Un romanzo a trame concentriche: La ricreazione è finita di Dario Ferrari

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Una citazione rovesciata di senso

Nel maggio del 1968, dopo un mese di contestazioni, proteste in piazza e negli atenei francesi (famosa fu l’occupazione della Sorbona), il generale Charles De Gaulle annunciò via radio lo scioglimento del Parlamento e nuove elezioni. Il voto sancì un vero e proprio trionfo per il partito gollista, che raggiunse il 40% delle preferenze e la maggioranza assoluta dei seggi. Famosa è la frase di De Gaulle rivolta agli studenti: «La ricreazione è finita». Era quindi venuto il tempo di lasciare le piazze, smettere di occupare le Università e tornare a studiare.

A pronunciare questa frase, ribaltandone il senso, è nel romanzo La ricreazione è finita di Dario Ferrari (acquista qui) il giovane intellettuale soprannominato Barabba, ultimo arrivato nel gruppo terroristico Ravachol:

Miro, nella sua nuova forma mentis modellata su quella di Barabba e volta a compiacerlo, disse enfaticamente che era giunto il momento di smettere di giocare ai rivoluzionari e cominciare a fare sul serio. «La ricreazione è finita», ripeteva Barabba, compiacendosi di ribaltare il senso della frase di De Gaulle (p. 329).

Ci troviamo nel capitolo centrale del romanzo, intitolato La Fantasima, in cui le vicende del protagonista, Marcello Gori, trentenne viareggino scioperato, ma vincitore per caso (o no?) di un posto per un dottorato di Italianistica comparata (…) a Pisa, si sovrappongono a quelle di Tito Sella, il terrorista sul quale l’esimio Prof. Sacrosanti ha affidato un progetto di ricerca al malcapitato Marcello.

Un’opera tripartita

Il romanzo, scritto da un collega di storia e filosofia con un dottorato proprio a Pisa, si snoda fondamentalmente in tre parti, con il cuore rappresentato dal capitolo centrale, La Fantasima, titolo dell’opera perduta, presumibilmente conservata a Parigi, nella quale Sella ripercorreva la parabola della propria militanza e delle azioni eversive che l’avevano portato in galera.

La prima parte, che copre i capitolo intitolati Anno 0, Anno 1, Anno 2 è la più spassosa e ha al centro le vicende del trentenne Marcello Gori, viareggino, laureato fuoricorso in lettere, che vive di lavori saltuari, nell’intento di posticipare quanto più possibile l’ingresso nel bar gestito dal padre. Intorno a questo personaggio, che ricorda, per ammissione stessa dell’autore, Zeno Cosini, Ferrari è capace, grazie alla sua esperienza da dottorando (in Filosofia) del medesimo Ateneo, di costruire un ritratto dell’Accademia tra il farsesco e l’esilarante, con scommesse sull’ingresso al dottorato simili al Superenalotto, spiegazioni mirabolanti sull’uso corretto delle note a piè pagina in un articolo accademico e delucidazioni sull’aggettivazione da curare negli interventi pubblici di un convegno.

Immagine reperibile all’url https://www.universita.it/universita-di-pisa-unavventura-accademica-in-toscana/

Un mondo medievale, quindi, fatto di baroni, valvassori, valvassini, servi, apparentemente irreale, ma in verità realistico, specie per chi, come me, ha diversi amici con un dottorato alle spalle; le dinamiche raccontate da Ferrari rispecchiano, ahimé, quelle dei lunghi messaggi su Whatsapp (rigorosamente a scomparsa, ça va sans dire) che ci scambiamo tra momentanee soddisfazioni per un complimenti del mentore e prevalenti frustrazioni per un insegnamento a contratto non rinnovato o un convegno senza rimborso spese. Ascoltiamo uno dei passaggi più divertenti della prima parte del romanzo:

E poi c’è la parte decisiva: le note. Nelle note si tessono le trame politiche, ovvero si inserisce il proprio scritto nella complessa rete della geopolitica accademica. Tutti ti diranno che è inelegante citare il proprio mentore: non dargli retta, citalo, citalo sempre, in ogni circostanza, più del dovuto, e sperticati in lodi e ringraziamenti. […] Ricordati: il tuo mentore è l’unica via che hai per la carriera accademica, e come tale lo devi venerare e riverire. «Dopodiché devi posizionare il tuo lavoro rispetto a tutti quelli che esso lambisce, ovvero a tutti coloro, dotati di un minimo potere, che hanno trattato – anche tangenzialmente, anche vent’anni fa – il tuo stesso argomento. […] In secondo luogo, devi citare tutte le persone che vuoi che sappiano che le rispetti, e a cui quindi vuoi rendere omaggio, ma che non si aspettano l’aggettivazione. […] Riserva invece le citazioni vaghe tipo “Confronta il lavoro di de Tizis” o “Su questo tema si veda anche de Caiis” a personaggi che non puoi non citare ma a cui non intendi tributare alcun merito, e che anzi vuoi in qualche modo sminuire. Assicurati prima che siano professori emeriti, battitori liberi o outsider, ovvero che non contino un cazzo».

