Letture che sorprendono: “Le piccole virtù” di N. Ginzburg

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Nello scorso anno scolastico ho avuto la possibilità di frequentare un corso di formazione in modalità mista sull’educazione alla lettura, condotto dalla bravissima Linda Cavadini, autrice del volume L’avventura più grande, prima antologia basata sul Writing and Reading Workshop (nello scolastichese, ormai WRW). Benché non conosca il metodo in profondità e nutra dei dubbi sulla sua applicazione al biennio delle superiori (specie con classi di 27-30 studenti), ho apprezzato moltissimo la capacità della formatrice di non “imporre il suo punto di vista”, ma di suggerirci (verbo per me chiave in ogni momento di formazione) delle strategie per appassionare gli studenti alla lettura. Una delle (tante) acquisizioni che porto con me è la distinzione delle categorie di lettori, così come la necessità di proporre delle letture adatte all’età degli studenti, cercando di non sovrapporre le nostre abitudini di lettura con quelle di un adolescente.

È quello che è accaduto al me quindicenne nell’affrontare la lettura de La famiglia Manzoni di Natalia Ginzburg, assegnatomi dall’allora mia insegnante di italiano e latino, una volenterosa ragazza sicuramente preparata, ma che, ripensandoci, non aveva ben chiaro cosa proporre come letture agli studenti di quella fascia d’età. Il volume, di 450 e passa pagine, è sicuramente più adatto a uno studente di classe quarta, o dell’Università. Così, per il me degli anni liceali, la Ginzburg è rimasta associata a quel volume e poi, negli anni da docente, al suo ruolo di primo piano nella casa editrice in Einaudi, col suo eclatante rifiuto nei confronti della pubblicazione di Se questo è un uomo di Primo Levi.

Lo scorso anno, però, grazie all’ADI SD, ho partecipato a un ciclo di incontri dal titolo Estremo contemporaneo, che prevedevano una lezione di Domenico Scarpa sulla narratrice nata Levi: oltre alla bravura e alla capacità comunicativa del docente, la conferenza mi ha stimolato all’acquisto di un volume costantemente citato, Le piccole virtù, che ho deciso di affrontare, come spesso accade per noi insegnanti, nei mesi estivi e che ho letteralmente divorato, anche per l’esiguità del numero di pagine.

Il critico letterario Domenico Scarpa. Immagine reperibile all’url https://www.festivaletteraturemigranti.it/speaker/domenico-scarpa/

Non saprei come definire il volume: raccolta di racconti, di articoli, di impressioni e visioni sulla vita; Le piccole virtù raccoglie testi usciti in rivista tra il 1944 e il 1960 e, secondo Giacomo Magrini, sarebbe una raccolta di saggi. Scrive infatti Magrini nella Letteratura italiana di Alberto Asor Rosa: «Il saggio è una delle sedi […] del discorso autobiografico, del discorso sulla vita, propria e altrui. La Ginzburg l’ha scoperto da sola, attraverso il quasi ventennale esercizio saggistico che è confluito nelle Piccole virtù» (G. Magrini, «Lessico famigliare» di Natalia Ginzburg, in Letteratura Italiana. Le Opere, diretta da Alberto Asor Rosa, vol. IV (Il Novecento), tomo II (La ricerca letteraria), Einaudi, Torino 1966, p. 797). In realtà il taglio saggistico, volto a cercare, come sosteneva György Lukács, la verità, si mescola sempre al piacere del narrare, al racconto di eventi minimi, da cui approda sempre a una riflessione sulla società, con una critica corrosiva che si acuisce dalle prose giovanili a quelle della maturità.

