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Due blocchi contrapposti
Parlare e scrivere di scuola, ai giorni nostri, è ormai una sfida sfiancante, oserei dire impossibile, dal momento che si finisce incasellati, immediatamente, senza neanche vagliare le frasi dette o scritte, nelle due consorterie opposte della sinistra progressista inclusiva o della destra autoritaria e restauratrice: una vera e propria culture war, come spiega Mimmo Cangiano, curatore del volume Contro la scuola neoliberale: tecniche di resistenza per docenti, nella sua Introduzione: «La destra ha sbandierato l’ideologia del merito e della tradizione, leggendo il declino dell’istituzione scolastica come connesso alle retoriche permissiviste propagandate dalla sinistra. Quest’ultima, in particolare attraverso i suoi “pedagoghi democratici”, ha invece negato con decisione l’idea stessa di un peggioramento della scuola e ha inteso la questione come uno scontro fra un modello inclusivista e aperto e uno nostalgico e autoritario» (M. Cangiano (a cura di), Contro la scuola neoliberale: tecniche di resistenza per docenti, nottetempo, Milano 2026, p. 9).

Così è sicuramente meritoria l’operazione del docente di Critica letteraria e Letterature comparate all’Università di Venezia, che ha radunato, nel volume Contro la scuola neoliberale. Tecniche di resistenza per docenti, i contributi di 8 docenti, appartenenti tanto alla scuola quanto all’Università, che hanno approfondito diversi elementi di criticità dell’istruzione e dell’Accademia, con però dei motivi ricorrenti: la riduzione dell’educazione e dell’istruzione a mercato, la trasformazione di genitori e studenti in clienti, la ridefinizione della scuola come azienda, attestata, d’altra parte, dal lessico imprenditoriale che qualifica molti elementi che ora la contraddistinguono.
Una struttura “pensata”
Comporre un volume collettaneo, a più voci, non è mai semplice, perché si leggono, in filigrana, più mani, che possono creare una sensazione di straniamento, ma credo che uno dei pregi di questo piccolo, ma grande volume, derivante dall’esperienza del Collettivo “Consigli di classe” su Le parole e le cose, consista nella disposizione ordinata dei contributi, che vanno prima a introdurre il tema, contestualizzandolo da una prospettiva storica, filosofica, sociale, per poi proporre affondi su alcuni temi-chiave (la valutazione, l’esautorazione delle discipline, la gestione dei fondi PNRR, lo svilimento dell’istruzione professionale), con una conclusione che, a mio avviso, dà un po’ di speranza, in un libro dove tende a prevalere la pars destruens rispetto a quella construens.
Storicizzare: un’operazione necessaria
Il volume, dopo l’introduzione di Cangiano che auspica «la diffusione di un sapere in grado di farsi critica, cioè in grado di riconoscere il modo in cui la struttura economica ha rifoggiato il rapporto educativo» (p. 14), si apre con il densissimo articolo di Daniele Lo Vetere, La scuola neoliberale va alla pace e va alla guerra. Qui il redattore del blog La letteratura e noi propone un lungo e dettagliato excursus storico che, sostanziato da riferimenti normativi (italiani ed europei) intrecciati a concetti filosofici, mostra come negli ultimi decenni «nel campo dell’azione educativa il criterio più importante di legittimazione [sia] diventato quello dell’efficienza, benché spesso mascherata da qualità, inclusività, addirittura equità e giustizia del sistema». I presidi (ora chiamati infatti, con lessico aziendale, Dirigenti scolastici) «vengono valutati, informalmente o formalmente, sulla base delle loro capacità manageriali; in perfetta simmetria con il rating economico-finanziario, i sistemi scolastici mondiali sono stati sottoposti all’occhiuta vigilanza di enti di valutazione (in Italia l’invalsi); negli Stati Uniti diventano charter schools (scuole pubbliche date in gestione a privati) quegli istituti che non “performino” adeguatamente nei test standardizzati» (p. 28); insomma, ovunque il modello dell’imprenditorialità sembra progressivamente capace di spegnere «quel piccolo lume di ragione critica personale» (p. 32) che si prova a tenere acceso nelle classi.

