Letture per il Giorno della Memoria: “16 ottobre 1943” di Debenedetti

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Una vicenda tragica

La notte tra il 15 e il 16 ottobre del 1943 rappresenta uno dei punti più bui della storia italiana del Novecento: il ghetto ebraico di Roma, collocato dietro al Teatro Marcello, viene svegliato improvvisamente da colpi di arma da fuoco e detonazioni; il bottino del rastrellamento sarà di 1259 ebrei (di cui 207 bambini), la stragrande maggioranza catturati nel ghetto, qualcuno in altri rioni romani.

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Il rastrellamento del ghetto romano è preceduto, in realtà, da altri due eventi dolorosi; «alla fine di settembre il maggiore Herbert Kappler, all’epoca responsabile del comando distaccato della Polizia di sicurezza della capitale, convoca all’ambasciata di Germania il presidente della comunità israelitica di Roma, Ugo Foà, e gli impone una taglia di 50 kg di oro da consegnarsi entro 48 ore, pena la deportazione di 200 ebrei da rastrellare nel ghetto» (G. Oliva, Roma 1943, L’orrore nel ghetto: ottant’anni fa il rastrellamento di 1.259 ebrei della Capitale, «La Stampa», 16.10.2023). La vicenda, per chi vuole approfondire, è stata immortalata nel film del 1961 diretto di Carlo Lizzati intitolato L’oro di Roma, fruibile liberamente su Raiplay (clicca qui).

Nelle settimane successive, poi, i tedeschi fanno irruzione nella sede della Comunità Ebraica, portando via archivi, registri e due milioni di denaro contante; segue la perquisizione delle biblioteche del Collegio rabbinico, con l’asportazione di incunaboli, codici, pergamene, edizioni rare, volumi antichi che vengono caricati su due carrozze ferroviarie dirette in Baviera e mai più ritrovati.

Ma perché si era arrivati a questa razzia e alla deportazione di tanti innocenti? Secondo Kappler gli ebrei italiani erano doppiamente colpevoli: per l’armistizio dell’8 settembre 1943, con il tradimento italiano nei confronti del Reich e, in quanto ebrei, perché appartenenti a una razza da sempre nemica della Germania.

La testimonianza di un critico letterario

Tutte queste informazioni si possono recuperare anche leggendo 16 ottobre 1943, pubblicato per la prima volta nel dicembre del 1944 sulla rivista «Mercurio» di Roma, in un numero dedicato alla Resistenza e poi in volume nel 1955. L’autore, per noi laureati in Lettere, provoca quasi le vertigini: Giacomo Debenedetti è stato, forse, il più acuto critico letterario del Novecento, studioso di Proust, di Svevo, di Saba e, in generale, del romanzo della crisi, con quell’opera capitale che è Il romanzo del Novecento, ancora oggi nelle bibliografie degli insegnamenti di letteratura contemporanea. Debenedetti, come spiega nel racconto, sfuggì al rastrellamento perché in quella mattinata del 16 ottobre si trovava da una vicina.

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Una testimonianza asciutta

Per quest’opera Debenedetti spoglia quindi i panni del critico letterario e diventa narratore; tuttavia, intervistato a proposito del racconto, ne declina la paternità con queste parole: «Io sono un critico, questo è il mio unico mestiere letterario. Il 16 ottobre è stato scritto da chi l’ha vissuto direttamente. Meglio attribuirlo a un nuovo Anonimo romano, come quello che ci ha lasciato la Vita di Cola». Difficile ascrivere l’opera a un genere letterario: da una parte è una testimonianza diretta sulla Shoah, ma dall’altro fa parte di tutta quella letteratura che ha per oggetto lo sterminio degli Ebrei. Nella riedizione per La nave di Teseo, del 2021, 16 ottobre 1943 viene arricchito da altri brevi testi, altrettanto importanti: Otto ebrei, scritto dallo stesso Debenedetti a Roma nel settembre del 1944 e incentrato sulla cancellazione, da parte del commissario di polizia Raffaele Alianello, di otto ebrei dalle liste di coloro che sarebbero stati trucidati alle Fosse Ardeatine. Seguono Otto ebrei altri tre brani di breve respiro: la prefazione di Alberto Moravia all’edizione di 16 ottobre del 1978, uno scritto di Natalia Ginzburg sullo stesso racconto e il brevissimo Pensieri sul razzismo di Guido Piovene.