György Lukács, una delle figure più importanti della critica letteraria marxista del Novecento. Immagine reperibile all’url https://www.dinamopress.it/news/la-vertenza-per-gyorgy-lukacs/

Prima di passare all’analisi di alcune prose a mio avviso interessanti anche da portare in classe (scusate la deformazione professionale), vediamo come è strutturata l’opera, che consiglio di comprare nell’edizione Einaudi curata da Domenico Scarpa, autore della bella introduzione-saggio dal titolo Le strade di Natalia Ginzburg, in cui si delinea la specificità dell’opera all’interno della produzione della scrittrice palermitana. Il volume si compone di 11 saggi (?) usciti su giornali e riviste varie e non è inutile indicare anche la data di composizione per vedere la temperie culturale di riferimento:

  • Inverno in Abruzzo, scritto a Roma nel 1944;
  • Le scarpe rotte, scritto a Roma l’anno successivo;
  • Ritratto d’un amico, scritto a Roma nel 1957;
  • Elogio e compianto dell’Inghilterra, scritto a Londra nel 1961;
  • La Maison Volpé, scritto a Londra nel 1960;
  • Lui e io, scritto a Roma nel 1962;
  • Il figlio dell’uomo, scritto a Torino nel 1946;
  • Il mio mestiere, scritto a Torino nel 1949;
  • Silenzio, scritto a Torino nel 1951;
  • I rapporti umani, scritto a Roma nel 1953;
  • Le piccole virtù, che dà il titolo al libro, scritto a Londra nel 1960.

Non è facile scegliere delle prose più riuscite rispetto ad altre, ma la mio preferenza va nei confronti di Inverno in Abruzzo, Ritratto d’un amico ed Elogio e compianto dell’Inghilterra. La prima è dedicata all’esperienza del confino col marito, il famoso slavista Leone Ginzburg, la seconda traccia un ritratto intenso di Cesare Pavese, morto suicida il 27 agosto del 1950, mentre la terza stupisce per la capacità della Ginzburg di osservare il “genio inglese”, con un’ironia corrosiva e pungente.

I tre testi possono anche essere spendibili didatticamente e inseriti in moduli sulla letteratura del Novecento ma, dal momento che trattano tematiche di attualità e legate all’ambito culturale e sociale, possono essere usati anche per delle prove di verifica, tanto nella tipologia A (analisi e interpretazione di un testo letterario italiano), quanto nella C (riflessione critica di carattere espositivo-argomentativo su tematiche di attualità).

Inverno in Abruzzo (recuperabile qui) rievoca l’esperienza del confino con il marito, lo scrittore e professore universitario antifascista Leone Ginzburg che venne mandato a Pizzoli, in Abruzzo, dal 1940 al 1943. Si tratta di una vera e propria “regressione intellettuale” di due scrittori nell’umile e indotto territorio abruzzese, di cui la Ginzburg traccia un ritratto sintetico, ma efficace: le case con un camino sempre acceso, i volti sempre uguali, le donne con «la bocca sdentata, […] per le fatiche e il nutrimento cattivo, per gli strapazzi dei parti e degli allattamenti che si susseguono senza tregua» (N. Ginzburg, Le piccole virtù. Nuova edizione a cura di Domenico Scarpa, prefazione di Adriano Sofri, Einaudi, Torino 2015, p. 6.) Uno dei temi centrali è sicuramente la contrapposizione tra la città da cui proviene, Torino, e il paese in cui deve scontare il confino, tra l’urbanitas e una rusticitas guardata con occhio sorpreso, ma mai sprezzante. Di Inverno in Abruzzo stupisce la volontà di non menzionare mai il nazifascismo, così come la scelta di non spiegare le ragioni che l’avevano portata lì con Leone Ginzburg, confinato come “internato civile di guerra”; ritengo però che il capolavoro del racconto sia il finale, in cui la morte del marito (riportata senza insistere su particolari d’impatto) si lega a una riflessione molto profonda sull’esperienza vissuta fino all’anno prima:

Mio marito morì a Roma nelle carceri di Regina Coeli, pochi mesi dopo che avevamo lasciato il paese. Davanti all’orrore della sua morte solitaria, davanti alle angosciose alternative che precedettero la sua morte, io mi chiedo se questo è accaduto a noi, a noi che compravamo gli aranci da Girò e andavamo a passeggio nella neve. Allora io avevo fede in un avvenire facile e lieto, ricco di desideri appagati, di esperienze e di comuni imprese. Ma era quello il tempo migliore della mia vita e solo adesso che m’è sfuggito per sempre, solo adesso lo so (N. Ginzburg, op. cit., pp. 9-10).