Il sacrificio delle discipline e la creazione del doppio-canale
Marco Maurizi, filosofo e docente, approfondisce poi, in quello che è, a mio avviso, uno degli articoli più efficaci, la marginalizzazione delle discipline, che lui intende, giustamente, non come «dettaglio pedagogico, ma dispositivo politico» (p. 46); a chi, come me, vive anche le dinamiche dell’Associazionismo, non è sfuggito infatti l’imperante pedagogia e metodologia nelle proposte di formazione, sotto cui giace il presupposto (errato) che le discipline non abbiano una propria epistemologia e tutto possa essere didattizzato “con lo stampino”. Ascoltiamo le parole, illuminanti, di Maurizi:
Ridurre lo spazio delle discipline significa svuotare la scuola della sua capacità critica. Una conoscenza solida e strutturata permette agli studenti di acquisire strumenti concettuali per interpretare la realtà, riconoscere le contraddizioni sociali e immaginare alternative. Al contrario, la frammentazione dei saperi in micro-attività, competenze e progetti occasionali priva lo studente di una visione d’insieme (p. 46)
Ed è proprio così: uno studente a cui non viene data la possibilità di approfondire il Fascismo, che magari studierà in 2 ore rabberciate tra una settimana di FSL (Formazione Scuola Lavoro) e un incontro col Carabiniere di turno, è uno studente che sarà incapace, di fronte a rigurgiti neofascisti, di maturare una propria posizione critica; ora però il mantra sono le competenze, spesso svincolate dalle conoscenze, meglio se attivate con una didattica laboratoriale che sa tanto, spesso, di improvvisazione e, soprattutto, di mancanza di scientificità. Il risultato è che «si legittima solo una pratica ridotta e impoverita, in cui la presunta operatività non ricostruisce il legame organico tra sapere e apprendimento, ma lo sostituisce con attività frammentarie, misurabili e immediatamente spendibili nel mercato delle competenze» (p. 56).

Lo studente, quindi, come apprendista e la scuola come strumento per formare manovalanza a basso costo: è questo il tema dell’articolo di Marina Polacco, intitolato Valditara e i suoi fratelli. La distruzione dell’istruzione professionale e il destino della scuola pubblica, in cui l’autrice, da una prospettiva privilegiata, analizza la progressiva configurazione degli istituti tecnici e professionali in una sorta di inferno dantesco con alunni poco scolarizzati, presenza massiccia di stranieri, famiglie assenti e, d’altra parte, «senza risorse adeguate per gestire con efficacia i percorsi individualizzati e l’inserimento di tutti» (p. 67). Polacco nota la creazione, che riprende i Pierini e i Gianni di Don Milani, di due canali: «da una parte le scuole che garantiscono una formazione completa e difficile; dall’altra le scuole professionali, nastri trasportatori che immettono nel mondo del lavoro, senza soluzione di continuità tra scuola e lavoro: senza traumi d’insuccesso, senza bocciature, senza dispersione – avviamento professionale e non scuole, appunto» (p. 76). In ciò l’autrice vede giustamente un tradimento della Costituzione, perché una scuola siffatta non fornisce, ad alcuni studenti, gli strumenti culturali per essere consapevoli dei propri diritti e doveri, e, soprattutto, non li rende capaci di costruire il proprio “progetto di vita” in modo autonomo.
Tra Valutazione e all you can eat: l’efficienza come valore chiave
Rossella Latempa, nel suo contributo Valutazione: il dibattito inesistente e il nuovo governo della scuola, prende posizione, con acume, su un tema spinoso, quello della valutazione, sostenendo la presenza «di una battaglia di idee e indignazioni, di un movimento di prassi destinate a essere perfettamente riassorbite dall’ideologia dominante, incapaci di trasformarsi in reali contro-prassi, perché incapaci di connettere i meccanismi di oppressione denunciati con la ristrutturazione politica e materiale che la scuola subisce da circa un trentennio» (p. 81). La discussione sulla valutazione, infatti, viene ridotta a discorso per luoghi comuni sui voti, portatori di ansie generalizzate, strumento di oppressione da parte dei docenti brutti e cattivi, senza vedere però il contesto (sociale, normativo) in cui la scuola è immersa da decenni.
