Tra relazioni familiari e satira del mondo editoriale: “L’idiota di famiglia” di Dario Ferrari

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Ho la sensazione indefinita che questo mio supplemento di tensione muscolare sia legato all’incontro con Botero, che pure sono stato felicissimo di rivedere. Non è perché ha detto la solita cosa dell’intelligenza artificiale che mi ruberà il lavoro, a cui ormai ho fatto il callo, e nemmeno i discorsi cinici sui suoi studenti e il declino della civiltà: è una postura che ha sempre avuto, ci si è sempre crogiolato nella parte del nichilista. Che a turbarmi sia stato piuttosto il monito contenuto nella vicenda di suo padre, del suo ritorno per accudirlo e di tutto quello a cui ha dovuto rinunciare – carriera, fidanzato, progetti di vita – a mettermi addosso questa malmostosità, vedendomi un’anteprima di ciò che a breve accadrà a me? (D. Ferrari, L’idiota di famiglia, Sellerio, Palermo 2026, p. 96).

Abitudini di lettura

Chi mi conosce, sa che la mia soglia di sopportazione per un romanzo sono le 300 pagine; oltre, a meno che non si tratti di capolavori come La Storia di Elsa Morante o Il maestro e Margherita di Michail Bulgakov sono solito “passare”. Nell’ultimo anno ho fatto però eccezione per due romanzi di Dario Ferrari, La ricreazione è finita (recensito qui) e L’idiota di famiglia, quest’ultimo uscito a inizio 2026: entrambe le opere superano le 500 pagine, ma la prosa leggera, brillante e ricca di ironia del collega di Storia e filosofia di Roma non mi hanno fatto desistere dall’intraprendere la lettura. In questo articolo-recensione, voglio parlarvi della sua ultima fatica, in cui esplora due temi a me cari: le relazioni familiari e il mondo spietato dell’editoria.

Immagine reperibile all’url: https://www.doppiozero.com/dario-ferrari-la-ricreazione-e-finita

La sinossi, in poche parole

Il protagonista de L’idiota di famiglia è Igor Nieri, traduttore romano che convive con Marta Grosso, giovane scrittrice che brilla nel firmamento della militanza pop-femminista dopo la pubblicazione, nel 2021, dell’opera Il vicolo cieco. La relazione tra i due è in crisi, per il desiderio (inappagato) di Igor di avere figli, a cui si contrappone l’ambizione di fare carriera di Marta; la definitiva rottura tra i due avviene però a causa di un evento imprevisto: la demenza senile che colpisce il padre di Igor, “Herr Professor”, costringendo il figlio a tornare a Viareggio. Qui, nella cittadina versiliese un po’ retrò, Igor riconfigura la sua vita, tra vecchie amicizie ritrovate, rapporti faticosi con la sorella Ester e il figlio Cosmo, ma soprattutto dedicandosi alla cura del genitore anziano, un professore di storia e filosofia in pensione, amante di Dostoevskij, che a poco a poco perde la lucidità, smettendo di comunicare con il figlio. Il ritrovamento di un faldone contenente la storia delle cosiddette “Tre Giornate di Viareggio”, avvenute dal 2 al 4 maggio 1920, innesca, a partire dalla terza parte del romanzo, intitolata Idargo, un secondo filone narrativo: le vicende del presente si alternano, fisicamente, alle pagine in cui Igor riscrive il romanzo storico composto dal padre che, privato della parola, riesce però a far sentire ancora la sua voce attraverso il figlio. Questo intreccio di voci, però, si esaurisce col racconto della morte del padre e del successivo funerale, a sigillare una fase della vita di Igor, che non sembra comunque pronto a tornare a Roma.

Tre motivi per leggere il romanzo

Parlare di romanzi contemporanei, anzi, usciti nello stesso anno in cui si pubblica la recensione non è semplice, anche perché non si è ancora attivato il “carrozzone” delle presentazioni del libro, delle fiere letterarie e dei Premi in cui spesso l’autore fornisce chiavi di lettura e interpretazioni dell’opera; ho quindi deciso di evitare una recensione-polpettone e di presentare tre motivi per leggere l’opera.

1. Perché ci fa riflettere sulle relazioni familiari e sulla cura verso i genitori anziani

Il personaggio di Igor Nieri è caratterizzato, sin dalle prime pagine del romanzo, da un senso di precarietà, inadeguatezza, sfiducia e disillusione tanto nel lavoro quanto nelle relazioni personali. Scrittore fallito, dopo aver iniziato Filosofia per seguire le orme paterne, si era innamorato della lingua inglese, diventando un traduttore soprattutto dall’americano:

Il traduttore, mi pare, è un lavoro che richiede delle doti che hanno qualcosa del prestigiatore, dell’illusionista, del traffichino, quando non del baro, del contrabbandiere, del sofisticatore: gente che ha la necessità di scomparire, di occultarsi, di fare come il diavolo e convincere tutti di non esistere (p. 19).

