Insegnare a scrivere prompt: questo il futuro della scuola?

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Promozioni e spam

Guardare nella cartella dello spam o delle promozioni della propria e-mail è sempre un’operazione interessante e produttiva: nella prima si possono scoprire siti internet bloccati, newsletters che si sono indicate come “spazzatura”, ma è la cartella “promozioni”, specie se si insegna, quella davvero indicativa per capire come si muove la scuola italiana e quale direzione stia prendendo. Gennaio è mese interlocutorio, prima della “guerra delle adozioni” (ne scrivevo qui), ma le case editrici stanno preparando il terreno con webinar appositi per fidelizzare i docenti. Negli anni passati ne ho frequentati di bellissimi, come quello di Corrado Bologna sul tema del doppio nella letteratura del Novecento, di Riccardo Bruscagli sul Principe di Machiavelli, oltre a quelli sulla didattica della scrittura della sempre ottima Paola Rocchi, tutti targati Loescher che, nonostante sia la rivale della casa editrice con cui collaboro, offre sempre interessanti proposte formative a titolo gratuito (spero paghino almeno i formatori…).

Forse però dovrei cambiare tempo verbale e scrivere “offrivano” perché, dopo l’esplosione dell’AI (o IA), sembra che nessuna attività didattica possa essere svolta a scuola senza l’apporto delle intelligenze artificiali. E quindi abbiamo webinar su webinar proposti da varie case editrici su come stimolare la creatività digitale con l’AI, sull’applicazione dell’AI alle lingue classiche o alle discipline STEM, in classi, badate bene, in cui è vietato l’uso degli smartphone e, se si consente il BYOD, discrimina tra studenti che hanno accesso alla traballante rete wifi d’Istituto e altri che vivono le ore offline: il classico pasticcio all’italiana, quindi. Anche le proposte di formazione dei vari USP sono tutte improntate all’utilizzo dell’AI, con un ventaglio di corsi di formazione per docenti su piattaforma FUTURA sempre legati alle varie intelligenze artificiali (non esiste solo CHAT GPT). Si tratta, mi è stato spiegato, di corsi legati a vincoli del PNRR: in soldoni, si possono pagare, per esempio, dei formatori per attivare un corso di 20 ore sull’AI in Canva, ma un corso su “Insegnare il secondo Novecento” risulta improponibile da organizzare coi fondi europei.

https://formazione.loescher.it/webinarInDiretta

La bolla social

Anche la bolla social contribuisce a creare questo interesse, quasi morboso, verso l’AI, con storie postate sulle varie piattaforme che magnificano applicazioni come la recentissima Google Notebook LM, in grado di creare infografiche e riassunti “dandole in pasto” testi in formato .pdf, .doc o scansioni. Sul blog Geniusuite (articolo qui), si scrive infatti che «a differenza di chatbot generici come Gemini o ChatGPT, Notebook LM si basa esclusivamente sulle fonti caricate dall’utente, garantendo risposte affidabili e contestualizzate. Questo lo rende uno strumento ideale per docenti e studenti che vogliono approfondire argomenti specifici, generare riassunti e creare materiali personalizzati per la scuola».

Sempre il sito ci informa che con Notebook LM si possono, una volta caricati i materiali, analizzare contenuti multimediali come video di YouTube e siti web, porre domande e ottenere risposte basate esclusivamente sulle fonti caricate, estrarre e organizzare informazioni chiave con note e riepiloghi automatici, creare mappe concettuali e timeline per una visione d’insieme degli argomenti trattati. Insomma, a differenza di altre AI, che lavorano su grandi database generali e possono anche “pescare” informazioni non precise, basate su dati statistici, con questa AI gli studenti, caricando loro appunti e materiali di varia tipologia, possono generare strumenti per lo studio come infografiche, mappe, file audio.

Allontanarsi dal testo

L’obiettivo quindi di tutte queste AI sembrerebbe lo stesso: evitare il contatto diretto con un testo complesso e porgere agli studenti materiale già vivisezionato, riassunto, mappato, trasformato in infografica, linea del tempo oppure in un file audio MP3. Non siamo luddisti: questa operazione è sicuramente proficua per gli studenti con BES e DSA, soprattutto per coloro il cui apprendimento passa attraverso il canale iconico oppure uditivo. Ottenere in pochi minuti un’infografica o una mappa che riassume i concetti-chiave di un intero capitolo è un grande vantaggio per una scuola più inclusiva. Gli stessi docenti possono semplificare un testo adattandolo, per esempio, a NAI con competenze di italiano A2.

Mi sorgono però due dubbi: il primo rimanda ai corsi sulla dislessia che ho frequentato in passato e in cui si diceva esplicitamente che le mappe e gli schemi andrebbero prodotti dagli studenti stessi, in base al loro stile di apprendimento; il secondo è relativo al bypassare qualsiasi contatto con le fonti dirette e studiare su compendi o mappe che hanno riassunto o schematizzato per te.

In memoria di Serianni

Il Prof. Serianni aveva fatto del riassunto uno dei suoi cavalli di battaglia, tanto che esso rimane, saldamente, nelle richieste tanto della tipologia A, quanto della tipologia B dell’Esame di Maturità; già in tempi sospetti, però, aveva posto l’attenzione sui riassunti generati automaticamente da software, sottolineando la necessità di continuare in questo esercizio. Ora, francamente, proporre riassunti come pratica domestica o come esercitazione mi sembra un’operazione un po’ stucchevole: l’AI riesce a creare riassunti spesso migliori di quelli degli umani, gli studenti ne fanno largo uso e quindi, mi sembra tempo perso per noi e per loro.