Un’immagine di Leone Ginzburg, morto per le torture naziste. Immagine reperibile all’url https://www.ugomariatassinari.it/leone-ginzburg/

Quali applicazioni didattiche per questo breve racconto? Sicuramente può essere inserito in un modulo di Educazione Civica che tocchi la Giornata della Memoria, ma anche in un percorso che affronti l’impegno dell’intellettuale italiano e i suoi rapporti col Fascismo; la storia di Leone Ginzburg va, a mio avviso, raccontata in classe perché esemplificativa della Resistenza a un regime che voleva opprimere il dissenso e la cultura: come riportato nel sito dell’ANPI, «durante l’occupazione, [egli] adotta il nome di copertura di Leonida Gianturco. Dirige Italia Libera, giornale del Partito d’Azione, sino a che viene sorpreso nella tipografia clandestina. È il 20 novembre del 1943. A i Coeli i fascisti scoprono presto chi è davvero Leonida Gianturco e il 9 dicembre Leone Ginzburg viene trasferito nel “braccio” controllato dai tedeschi. Interrogatori, torture, una mascella fratturata. Nel gennaio del 1944 il prigioniero è trasferito, quasi incosciente, nell’infermeria del carcere. Un mese dopo, mentre i suoi compagni stanno organizzando un’improbabile evasione, Leone Ginzburg viene trovato morto». Ideale sarebbe la collaborazione col docente di Storia (a meno che la cattedra di A12-A11 non preveda già questo accoppiamento), ma si può cercare di impostare un modulo da titolo “Intellettuale e impegno” inserendo autori come Ignazio Silone, Elio Vittorini, Benedetto Croce e soprattutto il Gadda di Eros e Priapo. Interessante, in prospettiva interdisciplinare, sarebbe un riferimento alla posizione di George Orwell da parte del docente di inglese e al rapporto coi Nazifascismi di Albert Camus e Walter Benjamin, nei licei che prevedono l’insegnamento delle lingue straniere.

Tutto incentrato sul ricordo di Cesare Pavese è Ritratto d’un amico (recuperabile qui), prosa in cui Natalia Ginzburg traccia un bel ritratto dello scrittore de La luna e i falò, paragonabile a quello presente pure in Lessico famigliare. Anche qui è interessante il “non detto”: la scrittrice non nomina mai Torino, «la città che è cara al nostro amico», che diventa poi «la nostra città», così come è taciuto il nome del protagonista maschile, di cui evidenzia un carattere difficile, ostile, apparentemente freddo, come la città di appartenenza. Del racconto vanno messi in evidenza i punti di forza della Ginzburg narratrice: l’uso di un’aggettivazione frequente, ma sempre precisa, le anafore a inizio periodo, i giochi di parole, l’asciuttezza della sintassi, le ripetizioni di sostantivi e aggettivi chiave (perché, come scrisse il grande Luca Serianni, «veri sinonimi, privi di sfumature di significato e non condizionati dal registro d’uso, possono essere le poche varianti formali che siano rimaste ancora in circolazione: tra/fra, pronuncia/pronunzia» ma ogni parola ha un suo significato preciso, che il sinonimo non può rendere). Memorabili sono le pagine finali:

È morto d’estate. La nostra città, d’estate, è deserta e sembra molto grande, chiara e sonora come una piazza; il cielo è limpido ma non luminoso, di un pallore latteo; il fiume scorre piatto come una strada, senza spirare umidità, né frescura. S’alzano dai viali folate di polvere; passano, venendo dal fiume, grossi carri carichi di sabbia; l’asfalto del corso è tutto spalmato di pietruzze, che cuociono nel catrame. All’aperto, sotto gli ombrelloni a frange, i tavolini dei caffè sono abbandonati e roventi. Non c’era nessuno di noi. Scelse, per morire, un giorno qualunque di quel torrido agosto; e scelse la stanza d’un albergo nei pressi della stazione: volendo morire, nella città che gli apparteneva, come un forestiero (N. Ginzburg, op. cit., pp. 20-21)