16 ottobre 1943 e Otto ebrei sono quindi due scritti stesi a guerra in corso, quando i forni crematori erano ancora in azione e in cui Debenedetti riversa la sua lucidità di studioso e di razionalista: Natalino Sapegno definì queste pagine «bellissime per vigore e rievocazione e lucidità di giudizio» e in effetti 16 ottobre 1943 è caratterizzato da un intento descrittivo che nulla lascia trapelare del pietismo e della visione dell’autore, che sembra eclissarsi.

Un inizio sconcertante: il personaggio della Celeste

16 ottobre 1943 si apre con una sequenza descrittiva, che fissa la vita nel ghetto romano a un tempo ciclico: ogni venerdì, all’accendersi della prima stella nel Tempio della Sinagoga, si celebrava il ritorno del Sabbato. Tuttavia, sin dalla prima pagina, quest’atmosfera ieratica, di pace routinaria, è interrotta dall’arrivo di una donna «vestita di nero, scarmigliata, sciatta, fradicia di pioggia» (pp. 17-18), che viene da Trastevere per portare una notizia allarmante: la moglie di un carabiniere ha veduto un tedesco con «in mano una lista di duecento capifamiglia ebrei, da portar via con tutte le famiglie» (p. 18). La donna, novella Cassandra, non è creduta, perché la Celeste è «una chiacchierona, un’esaltata, una fanatica»; la famiglia di appartenenza è poi di gente un po’ tocca e quindi le sue parole non vengono prese per serie. Il narratore stesso, immedesimandosi nella comunità ebraica, si chiede «Come si fa a dare ascolto alla Celeste?». Passati tredici mesi da quella drammatica sera, il narratore riflette sul fatto che se la Celeste fosse stata un signora, sarebbe stata creduta e molti ebrei avrebbero salvato la loro vita.

Un flashback e un’analisi antropologica

Dopo l’episodio della Celeste, Debenedetti introduce un flashback per raccontare il famoso episodio dei 50 kg di oro. Prima di narrare questo antefatto del rastrellamento, si lascia però andare ad alcune interessanti (e, aggiungo io, controverse) considerazioni sugli ebrei.

Contrariamente all’opinione diffusa, gli ebrei non sono diffidenti. Per meglio dire: sono diffidenti, allo stesso modo che sono astuti, nelle piccole cose, ma creduli e disastrosamente ingenui in quelle grande. Verso i tedeschi furono, e si mostrarono, ingenui quasi con ostentazione. I motivi che se ne possono dare sono parecchi. Persuasi da secolari esperienze che il loro destino sia di essere trattati come cani, gli ebrei hanno un disperato bisogno di simpatia umana: e per accattarla, la offrono. Fidarsi della gente, abbandonarvisi, credere alle loro promesse, appunto una prova di simpatia. Si comportarono così anche coi tedeschi? Sì, purtroppo. Coi tedeschi poi giocava anche il classico atteggiamento degli ebrei di fronte all’Autorità. Fin dalla prima caduta di Gerusalemme, l’Autorità ha esercitato sugli ebrei un potere di vita e di morte assoluto, arbitrario, imperscrutabile.

Così, racconta Debenedetti, gli ebrei si fidarono dei tedeschi, non credendo alla Celeste, fiduciosi che la consegna dei 50 kg di oro avrebbe rappresentato la loro salvezza. Debenedetti descrive nei dettagli la febbrile raccolta dell’oro e il pietoso tentativo di ottenere una ricevuta dal capitano Schulz.