La sua vita monotona e precaria, fatta di traduzioni più o meno riuscite, tentativi di rivendicare la sua professionalità contro l’avanzare dell’AI e di collaborazioni poco convinte con scuole di traduzione, viene però sconvolta da un messaggio vocale della sorella Ester, che gli comunica l’aggravarsi delle condizioni di salute del padre, professore di filosofia, comunista fino al midollo, con cui ha avuto sempre rapporti difficili, dovuti alla delusione per la carriera “da fallito” del figlio.

Ferrari, senza patetismo, ci racconta delle vicende che toccano (e toccheranno) sempre più italiani: il tasso di natalità è in picchiata, la speranza di vita, invece, sempre più lunga e situazioni di figli che devono fronteggiare l’improvvisa mancanza di autonomia dei genitori anziani sempre più diffuse. Igor, idealista fragile in una società che spinge alla produttività e all’efficienza, mette quindi “in stand-by” la sua vita per stare vicino al padre. Mi hanno molto emozionato le pagine in cui Igor intima alla badante Manola di mettere il padre davanti alla televisione accesa, anche se non parla, ma fa male leggere il dialogo tra Igor e la donna, che ha la capacità di guardare in quel futuro che i figli di genitori con demenza o Alzheimer non voglio immaginarsi.

«Io vi avverto da ora: arrivo a Natale e poi smetto. Giuliano c’ha quasi ottant’anni, mi porta qui tutti i giorni in macchina da Piano di Conca; non ce la fa più nemmeno lui. E anche voi, Igor, come pensate di vivere? Te non ci devi tornare a Roma dalla tu’ moglie? Ester non deve trovare un po’ di poso, a un certo punto? Ognuno c’ha la sua, di vita»

 «Eh, lo so, ma mica il Professore lo possiamo far sparire».

 «No, ma fossi in voi comincerei a sentire l’Asl se lo prendono in una struttura, ammesso che si trovino senza svenarsi. Tanto per capire non capisce più nulla».

[…]

 «Non riesco nemmeno a pensarci, Manola. Per favore» (p. 355).

2. Perché dipinge un quadro satirico del mondo dell’editoria italiana

Con un’ironia alla Woody Allen, Ferrari descrive anche il mondo spietato dell’editoria attraverso la figura di Marta Grosso, spregiudicata scrittrice femminista, autrice di un romanzo, «Il vicolo cieco, pubblicato per le Edizioni Judith, piccola casa editrice di sole donne guidata con piglio guerriero e fiuto commerciale dalla sua vecchia amica Sveva» (p. 24). Credo non sia un caso l’introduzione di una scrittrice femminista e sia presente una critica velata verso le sempre più numerose pubblicazioni a tema parità di genere, diritti LGBT+ et similia, prodotti spesso scadenti, ma che vengono sempre più incensati perché creano polemiche e contraddittorio (si pensi alla querelle sul genere neutro e lo schwa). Al fallimento di Igor come scrittore, fa da contraltare il successo della compagna che, da grigia aspirante accademica, si trasforma in una femminista in abiti androgini, che sostiene con convinzione, per le donne, «il diritto di non essere madri». Il traduttore Igor, caratterizzato da un gusto per le parole e la precisione linguistica (irraggiungibile da qualunque intelligenza artificiale) inorridisce di fronte alla nuova compagna la quale, dopo una maternità inaspettata che le impedisce di vincere un concorso come ricercatrice in Università, seguita da un aborto spontaneo, si butta anima e corpo nel nuovo libro,  «da lanciare con il dovuto hype» (p. 172).

In questo nuovo libro Marta ha scelto di non ripetersi, e abbandonerà le questioni di autodeterminazione del corpo e maternità per tornare metaforicamente a casa, trattando argomenti su cui lavorava già da studiosa, fuori però dalle gabbie e da tutto il serioso idioletto accademico. Oralità e fine del mondo sostiene che, dato che ormai la maggior parte dei testi a cui siamo esposti (dalle chat ai social) non sono editati, è inutile sperare nella sopravvivenza delle norme ortografiche, che andranno a semplificarsi, fino a diventare irrilevanti (p. 172).

Nelle pagine dell’Idiota di famiglia Ferrari dipinge con ironia le attuali modalità di diffusione di un libro, con i pre-order, le campagne social, le copie staffetta inviate agli influencer, le recensioni “accomodanti”, la previsione delle settimane in classifica come si trattasse di hit musicali. Molto interessante è, d’altra parte, una risposta che Marta dà all’ingenuo Igor riguardo a Oralità e fine del mondo:  «Mah, secondo me siamo già nella fase in cui il fatto che sia un bel libro è quasi irrilevante» (p. 174).