Il racconto in prima persona di Marcello risulta estremamente godibile, specie per il sottoscritto: anche io un po’ bamboccione, incapace di prendere per anni delle decisioni definitive (anche sulla mia professione) e, aspetto più rilevante, pure io smanioso per diversi anni di un posto di dottorato che, nonostante i cinque tentativi (sic!), non ho mai guadagnato.

Più di Marcello, mi ha colpito però il personaggio di Carlo Ceccanti, emblema dello studente ideale, pronto ad approfondire ogni saggio suggerito dal suo mentore, il Chiarissimo Sacrosanti, che si spende per affidargli incarichi (perché, come annota Ceccanti, «è ormai tardi per entrare nella scuola») in attesa di un concorso che, ironia della sorte, non verrà mai bandito, per restituire un favore al Dipartimento di Filologia Romanza che aveva lasciato libere delle camere durante il convegno dell’eccellentissimo (sarà giusta come aggettivazione?) Sacrosanti. Intorno a Tommaso ci sono la madre, che gli dimostra sempre affetto, il padre, un burbero anaffettivo che ripete di avere un fallimento in casa e soprattutto Letizia, specializzanda in Oncologia, che rappresenta l’antitesi del protagonista: regolare negli studi, efficiente, con obiettivi chiari, vorrebbe proporre una svolta nella loro relazione decennale, ma riceve il rifiuto del protagonista.

Il nodo del romanzo è però la ricerca della Fantasima, l’opera autobiografica di Tito Sella alla Bibliothéque Nationale de France; il Prof. Sacrosanti spinge affinché Tommaso svolga i sei mesi di ricerca a Parigi, ma una mail del relatore indirizza, in qualche modo la vicenda:

Constato con piacere che il lavoro sta procedendo, e che sta studiando con profitto l’archivio che l’avevo invitata a esaminare, ma noto con un certo disappunto che la sua tesi sta prendendo una piega decisamente, e malauguratamente, biografista. Mi dispiacerebbe assai, dopo aver passato una vita a combattere i danni del saint-beavismo, a inchiodare alla loro ridicolaggine i tentativi di spiegare un’opera tramite le insulse vicende del tizio a cui è capitato di scriverla, dover difendere una tesi che condivide questo sciagurato approccio. (p. 387).

https://www.franciaturismo.net/parigi/cosa-vedere-parigi/sorbona/

Nella seconda parte, infatti, alla voce del protagonista, si sostituisce quella di un narratore esterno, che racconta la vicenda della Brigata Ravachol e di Tito Sella, sullo sfondo della Versilia di fine anni Settanta: qui il romanzo perde vivacità, si sofferma in dettagli che dimostrano la conoscenza da parte di Ferrari del contesto storico tratteggiato, ma che risultano particolarmente soporiferi. Degna di nota è, però, la sovrapposizione tra i due personaggi (Tito Sella e Marcello), tutti e due alle prese con una Bildung: La ricreazione è finita si può quindi considerare un romanzo di formazione, che si chiude con la consapevolezza di Marcello di non voler far parte di quel mondo accademico in cui ha cercato, per un certo periodo, di inserirsi.

La terza parte del romanzo, con i capitoli Anno 3. I fantasmi ed Epilogo ci riporta nel XXI secolo: Marcello viene coinvolto nelle proteste dei gilets jaunes, si innamora di Tea, lascia la fidanzata storica Letizia, ma soprattutto decide di scrivere un’ultima e-mail al Prof. Sacrosanti in cui, anche sulla scia emotiva del suicido dell’amico Carlo, arriva a una decisione inaspettata, un vero e proprio coup de théâtre, sconvolgente, ma preparato, forse dall’assegnazione del progetto di dottorato da parte del Chiarissimo.

Dissonanza di toni

Ho divorato il romanzo di Dario Ferrari, che ho scoperto essere un vero e proprio caso editoriale (per Antonio D’Orrico è addirittura «il più bel romanzo degli ultimi tempi»); per diversi mesi mi ha guardato dalla mia “pila della vergogna”, ma in un caldo week-end di fine luglio, ho preso in mano il volume della Sellerio e mi sono immerso nel mondo di finzione che l’autore ha tratteggiato in più di 400 pagine. Posto che si tratta di un’opera godibilissima, anche per chi non è dentro il mondo accademico, trovo che nel procedere della narrazione lo stile si ammosci e quella verve e creatività linguistica e di idee dei capitoli iniziali (Anno 0 e Anno 1 in particolare) venga meno, per lasciare spazio al racconto degli anni di Piombo che, probabilmente per lacune nella mia formazione e biblioteca, non ho saputo gustare.

La lettura mi lascia un gusto amaro, per due ragioni fondamentali: da una parte per l’identificazione con una generazione, la nostra degli anni Ottanta, che per tanti anni è rimasta in stand-by e che ancora oggi fatica a trovare un posto nel mondo, schiacciata, anche in ambito lavorativo, da sciure che ci comandano e trentenni rampanti che voglio prendere posizioni di potere. Ma soprattutto il riso amaro deriva dal constatare che l’Università, luogo che dovrebbe essere di libertà, viene tratteggiato (e lo è) come un mondo in cui vige una subordinazione latente e una scala gerarchica che tarpa le ali anche ai migliori ingegni, spesso costretti a emigrare.

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