Un’immagine di Cesare Pavese

Il brano si può usare in ambito didattico a diversi livelli di approfondimento: da un lato può essere inserito in un percorso antologico di narrativa in classe prima sul tema dell’amicizia, dal momento che la Ginzburg analizza in modo approfondito il legame suo e di Leone con Pavese e anche le difficoltà nella relazione con una personalità tanto complessa; la prosa chiara e la sintassi prevalentemente paratattica non lo rendono ostico neppure per un adolescente di 14 anni. Se invece si vuol proporre il racconto in classe quinta, può servire (ed è la funzione per me più efficace) per delineare un “ritratto d’autore” di Cesare Pavese, scrittore che, ahimé, nell’accelerazione di aprile-maggio, viene solitamente sacrificato. Il docente potrà, se lo riterrà opportuno, istituire interessanti paragoni con altri due scrittori suicidatisi per cause diverse: Primo Levi, gettatosi dalla tromba delle scale dell’abitazione di Torino in cui visse per tutta la vita (tranne ovviamente nei mesi dell’internamento ad Auschwitz) e Paul Celan, che morì annegato nella Senna. In un salto all’indietro, come ripasso, si potrà rivedere il pensiero di Giacomo Leopardi consegnato al Dialogo di Plotino e di Porfirio nelle Operette morali e alle canzoni del suicidio, Ultimo canto di Saffo e Bruto minore.

Chiudiamo con un racconto che definisco “straniante”, ovvero Elogio e compianto dell’Inghilterra, scritto a Londra nella primavera del 1961 e pubblicato sulla rivista «Il Mondo» con cui collaborava in quegli anni. Natalia Ginzburg si era infatti trasferita nella primavera del 1959 a Londra, dove il nuovo marito, l’anglista Gabriele Baldini (il lui della prosa Io e lui contenuta nelle Piccole virtù), era stato chiamato a dirigere l’Istituto italiano di cultura. Rimarrà qui per ben due anni, sufficienti per comprendere l’alterità del popolo inglese rispetto a quello italiano (rimando per approfondimenti, al bell’articolo di Tommaso Munari su «La Repubblica», reperibile qui). Il brano si apre con dei pensierini “da scuola elementare”:

L’Inghilterra è bella e malinconica. Io non conosco, a dire il vero, molti paesi; ma mi è nato il sospetto che sia, l’Inghilterra, il più malinconico paese del mondo.
È un paese altamente civile. Vi si vedono risolti con grande saggezza i problemi più essenziali del vivere, quali l’infermità, la vecchiaia, la disoccupazione, le tasse.
È un paese che sa avere, credo, un buon governo, e questo si avverte nei minimi particolari della vita giornaliera.
È un paese dove regna il massimo rispetto, e la massima volontà di rispetto, per il prossimo.
È un paese che si è dimostrato sempre pronto ad accogliere gli stranieri, le popolazioni più diverse, e, credo, non li opprime (N. Ginzburg, op. cit., p. 23).

Ma nel corso della prosa l’analisi si approfondisce e la Ginzburg colpisce gli stereotipi degli abitanti d’oltremanica: la mancanza di fantasia, l’assenza di stupore, di estro, l’assenza di cinismo, la malinconia, il buongoverno. Si percepisce un “dispitto” quasi alla Farinata degli Uberti verso un Paese descritto come ordinato, disciplinato, ma che manca di quella genialità percepibile in ogni strada d’Italia: «L’Italia è un paese pronto a piegarsi ai peggiori governi. È un paese dove tutto funziona male, come si sa. È un paese dove regna il disordine, il cinismo, l’incompetenza, la confusione. E tuttavia, per le strade, si sente circolare l’intelligenza, come un vivido sangue». (N. Ginzburg, op. cit., p. 28).