Mentre pedagogisti ed esperti di didattica si combattono guerre più o meno virtuali sul voto sì-voto no, come se questo fosse l’origine di tutti i mali, Latempa analizza invece il ruolo dell’INVALSI e l’estensione di una valutazione standardizzata che, incurante dei percorsi scolastici, mira a disciplinare studenti e scuole, nell’idea di «misurare e monitorare gli studenti – trattati, secondo la definizione di Audrey Watters, come “piccioni” –, il cui percorso può essere modellato e indirizzato mediante continui aggiustamenti, adeguati al loro ritmo. Traguardo dopo traguardo, l’estrazione di ulteriori dati dalle interazioni digitali (learning analytics) e le correlazioni con dati familiari, non cognitivi e di contesto consentirebbe di delineare una traccia virtuale sempre più precisa dello studente e del suo percorso, di evidenziare le traiettorie “regolari”, “eccellenti” o “distorte”, presumendo di poter prevenire le deviazioni» (p. 89). Uno scenario distopico, a cui si aggiunge l’intrusione dell’AI, che ricorda tanto il panopticon di Jeremy Bentham.

AI, aule immersive, robot, in aule con soffitti che cadono a pezzi: è forse questa la contraddizione più evidente dei finanziamenti del PNRR, che ha visto piovere sulla scuola miliardi, destinati però, solo in piccola parte, all’edilizia scolastica. Emanuela Bandini, nell’articolo Piuttosto che niente è meglio piuttosto? Riflessioni sul PNRR Scuola, si concentra proprio sulle storture di tali interventi, focalizzati su un’innovazione digitale di cui non si presuppone l’obsolescenza e, soprattutto, sulla mancanza di «una progettazione preliminare e complessiva che stabilisca le priorità di investimento e le aree territoriali su cui operare» (p. 114).
Bandini sottolinea poi due criticità, che sono, a mio avviso, eredità degli sciagurati anni di DaD e di riunioni online: in primo luogo, tutto, ormai, è percepito come urgente e da ratificare in Collegi Docenti-lampo in cui manca il confronto tra colleghi, ma ci si limita ad approvare quanto stabilito dalle figure di middle management; in secondo luogo si assiste alla «progressiva burocratizzazione della professione, che sottrae tempo allo studio, alla riflessione e al confronto tra colleghi» (p. 122): lungi dall’essere considerato l’ultimo degli intellettuali, il docente di scuola è ormai esperto di piattaforme, e-portofolio, Futura, Unica, non sicuramente della ricezione in Europa di Petrarca o dell’ultimo saggio critico su Montale. Le proposte del PNRR, in una corsa sfrenata a non perdere finanziamenti, pena il pubblico ludibrio, hanno creato una bellum omnes contra omnes, in cui attività uguali (come quelle del recupero e potenziamento) hanno avuto retribuzioni diversificate e discriminatorie verso gli stessi professionisti.