La narrazione della serata del Premio Viareggio, con i finalisti indicati con le sigle Scrittore 1, Scrittore 2, Scrittore 3 è un pezzo di bravura di Ferrari, quasi un brano di “metaletteratura”, o, meglio, di una letteratura che riflette su una letteratura svilita a mercato, a esibizione, seguendo sempre il motto “purché se ne parli”. La premiazione si trasforma infatti in una contesa tra Igor che, pur inserito nei meccanismi del mercato editoriale, li critica al suo interno e l’editor di Marta Grosso, la spietata Sveva, a cui rivolge queste parole durante la premiazione:

 «Be’…per tradurre bisogna avere la qualità più rara del nostro mondo», impapocchio.

 «Ovvero?»

 «Bisogna avere la ferrea volontà di farsi da parte, di non esserci». Cerco Sveva tra il pubblico e la fisso:  «Non voler a tutti i costi essere al centro della scena. Tradurre significa svanire, e chi è che oggi è in grado di svanire?» (p. 408).

Ferrari prende di mira le modalità di circolazione dei libri nel mercato editoriale contemporaneo, in cui il successo di un’opera non è garantito dalla bontà della storia o dalla penna dello scrittore, ma dalla capacità di quest’ultimo di crearsi una “bolla” che presumibilmente comprerà il libro. Non a caso, pessimi libri scritti da influencer o personaggi pubblici vengono pubblicati, mentre ottimi testi di ottimi scrittori rimangono nei cassetti (virtuali) delle case editrici.

3. Perché ci spinge a tramandare la storia di vicende locali e a creare una “memoria collettiva”

Una parte considerevole dell’opera, però, è dedicata alla trascrizione di un fascicolo intitolato LE TRE GIORNATE, «scritto a caratteri grandi e curati, tipici di chi si accinge a un lavoro che sa essere lungo e importante» (p. 247); si tratta di un vero e proprio “testamento” che Herr Professor consegna al figlio, chiedendogli di trascriverlo:

Anche in questo caso, osservando l’evoluzione delle carte si può ricavare un’altra prospettiva da cui raccontare la vita di mio padre. Il primo titolo allude alle cosiddette Giornate rosse, un evento avvenuto poco più di un secolo fa a Viareggio, una piccola rivolta locale durante il Biennio rosso del 1919-1920. Esaltati da una retorica rivoluzionaria che ancora non si perdeva in sottili questioni di teoria politica, prediligendo la prassi rivoluzionaria, anche a Viareggio si provò a fare come in Russia, e per tre giorni la città si isolò dal resto del paese.

È un episodio marginale e assurdo, e però Herr ci ha sempre visto l’anima profonda della sua città, al contempo indocile, scollata dalla realtà e priva della dose minima di pragmatica. Un episodio che in città è noto soprattutto perché l’ha raccontato Tobino, nume tutelare delle patrie lettere, e che mio padre, quando era assessore alla Cultura, aveva deciso di riprendere in un saggio storico, come testimonia il cospicuo materiale raccolto nel corso degli anni e gli svariati indici elaborati via via, nonché i capitoli già vergati da Herr e dattiloscritti dalla mamma (p. 248).

Qui Ferrari sperimenta una modalità narrativa già usata ne La ricreazione è finita ma, a mio avviso, con meno efficacia, vuoi perché la storia delle “tre giornate” viareggine interrompe la storia, senza avere una connessione, se non la continuità geografica, con le vicende di Igor Nieri “badante” del padre e, in secondo luogo, perché necessiterebbe di presupposti storici e filosofici per essere compresa appieno. Volendone trarre “un senso”, può essere individuato nella necessità di preservare la storia locale e, soprattutto, ricordare chi si batté per rivendicazioni sociali volte a raggiungere il tenore di vita e le garanzie che ora diamo per scontate.

Un bilancio di lettura, in chiaroscuro

Mi sono approcciato al romanzo con grandi aspettative e, come sempre accade in Ferrari, la prima parte del romanzo è molto godibile: le pagine iniziali de La ricreazione è finita sono tra le più belle che abbia letto negli ultimi anni e così la Parte Prima de L’idiota di famiglia, con la narrazione della figura di Igor e del professore di Filosofia comunista, russofilo e amante di Dostoevskij, scorre via veloce e appassiona.

Ho la sensazione però, che il romanzo avrebbe avuto bisogno di un’asciugatura, tanto a livello di stile, quanto a livello di trama: a mio avviso ci sono delle parti, tanto discorsive, quanto riflessive, che appesantiscono molto il romanzo e il finale, invece, mi è parso un po’ posticcio, raffazzonato e senza guizzi. L’espediente delle trame concentriche, se era funzionale per preparare il colpo di scena de La ricreazione è finita, qui invece risulta meno efficace e forse la scelta di un argomento così di nicchia come Le tre giornate di Viareggio non ha aiutato.

Lo stile di Ferrari è sempre brillante, le sue riflessioni su AI e scrittura, sul mercato editoriale e, in generale, l’ironia che mette in ogni frase ne fanno uno dei narratori contemporanei più validi, ma a mio avviso il romanzo non è allo stesso livello del precedente e, soprattutto, poteva essere molto limato per farlo diventare più avvincente e memorabile.

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