Un furto culturale

Ma c’è un secondo antefatto registrato da Debenedetti, che avviene l’11 ottobre del 1943: un ufficiale delle SS entra nella biblioteca del Collegio rabbinico e in quella della Comunità e «con mani caute e meticolose, da ricamatrice di fino, palpa, sfiora, carezza papiri e incunaboli, sfoglia manoscritti e rare edizioni, scartabella codici membranacei e palinsesti» (p. 28). Si tratta di un duro colpo alla storia dell’ebraismo, con fonti autentiche, esemplari unici, che vengono caricati su tre carrozzoni merci: «Libri, manoscritti, codici e pergamene [prendono] la strada di Monaco di Baviera» (p. 29).

Dai libri alle persone

Dopo gli antefatti, finalmente Debenedetti arriva al culmine della narrazione: preceduto da schioppettate e detonazioni, l’arrivo dei tedeschi nel ghetto provoca uno sconcerto generalizzato. La voce dell’autore è come un proiettile che viaggia di casa in casa, per sondare le reazioni dei poveri ebrei.

Pare che il primo allarme l’abbia dato una donna di nome Letizia, che il vicinato chiama Letizia l’Occhialona: una grossa ragazza attempata, tutta tumida di tratti e di forme, con gli occhi fissi e i labbroni all’infuori, che le immobilizzano sulla faccia un sorriso inerte e senza comunicativa. Dal quale esce una voce assente, contrariata, estranea a ciò che dice. Verso le cinque (del mattino, n.d.r.), costei fu udita gridare:

“Oh Dio, i mamonni!”

Mamonni in gergo giudìo-romanesco signifca gli sbirri, le guardie, la forza pubblica.

Straziante è un personaggio, anche questo non nominato, a cui le SS concedono di andare a prendere un caffè; deglutisce rumorosamente, la tazzina trema e rivolge al caffettiere una domanda che mi colpisce molto: “Che faranno di noi?” (p. 39). Si tratta dell’interrogativo che tutti i deportati nei campi di distruzione (Primo Levi fra tutti) si sono fatti e che tocca ancora oggi le coscienze di chi ha il compito di coltivare la memoria di quell’esperienza, senza averla vissuta.

Debenedetti annota: «Questa parole sono tra le poche lasciateci da coloro nell’andarsene. Ci fanno sentire la voce di essere tornato per un momento nella nostra vita, tra noi, quando a lui vivo la nostra vita ormai non apparteneva più, e già era entrato in quella nuova esistenza oscura e terribile. E ci dicono pure che cosa sia passato per la testa di quegli sciagurati nei primi momenti: una sfiduciata speranza di non aver capito bene» (p. 39).

Il racconto di Debenedetti si fa incalzante, ma si sofferma a riflettere sui famosi elenchi, su come siano stati compilati; qui, come un filologo di fronte a dei manoscritti con varianti, il critico letterario si interroga su quali circostanze abbiano consentito ai tedeschi di ricevere gli scellerati elenchi di persone destinate ai campi di sterminio. Il suo obiettivo è cercare la verità, indagare i motivi di questo rastrellamento.

Perché dopo il 25 luglio, finita la campagna razziale, non si pensò di eliminare quei registri e schede, divenuti superflui? E se non dopo il 25 luglio, perché non almeno dopo l’8 settembre, come in altri ministeri si fece per altri documenti? La negligenza del luglio diventa nel settembre criminosa responsabilità. (p. 48)

Probabilmente i tedeschi riuscirono ad avere questi elenchi di ebrei dall’anagrafe. Ma ormai, dopo la riflessione sulla provenienza di tali documenti, Debenedetti torna nel ghetto e alla razzia, che si protrae fino alle 13: «Quando fu la fine, per le vie del Ghetto non si vedeva più anima, vi regnava la desolazione della Gerusalemme di Geremia: quodmodo sedet sola civitas». I razziati vennero messi su autofurgoni e condotti alla stazione di Roma Tiburtina, con una ventina di tedeschi armati che impedivano a chiunque di avvicinarsi al convoglio; amaramente l’autore annota che «né il Vaticano, né la Croce Rossa, né la Svizzera né altri stati neutrali sono riusciti ad avere notizie dei deportati» (p. 54).