Quali possono essere le ricadute didattiche di tale racconto? Per il me ex insegnante di liceo linguistico, la mente è subito andata all’ exchange year, l’esperienza di anno all’estero, spesso svolta in Paesi anglosassoni, prefigurata nelle pagine finali; sentiamo le dure parole della Ginzburg a riguardo:

Mi stupisce sempre come in Italia, chi ha figli adolescenti, non sogna che di mandarli in Inghilterra nelle vacanze d’estate. Soprattutto se si tratta di ragazzi che stanno attraversando, come sovente avviene nell’adolescenza, un periodo di
timidezza, di misantropia, di musoneria, di scontrosità. I genitori italiani pensano all’Inghilterra come a uno specifico rimedio contro questi mali. In verità, in Inghilterra non si compie mai nessuno scatto. È un paese dove si resta assolutamente quello che si è.
Chi è timido, rimane timido, e chi è misantropo, resta misantropo. In più, sulla timidezza e misantropia iniziale, dilaga ancora la grande, sconfinata malinconia inglese, come una prateria sconfinata dove si perdono gli occhi (N. Ginzburg, op. cit., p. 29)

Si potrebbe quindi selezionare questo passaggio delle Piccole virtù per una traccia di Tipologia C, così delineabile «Nel suo racconto Elogio e compianto dell’Inghilterra, Natalia Ginzburg analizza, già negli anni Sessanta, la moda delle famiglie borghesi di mandare i figli in soggiorno studio in Inghilterra, sottolineando però la scarsa probabilità che essi cambino come individui e imparino bene una lingua di per sé ostica. In questi ultimi anni si sta diffondendo la mobilità scolastica, che prevede il soggiorno in un Paese europeo oppure extra-europeo per un anno; gli studenti che affrontano questa esperienza, sostengono che essa “cambi la vita”. Prendi posizione sul tema, analizzando vantaggi e svantaggi di un anno scolastico vissuto in un sistema diverso da quello italiano e immersi in una cultura altra».

https://www.intercultura.it/storie/l-esperienza-che-mi-ha-cambiato-la-vita/

Da quanto esposto, si potrà capire che Le piccole virtù è solo fisicamente un piccolo libro, ma in realtà uno spaccato incredibile sulla società del secondo dopoguerra, raccontata con taglio saggistico da un’autrice da rivalutare. Negli ultimi anni si parla tanto di inserire le donne nei percorsi di apprendimento scolastici, di proporre un “controcanone”, ma ritengo che il valore di un autore prescinda dal genere (maschio, femmina, non binario) di appartenenza e, nel caso di Natalia Ginzburg, siano le sue doti, la capacità di narrare e il suo sguardo sul mondo a doverla far riscoprire come scrittrice.

2 pensieri riguardo “Letture che sorprendono: “Le piccole virtù” di N. Ginzburg

  1. Bellissima scelta, Matteo, “Le piccole virtù” sono un capolavoro nel loro genere. Ho scoperto questo testo durante il TFA, la mia tutor citava spesso Ritratto d’un amico per collegarsi a Pavese. Io amo, invece, I rapporti umani, raramente ho trovato una prosa così toccante e che sposa contenuti così lucidi.
    Le tre attività che proponi sono tutte interessanti e sagaci, specie l’ultima sulla tematica dell’ERASMUS, ormai è un tabù parlarne in termini anche solo lontanamente fuori dal coro (ma già Seneca scriveva Animum debes mutare, non caelum)…
    Sul tema intellettuali-potere ottimo citare Benjamin e Celan, aggiungerei anche Mishima, Stefan Zweig e Mandel’štam, giusto per fare qualche altro nome importante.
    Rivaluta la Ginzburg, ha tradotto anche Proust! “Casa Manzoni”, purtroppo, è troppo difficile per i liceali, meglio il recente testo di Eleonora Mazzoni, “Il cuore è un guazzabuglio”.

    Ps insieme alla Ginzburg chi metti sul podio delle migliori scrittrici del Novecento in Italia? Elsa Morante e Anna Maria Ortese se la giocano alla pari secondo me.

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