Scuola e università: quale dialogo possibile?

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Formare e formarsi

Dal luglio del 2018 faccio parte dell’Associazione degli Italianisti sezione Didattica della Lombardia: grazie a una serie di scambi via e-mail tra il mio relatore di tesi e i docenti della Statale di Milano, a partire dall’estate del 2018, ho avuto l’occasione di costruire una collaborazione professionale (e umana) con colleghi di lettere da tutta la Lombardia. Le iniziative dell’AdI SD sono numerose e si articolano, fondamentalmente, su due versanti: da una parte l’organizzazione di momenti di formazione gestiti da docenti universitari e delle superiori, nella formula di buone pratiche e percorsi attuati in classe; dall’altra la promozione di concorsi per le classi, come quelli sulla lettura e per il Dantedì, che quest’anno ha voluto indagare il rapporto tra Dante e la Giustizia attraverso la fotografia.

Si tratta di una collaborazione non continuativa ma che, lo ammetto, risulta molto arricchente non solo professionalmente, ma anche umanamente; da 9 anni insegno in realtà di provincia, di “confine”, piuttosto ridotte numericamente e avere un contatto con colleghi “virtuali” è per me fonte di ispirazione e di stimolo; va detto, ahimé, che la collaborazione a scuola è spesso difficoltosa e carente, per i motivi più disparati, che magari affronterò in un articolo futuro. La condivisione invece di buone pratiche e la partecipazione a momenti di formazione promossi dall’Università, ma che vedono il coinvolgimento di docenti in laboratori non teorici, ma pratici, è sicuramente linfa vitale in un lavoro che tende a ridurci a burocrati imbrattacarte.

Convegni epifanici

Dal 2023, oltre all’AdI SD, sono entrato a far parte come socio di Compalit scuola (trovate il mio contributo negli atti del Convegno Poteri della lettura qui); Compalit è l’acronimo dell’Associazione per gli Studi di Teoria e Storia comparata della Letteratura e ogni anno, nel mese di dicembre, organizza un convegno aperto anche a docenti della scuola superiore che vogliano assistere alle diverse sessioni e, nel panel Compalit scuola, proporre un intervento sul tema del congresso. Quest’anno la discussione verteva sulla domanda provocatoria “Dov’è la letteratura?” e, nella sessione parallela di venerdì 13 dicembre, coordinata da Emanuela Bandini, Federico Bertoni e Orsetta Innocenti, ho assistito a un bel confronto tra insegnanti e docenti universitari intervenuti.

Si è trattato, a mio avviso, di un momento arricchente ma che, soprattutto nelle sessioni plenarie a cui ho partecipato, mi ha fatto ancora di più comprendere l’incomunicabilità tra due mondi, quello dell’accademia e della scuola, destinati a viaggiare su due binari paralleli, che si allontaneranno sempre più l’uno dall’altro.

Lo specialismo universitario

Letteratura e frattali, narrazioni dell’apocalisse, critica ecologica, studi post-coloniali, world literature: sono solo alcuni dei termini ricorrenti nel Convegno a cui ho partecipato all’Università di Bologna; l’Accademia sembra lanciata verso lo specialismo più sfrenato e sono rimasto sinceramente sbigottito dall’originalità di alcune proposte e tematiche delle sessioni plenarie, come l’intervento di Joseph Tabbi, dal titolo Towards a Posthumanist Revitalization of Contemporary Literature and Art o quello di Leah Price intitolato Bibliodomesticity: or, where did the literary reside? L’Università si focalizza ormai su tematiche marginali o, credo, su argomenti che possano essere finanziati da PRIN perché intercettano tematiche di cittadinanza, studi di genere, ecologia; dunque si assiste a una fuga dal canone per analizzare e quasi vivisezionare autori poco noti, temi marginali, che hanno pochissima eco in classe.