Una nuova Troia?

Leggere 16 ottobre 1943 ci trasporta, per circa 40 pagine, all’interno di una tragedia, ma la sensazione che si prova non è simile, per esempio, a quella che si prova immergendosi nelle pagine di La notte di Elie Wiesel o nel Fumo di Birkenau di Liana Millu. La tragedia viene, a mio avviso, come estetizzata, attraverso l’uso di un lessico forbito e diversi riferimenti letterari.

Come non paragonare, infatti, la Celeste inascoltata a Cassandra o, meglio, a Laocoonte? Il seguente passo sembra proprio una ripresa nel XX secolo della fuga da Troia in fiamme narrata nelle vicende del ciclo troiano: «Le madri, o talvolta i padri, portano in braccio i piccini, conducono per mano i più grandicelli. I ragazzi cercano negli occhi dei genitori una rassicurazione, un conforto che questi non possono più dare». L’inganno dell’oro, un popolo credulone che si fida degli aguzzini, un profeta inascoltato: tutti elementi letterari che Debenedetti usa per raccontare un barbaro rastrellamento.

Ma ciò che colpisce del racconto-saggio è la patina linguistica estetizzante, come se Debenedetti tradisse la sua vocazione di critico letterario nel raccontare questa vicenda drammatica: si veda, per esempio, l’eco omerica (Iliade, VI, vv. 146-149) delle foglie nella descrizione del furto dei manoscritti da parte dell’ufficiale descritto, anche qui in modo intellettualistico, come semitologo: «E generazioni che parevano passate su questa terra veramente come la schiatta delle foglie, attendevano dal fondo di quelle carte che qualcuno le facesse parlare» (pp. 28-29).

In un altro passo, invece, descrivendo i nazisti, fa riferimento al poema fondativo della loro cultura, il canto dei Nibelunghi: «I nazisti amano la regia, la teatralità, la solennità nibelungica atra e terrificante; ma qui la regia era già nelle stesse cose: superflua d’altronde, perché tutto si svolgeva con estrema facilità, senza che occorresse di propiziarne la riuscita con un particolare messinscena o ricerca di effetti» (p. 40)

Portare 16 ottobre 1943 in classe

Il mio incontro con il racconto-saggio di Debenedetti è avvenuto nel 2020 grazie a Corrado Bologna, docente alla Sapienza di Roma e alla Normale, ma anche formatore Loescher, di cui amo seguire i webinar per le tante perle che fornisce nelle sue spiegazioni-racconto, che catturano gli ascoltatori e dimostrano una cultura sterminata, che va dai classici ai moderni, passando per la psicanalisi, la filosofia, la sociologia. In un webinar, intitolato «Se questo è un uomo»: la memoria necessaria (recuperabile qui), aprì l’incontro di formazione proprio con una citazione da questo piccolo-grande libro, che ho recuperato nell’edizione de La nave di Teseo.

Diversi sono i motivi per i quali proporre 16 ottobre 1943 in classe:

  • La prosa asciutta, ma incisiva, che non indulge nel pietismo, ma si fa portavoce del dramma di un popolo abituato a essere emarginato, ghettizzato;
  • La brevità, con la possibilità di leggerlo in classe o di ascoltarlo letto da Moni Ovadia;
  • La possibilità di un lavoro sul testo in classe sulla voce narrante, ma anche sulla descrizione degli ebrei;
  • Il confronto con altri romanzi o testi poetici letti per la Giornata della Memoria (nel curriculum di letture che propongo ci sono, solitamente, L’amico ritrovato, La notte, Il fumo di Birkenau, Fuga di morte).

Una lettura quindi agile, ma che consente di immergerci in un universo di parole esatte, precise, razionali, usate per descrivere un atto barbarico e disumano. Un libro piccolo, ma prezioso, che pone tanti interrogativi sul razzismo di ritorno che stiamo vivendo in questo periodo buio, un po’ come quello dell’autunno del 1943.

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