La voce dell’Università: la compravendita dei titoli e le telematiche
Sono affidati ad Attilio Scuderi ed Emanuele Zinato, accademici sempre in dialogo con la scuola, i due interventi di docenti universitari, che mettono in evidenza come la deriva dell’istruzione a mercato abbia occupato ormai anche le virtuose aule accademiche. Scuderi, nel contributo La formazione dell’insegnante di letteratura e la Repubblica, mette su carta il J’accuse del collega Andrea Manganaro, che nel convegno AdI di Genova di settembre aveva denunciato l’indebolimento delle discipline tanto nelle procedure di reclutamento, quanto nei percorsi abilitanti: l’Università sforna laureati con una formazione disciplinare, ma per accedere all’orale di un concorso si devono passare le forche caudine di test a crocette su competenze pedagogiche. D’altra parte, se il sistema di formazione iniziale è inefficace, perché iniquo e svantaggioso per chi parte da una condizione economica di sfavore (l’abilitazione costa infatti 2500 euro), è però solo la punta dell’iceberg di una “lotta individuale senza quartiere per il posto pubblico” (p. 103), fatta di certificazioni “comprate” online, corsi di informatica fruiti girando il sugo, certificazioni CLIL conseguite da chi, a malapena, sa dire “The book is on the table”. Si tratta, tuttavia, di una “svendita del futuro”, un oscuro presagio sulle sorti della scuola: un docente che compra titoli, accumula abilitazioni online mentre stira, arraffa master online per scalare le GPS, sarà un docente senza alcuna coscienza di classe né interesse per le discipline.
Anche Zinato, nel suo Quando l’università corrompe la scuola. Pensare e agire controtempo, sottolinea il nuovo modo di formare gli insegnanti che, lungi dall’essere un perfezionamento inter pares, si svolge in aule virtuali, «a detrimento della profondità problematica, dell’invenzione linguistica, del pensiero relazionale, del senso condiviso, del dubbio, dell’oralità viva e dialogica, della pluralità e complessità dei saperi, di quanti – ciascuno a propria misura – si sono fino a oggi impegnati a fondo nelle lezioni, considerandole il sale della ricerca e il laboratorio della democrazia» (p. 131). L’Università, da arena del libero pensiero, ha sussunto logiche da mercato, subendo un processo di formattazione (p. 130), pena il declassamento e la scomparsa: «L’istruzione è consegnata all’industria della misurazione, con l’obiettivo di eliminare ogni rischio d’incertezza e dubbio sulla base di “indici di successo” considerati oggettivi: 1) la customer satisfaction che misura la soddisfazione complessiva dello studente-cliente; 2) la velocità da parte degli studenti nel superamento degli esami» (p. 131). Tale processo, d’altra parte, verrà accelerato dall’AI, che consentirà di “bypassare” la lettura diretta (e profonda) dei materiali, dato che creerà riassunti e mappe dandole in pasto la bibliografia per l’Esame di turno.
Una soluzione al declino: recuperare una coscienza di classe
In questo quadro sconfortante, la chiusa, però, del volume, affidata all’articolo Il discorso pubblico sulla scuola, di Roberto Contu, ci dà un po’ di speranza: è necessario uscire dal circolo vizioso secondo cui, citando il volume di Gert J. J. Biesta Riscoprire l’insegnamento, «non puoi desiderare di fare l’insegnante se vuoi essere progressista; e se vuoi fare l’insegnante, allora devi essere (un) conservatore» (p. 146). Una terza via è percorribile, attraverso un anticorpo collettivo, smettendo di chiudere la porta della classe per la propria recita quotidiana e andandosene alle 13.01, ma riscoprendo la figura dell’insegnante come collettiva, perché «l’insegnamento è un lavoro collettivo, e se la prima forma della sua pluralità è la relazione nella classe, appena fuori dalla porta dell’aula ci sono le altre forme che sostanziano il corpo democratico della scuola: il consiglio di classe, il dipartimento, il collegio docenti» (p. 147).
E quindi, per Contu, non devono esistere studenti di serie A, destinati a governare e svolgere professioni intellettuali, e studenti di serie D, destinati all’inconsapevolezza e a una vita di sopraffazione (lavorativa e intellettuale): tutti hanno il diritto a una scuola democratica, che li faccia diventare attori protagonisti della società, qualunque posizione essi ricopriranno.

Ma alla base ci deve essere il risveglio, nei docenti, di una coscienza di classe che, a mio avviso, il volume a cura di Cangiano può contribuire a riattivare. Ed è per questo che la sua lettura è necessaria. Per tutti gli attori della scuola, non solo docenti.