontare per assolvere le Indicazioni Nazionali di Lingua e letteratura italiana
Preparare i ragazzi alle Prove invalsi
Triennio– Affrontare la letteratura del terzo anno e, in particolar modo, l’Inferno
– Il laboratorio di scrittura da configurare come “palestra di pensiero”
– La possibilità di creare percorsi interdisciplinari con le letterature straniere e storia/filosofia
– L’eventualità di fare l’Esame di Stato da commissario esterno
– Poter avere a che fare con studenti con una forma mentis più vicina alla mia
– Poter “ricombinare” il “programma” ragionando per generi e temi
– L’itinerario di apprendimento del quarto anno
– Passare ore a impostare verifiche scritte
– La pressione del quinto anno in cui sembra sempre che siamo noi a dover fare l’Esame di Stato e non gli studenti
– L’Esame di Stato da commissario interno
L’erosione delle ore di cattedra per fare spazio a PCTO e Orientamento
– L’impostazione dei manuali di letteratura in adozione negli ultimi anni, che mi hanno recato disagio nella programmazione
-Le ore e ore passate a stendere il Documento del 15 maggio e fare il commissario interno, specie il giorno della correzione della prima prova

Un bilancio, nell’ottica della varietà

Va da sé che, tenendo in considerazione gli elementi per me sfidanti dell’uno e dell’altro segmento di istruzione, sono giunto alla conclusione che amo avere una cattedra mista e mi sentirei “incompleto” tanto nella collocazione al solo biennio quanto al solo triennio; nel primo caso, credo mi annoierei a morte nello spiegare solo la grammatica latina e italiana e ad affrontare gli spesso inconcludenti brani di antologia; nel secondo caso credo che potrei “irrigidirmi” nei soli argomenti letterari, sia di italiano sia di latino, mettendo in secondo piano attività laboratoriali che, per il pensiero fisso all’Esame, si tende a fare meno nel quarto e quinto anno. Insegnare letteratura italiana e latina implica uno sforzo intellettuale davvero impegnativo e 18 ore frontali solo al triennio, con magari la combinazione di letteratura latina e Paradiso dantesco nella stessa mattina possono risultare assai pesanti. Meglio spaziare, in una giornata, tra epica omerica, La coscienza di Zeno, le subordinate infinitive e, perché no?, il laboratorio sulle fonti del principato di Nerone. La varietas, in ogni ambito della vita, è sempre un valore aggiunto.

E voi, cosa ne pensate del dilemma biennio o triennio? Vi aspetto nei commenti!

5 pensieri riguardo “Biennio o triennio – that is the question…

  1. BIENNIO
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    Insegnare storia, tutta. Insegnare latino, anche se sono due ore la settimana. Insegnare grammatica (sarà che, come per latino, mi piace lavorare sulla logica). Epica. Poesia delle origini.
    Non mi piace:
    Tutto il resto. Troppe cose eterogenee che vanno in direzioni diverse e troppe poche ore. Non riesco a trovare una dimensione che sia “mia”, mi pare di non essere efficace su nulla. I promessi sposi: non riesco a trovare una reale motivazione didattica nel dedicare così tante ore (a discapito di altro) ad un’opera così complessa rivolgendomi a ragazzi così giovani e così disabituati al contatto con i testi letterari (solo io devo spiegare il significato di due parole su tre e ci metto non meno di tre ore per leggere, anche non integralmente, un capitolo?).
    TRIENNIO
    Mi piace:
    Del programma, praticamente tutto, soprattutto in terza e in quinta (soffro un pochino in quarta, tra Seicento e Settecento, ma pazienza)
    Non mi piace:
    I tempi lunghissimi di correzione degli elaborati, soprattutto quando prendo classi che hanno lavorato male al biennio: mi pare di correggere correggere correggere e di vedere pochi miglioramenti…

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    1. Leggere integralmente capitoli dei Promessi Sposi richiede tanto tempo, io opero dei tagli ad hoc, altrimenti è impossibile… Arrivo a spiegare fino al capitolo ottavo entro la pausa natalizia.

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  2. Interessante questo tuo confronto su biennio e triennio, che è pure una riflessione su dove sei arrivato finora come docente di liceo. Hai fatto una gavetta impegnativa con cattedre corpose e che prevedevano anche classi del triennio, non è da tutti.
    Le prime sono per un certo verso “emozionanti” ma se ne coordini una è una mole di lavoro burocratico in più. In quinta c’è il documento del 15 maggio, però, finalmente, si affrontano autori oggettivamente imprescindibili e coinvolgenti.
    Quello che scrivi sull’insegnamento di geostoria ha del vero, se non si integrano le lezioni frontali con laboratori sulle fonti, visione di documentari e attività smart il rischio è proprio quello della noia. Citi la guerra del Peloponneso, ma che dire della riforma di Clistene e delle trittie?
    Se penso ai colleghi di Filosofia che si ritrovano solo il triennio non so se invidiarli o meno. Come dici tu la miglior cattedra è una cattedra bilanciata, magari una prima una terza e una quinta, ovviamente con la continuità garantita.
    Circa il TFA i miei ricordi sono meno significativi dei tuoi, è stato tutto concentrato in 5 mesi, un delirio!
    Per quanto mi riguarda metto tra i pro del biennio: poter affrontare i testi omerici (ormai gli apparati e le traduzioni sono benfatti, resta la difficoltà oggettiva del testo epico, ma altrimenti quando lo si affronta?), conoscere i ragazzi proponendo testi descrittivi che li riguarda, lavorare sul rapporto poesia-musica, introdurre i concetti di caso e declinazione in latino (insomma, far capire agli studenti, tramite concetti di linguistica, che il mondo è più complesso di quello che appare).
    Nei pro del triennio sicuramente poter legger e analizzare brani d’autore puntando a livelli culturali più alti, ma anche avere a che fare con studenti più maturi e determinati.
    Sull’erosione dell’orario causa PCTO non aggiungo altro a quello che dici, così come sulla scarsa utilità delle prove INVALSI. Sull’essere commissario interno o esterno per me è indifferente, a volte è meglio essere esterni ma non sempre. Per non “morire” nella correzione dei due pacchi di temi della prima prova bisogna sperare prima o poi di venire chiamati come presidenti di commissione.

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  3. Sono d’accordo con te quasi su tutto ma:
    – Non ho mai provato il piacere di fare la commissaria esterna all’ESC (una fortuna pazzesca…) mentre mi è sempre piaciuto fare da commissaria interna
    – non ho mai preparato gli studenti alle prove Invalsi quindi non è una cosa che mi è dispiaciuta (ho sempre detto che chiunque può farcela senza allenamento, se studia, perché dovrebbe aver acquisito le competenze. Infatti le mie classi se la sono sempre cavata molto bene)
    Io ho sempre amato di più insegnare latino al biennio, possibilmente in abbinamento con Storia, e Letteratura italiana al triennio. Togliendo Manzoni e l’epica al biennio non mi è mai piaciuto nulla. Ho fatto sempre del mio meglio ma senza grande trasporto.

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    1. Cara Marisa,
      sono d’accordo, come sempre, con te. Per me la cattedra ideale è quella che si compone di 6 ore di latino al biennio e di un triennio di letteratura italiana, anche se mi spiacerebbe non affrontare letteratura latina e i “Promessi sposi”, sono sincero!

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