Riformare la didattica dannunziana: un convegno rivelatore

Nel mese di marzo, invece, grazie alla segnalazione di un ex collega che ho incontrato in AdI, Ottavio Ghidini, ho potuto partecipare, in Università Cattolica di Brescia, a un’intensa giornata di studi, intitolata D’Annunzio: una didattica da rifondare (link qui), in cui il dialogo tra scuola e università mi è sembrato più proficuo e “calato sulla terra”: gli interventi di accademici come i Prof.ri Zollino, Gibellini, Nassi e Maiolini si sono ben intrecciati con voci indipendenti o della scuola: la Prof.ssa Baita ha proposto un percorso didattico sulle novelle di d’Annunzio, confrontate con quelle verghiane; il Prof. Ghidini ha riflettuto, molto concretamente, sulle criticità di un insegnamento letterario sempre più complesso perché ridotto all’osso, portando anche un’esperienza didattica in collaborazione con il Vittoriale degli Italiani. Insomma, no allo specialismo ma, come ha sottolineato anche il promotore del convegno, Antonio Zollino, un tentativo di rifondare la didattica di un autore, dopo aver notato, specie nelle antologie, strumento fondamentale a scuola, un trattamento di D’Annunzio che non ha corrispondenza con i testi, fulcro dell’insegnamento letterario.

Credo che siano questi, alla fine, i convegni a cui si dovrebbe partecipare per il nostro aggiornamento professionale; come accade normalmente, ci si tende a specializzare su una disciplina, su di un arco temporale e, negli altri, a ripetere stancamente i contenuti delle antologie. A mio avviso, invece, saggi critici, bibliografia aggiornata e studi recenti dovrebbero stare sempre sul comodino dell’insegnante di lettere che vedo, secondo la lezione di Luperini, come l’ultimo degli intellettuali.

L’intento dei piani alti è, a mio avviso, quello di esautorare progressivamente le discipline, che ormai vadano “attraversate” (cit. di Federico Batini), ma ritengo che se non si possiedono solide competenze disciplinari, anche tutti i compiti di realtà più interessanti e sfidanti non possano essere pensati e neppure messi in atto. Ripeto sempre, a mo’ di mantra, che non esistono competenze senza conoscenze e che le metodologie non sono strumenti adattabili a tutte le discipline, ma vanno cucite, come un abito sartoriale, ai saperi disciplinari, che dobbiamo sempre tenere ben fermi e aggiornati.

L’Università a scuola e la scuola in Università

Sulla sollecitazione di questo convegno, per me rivelatore, mi è balenata in mente l’idea di un progetto per il 2026, ovvero una o due giornate di studi (su un autore o su un tema) in cui a interventi di docenti universitari si affianchino quelli di colleghi delle superiori, per presentare percorsi realizzati in classe. La selezione di questi ultimi potrebbe avvenire attraverso una Call for papers, in modo da consentire una valorizzazione delle idee migliori ed evitare il malcostume, tutto italiano, della chiamata del “discepolo di”, “amico di”, “nipote di”, “cugino di” e via dicendo.

Lo stimolo potrebbe essere anche reciproco: non sono esperto di “terza missione” e da quello che ho letto, è parecchio avversata da chi la vive sulla propria pelle (consiglio di recuperare un articolo di Claudio Giunta qui), ma dato che il MIM si chiamava prima MIUR, ossia Ministero dell’Istruzione e della Ricerca, credo che i due corni debbano andare insieme. L’Università e la scuola superiore devono dialogare, anche solo per il bene degli studenti, perseguendo un’istruzione di qualità, nella consapevolezza che agire su due binari paralleli porta a svantaggi per entrambi gli attori in gioco.

Un possibile ponte potrebbe essere rappresentato dalla figura dei tutor dei percorsi abilitanti, che hanno il compito di gestire la formazione degli insegnanti in collaborazione con le università; un altra soluzione potrebbe essere creare delle figure di sistema che tengano i contatti tra scuola e università, promuovendo momenti di formazione, progetti destinati agli studenti nell’ottica di un sistema integrato scuola-università.

Lavorare (gratis) stanca

Ma in tutto ciò, il docente medio, travolto da burocrazia, PDP, verbali, commissioni, moduli gite, quale interesse può avere a collaborare con l’Università, in uno scambio duraturo che vada oltre la partecipazione alla giornata di studi o al corso di formazione intravisto nella Bacheca del registro elettronico? Rispondo io: nessuno, se ciò non comporta un riconoscimento economico, almeno minimo, per chi persegue un life long learning e un’istruzione di qualità.