Tuttavia è innegabile che avere già tutto riassunto, sintetizzato, mappato, schematizzato, oltre ad allontanare sempre più dal testo originale, sia esso letterario o funzionale, depotenzia le competenze di comprensione di concetti complessi e, a mio avviso, darà un’ ulteriore spinta alla semplificazione lessicale a cui si sta assistendo. Alzi la mano chi non ha notato, in questi ultimi anni, un impoverimento lessicale degli studenti a cui corrisponde un impoverimento del loro pensiero? Termini che prima erano perfettamente intellegibili, ora suscitano risate negli studenti: tanto per fare qualche esempio “ostico”, “pedante”, “fazioso”, “celere” sono parole ormai “desuete”.

Dispersione implicita?

Adbicare quindi a riassumere, creare infografiche su Canva, stendere testi per tappe significa, implicitamente, porre una pietra tombale sulla promozione di competenze da parte degli studenti (e dei docenti). Il problema infatti non si pone nel caso di professionisti che hanno trascorso gli anni universitari a riassumere Copisti e filologi di Wilson e Reynolds o a creare infografiche per le spiegazioni di quinta su Primo Levi (eccomi!), ma per chi potrà svolgere queste operazioni attraverso, per esempio, Notebook LM o altre AI. È come se il fine della scuola superiore fosse percorrere una maratona, ma per 5 anni ci si allenasse solo sugli 800 metri: via via diventerà impossibile soddisfare delle richieste che sono rimaste all’epoca pre AI.

Creare consapevolezza sull’AI

Nel corrente anno scolastico, come consiglio di classe delle Quarte Liceo Economico Sociale, abbiamo cercato di sensibilizzare gli studenti sui rischi di affidarsi ciecamente all’AI. Diciamolo senza mezzi termini: anche se si magnifica l’implementazione dello spirito critico grazie all’AI, questa viene usata per lo più come assistente personale e ripetitore a basso costo (per non parlare nello sconfinamento a psicologo gratuito). Quando, durante un compito domestico, si manifestano delle difficoltà, ecco che si apre CHAT GPT e si inizia una conversazione. In un bell’articolo analizzato in classe, uscito su Wired (recuperalo qui), si parla appunto di un’epistemia che si è sostituita all’episteme dell’antica Grecia. Secondo Luca Zorloni, infatti: epistemia «identifica questa nuova stagione della nostra società dominata dalla costruzione di una impressione di conoscenza che sta in piedi perché non si sa, perché non si sa delegare all’AI e perché non si sa controllare e verificare il risultato. Ci si bea, in compenso, di una risposta cucita talmente bene da illuderci di non poter essere che vera». Zorloni continua sostenendo che «L’AI ci renderà più stupidi se vorremo cullarci nella stupidità indotta. Se ci accontenteremo della prima risposta del chatbot, senza considerare i meccanismi probabilistici che governano il funzionamento dei grandi modelli linguistici».

Quale didattica?

Mi capita spesso di confrontarmi, nelle pause caffè con diversi colleghi e, al mio catastrofismo, molti ribattono con pacatezza: «Matteo, è inutile che chiedi adesso le costanti letterarie di Svevo, le trovano tutte su CHATGPT, devi spingere su altre richieste, come per esempio una particolare interpretazione del finale, un’attualizzazione del contenuto del libro». Altri, invece, vanno sostenendo di non chiedere più contenuti, ma solo interpretazioni e approfondimenti. Non so, questa deriva mi pare un po’ pericolosa, specie perché, in primo luogo, le competenze (di interpretazione, analisi, problematizzazione) non si possono generare senza un sostrato di conoscenze e abilità. Mi sembra poi che se una metodologia simile avvantaggia una categoria di studenti (quelli con spirito critico e capacità di interiorizzazione dei contenuti), vada a detrimento di una larga fetta di studenti che raggiungono livelli sufficienti o buoni. Perdonatemi il paragone: è come se durante una sfida di Masterchef, venga richiesto a cuochi amatoriali più o meno bravi, di cucinare un’anatra all’arancia con riduzione di frutti rossi…il rischio è che metà della classe presenti qualcosa di immangiabile.

Da ultimo…AI e impatto ecologico: paradossi ridicoli intorno all’Educazione Civica

Luca Maria Mercurio, nell’articolo Quanto inquina l’AI e perché? L’impatto ambientale sul consumo di acqua, energia e CO2, ci informa (se ancora non lo sapessimo) che «una mail di 100 parole scritta da ChatGPT-4 può “consumare” più di mezzo litro d’acqua; se un americano su 10 attualmente impiegati mandasse una mail con ChatGPT-4 alla settimana, i server utilizzerebbero 435 milioni di litri d’acqua all’anno, il fabbisogno idrico di un giorno e mezzo dell’area di Rhode Island (circa 1 milione di abitanti)».

Ci vantiamo della nostra coscienza ecologica, di essere una generazione attenta all’impatto ambientale di ogni nostra azione, facciamo bellissimi moduli di Educazione Civica sugli Obiettivi di Agenda 2030, intorno magari al Goal 12 “Consumo e produzione responsabili”, ma poi prevediamo attività in cui gli studenti smanettano sulle AI scrivendo prompt su prompt per creare immagini e infografiche, con un consumo di acqua abnorme…

Come sostengo sempre, se il digitale è buono e può migliorare l’apprendimento, va sicuramente integrato, ma spesso mi sembra proprio una moda, e soprattutto uno strumento per rendere le lezioni accattivanti quando, sotto sotto, di profondo non c’è nulla. Ma una bella infografica generata con Notebook LM non si nega a nessuno: peccato che siano quasi tutte uguali e di una banalità sconcertante.

Il rischio, per riprendere il titolo, è che in futuro invece di insegnare ad argomentare, a scrivere e a fare di conto, ci ridurremo a insegnare come scrivere adeguatamente un prompt per le AI del futuro.

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