Parliamoci chiaro: l’offerta di formazione, con l’esplosione dei webinar, si è allargata a macchia d’olio: ormai anche la casa editrice più minuscola propone videoconferenze imperdibili sulle donne in Dante (prendo come esempio il titolo di un webinar sponsorizzato che mi ha colpito molto per…originalità), per non parlare di tutte le iniziative a pagamento legate al superamento di prove concorsuali. Il risultato, ahimé, è lo scadimento generale e, inoltre, la frammentazione del pubblico, che non riesce, a mio avviso, a percepire la differenza tra una formazione di qualità e non. Così credo che l’unica speranza per risollevare la baracca, nello sfascio generale delle discipline, sia recuperare una collaborazione tra scuola e università, attraverso la pratica della ricerca-azione, che ho sperimentato proficuamente tra il 2017 e il 2018 con il corso di formazione promosso dal CQIIA e che mi ha convertito al credo valenziale.

Va da sé che si dovrebbero trovare delle forme per far sì che tutto questo investimento professionale venga retribuito o, quantomeno, che si possano progettare dei bandi per docenti che vogliano promuovere una collaborazione tra scuola e università in forme strutturate. L’attività potrebbe avvenire anche in maniera blended, con dei momenti di tutoraggio online e, pratica sempre interessante, attività di job shadowing, da promuovere non solo negli Erasmus Plus, ma anche nella didattica nostrana.

Nei mesi della pandemia ero stato contattato da una nota casa editrice che voleva creare una (cito) Accademia dei Licei, parafrasando la ben più prestigiosa Accademia dei Lincei; l’idea non era peregrina e si sarebbe sostanziata in una piattaforma in cui docenti-esperti avrebbero caricato percorsi e buone pratiche nell’ambito dell’italianistica. Tale progetto, coordinato da un pezzo grosso dell’Accademia Italiana, si era forse scontrato con un dato di fatto che caratterizza un po’ tutte le realtà con cui sono venuto a contatto in questi anni: la mancanza di fondi per le Humanities, la proposta di collaborazioni a titolo gratuito, a mio avviso poco rispettose nei confronti di chi svolge questi incarichi. L’Accademia dei Licei è quindi nata e morta nello stretto di giro di qualche e-mail.

Chiudo, infatti, questo articolo riflessivo, con una nota polemica: perché quando si contattano dei docenti di lettere o comunque di materie umanistiche non si allude mai a un riconoscimento economico? Ho partecipato, nell’ultimo anno, a diverse iniziative di formazione organizzate dalle Università che ho svolto a titolo gratuito, ma sono rimasto particolarmente colpito da una mail inviatami da un Accademico che, dopo avermi contattato, chiudeva, in modo molto tranchant: «La lezione, naturalmente, purtroppo, non sarebbe retribuita». In questi due avverbi, naturalmente e purtroppo, credo stia la differenza tra le Humanities e le discipline Stem: le prime sono percepite come un passatempo, qualcosa che si svolge nel tempo libero, senza particolare impegno né ricadute fondamentali sulla società; le seconde sono invece serie, rigorose, portano risultati tangibili e vanno ovviamente (ben) retribuite.

Quindi, prima di parlare di un dialogo tra scuola e università, forse, sarebbe necessario risolvere questa criticità evidente, che, parlo per me, ma anche per altri, risulta alla lunga una pregiudizievole per un rapporto sano tra i due mondi, almeno nell’ambito umanistico.

Una opinione su "Scuola e università: quale dialogo possibile?"

  1. Proposta encomiabile, Matteo, ma lo scollamento tra licei e università, come tu stesso dici, continua ad aggravarsi sempre più. I nuovi docenti orientatori potrebbero essere le figure di mediazione che servono, così come i tutor per i percorsi abilitanti. Nella scuola in cui insegno negli ultimi anni, grazie a fondi PNRR, ci sono stati inserimenti una tantum di docenti universitari e alcuni hanno tenuto lezioni interessanti, tuttavia l’eccessivo specialismo non giova, mentre la terza missione è un dovere imprescindibile.

    Sul fronte economico, inutile dire che è come hai evidenziato tu, le materie umanistiche godono di un altro trattamento rispetto all’ambito STEM. Peccato che sia la loro sinergia la cosa più importante e che le humanae litterae umanizzano tutti noi. È sempre un colpo al cuore quando uno studente chiede “Ma profe, a cosa serve studiare Dante?”.

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