Vincitori e vinti: l’assurda guerra tra scuole per l’orientamento in entrata

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Se si cerca sul Dizionario Sabatini-Coletti, vocabolario di riferimento per noi adepti al credo valenziale, la definizione di “mercato”, troviamo questo lungo elenco di possibili accezioni:

1 Riunione di venditori e compratori in luoghi e tempi fissi: il m. settimanale; il luogo generalmente all’aperto deputato a tali scambi commerciali; fiera: m. del bestiameandare al m. || m. all’ingrosso, quello in cui si vendono esclusivamente in grandi quantità merci per il commercio al dettaglio | m. generali, nelle grandi città, quelli in cui si raccolgono beni di consumo provenienti dalla produzione, da smistare ai m. al minuto | m. delle pulci, quello in cui si vendono oggetti vecchi o usati

2 Il sistema della compravendita e le leggi che lo governano; il suo andamento dal punto di vista economico: m. vivacela merce non ha m. || leggi di, del m., quelle relative alla domanda e all’offerta e alla loro interazione nel processo di formazione dei prezzi | prezzo di m., quello stabilito dall’incontro tra la domanda e l’offerta | m. nero, quello in cui si effettua la compravendita di prodotti illegali o soggetti a restrizioni di quantità e di prezzo | a buon m., con poca spesa ~fig. con poco danno o senza troppa fatica: cavarsela a buon m.

3 L’insieme delle operazioni di compravendita che si svolgono in una determinata area; il complesso delle contrattazioni e degli scambi relativi a un determinato bene economico SIN commerciotrafficom. internazionaleil m. delle automobili; l’area di diffusione di un prodotto: il m. delle auto di lusso è piuttosto ristretto; le condizioni che determinano la formazione del prezzo: m. monopolistico

4 fig. Luogo in cui c’è molto caos e frastuono SIN babelebaraonda || fare, piantare m., far chiasso, caos e disordine

5 fig. spreg. Mercimonio: far m. della propria dignità || fare m. del proprio corpo, prostituirsi

Mercato e scuola: due mondi tra di loro apparentemente distanti ma, da quando partecipo alle giornate di open day e assisto alle iniziative di orientamento degli Istituti che definiamo “rivali” (…), devo constatare, purtroppo, che le dinamiche si stanno trasformando sempre più in quelle di un vero e proprio mercato, svilente per la professionalità dei docenti che ci lavorano, ma anche nei confronti delle famiglie, considerate alla stregua di clienti da convincere ad acquistare il prodotto che si sta vendendo.

Ma come si è arrivati a questa “guerra tra poveri“, espressione usata nel titolo, e che ha avuto, anche quest’anno, vincitori e vinti, con questi ultimi costretti a fare i conti con docenti che verranno trasferiti (come è capitato a me lo scorso anno…) o che dovranno completare il quadro orario su due scuole? A mio avviso tutto ha inizio dalla riforma di MaryStar Gelmini e dall’aziendalizzazione delle scuole che, non a caso, nei loro organigrammi, chiamano studenti e famiglie stakeholders (leggi il significato qui); gli istituti scolastici sono sempre più preoccupati di dover “fare numeri” per non subire contrazioni, accorpamenti e, in generale, una decurtazione considerevole dei fondi ministeriali, fondamentali per una didattica di qualità e per finanziare i “progetti”, ormai diventati il vero “fulcro” della scuola, ben più dell’attività ordinaria.

Fino al settembre del 2016, ho lavorato in una scuola paritaria e le iniziative di orientamento erano studiate, giustamente, con cura e nei minimi dettagli; gli Istituti non statali, infatti, richiedono il pagamento di una retta annuale e, di conseguenza, un numero adeguato di iscritti consente ai proprietari di poter pagare i docenti a contratto e l’affitto dell’immobile. In un confronto schietto con un proprietario, mi rimase impressa una sua affermazione con la quale mi spiegava che, sotto i 12 studenti per classe, si è in perdita. È quindi essenziale riuscire a fare un orientamento mirato, sottolineando i punti di forza di una scuola paritaria seria (queste caratteristiche non si devono attribuire ai diplomifici che stanno spuntando come funghi): il sabato libero, la cura nei confronti degli studenti, la possibilità di una didattica personalizzata garantita da numeri mediamente più bassi della statale, strumentazioni tecnologiche in comodato d’uso (penso agli iPad) per una didattica 3.0, accompagnamento nello studio, verifiche e prove orali programmate per studenti sportivi, con la possibilità talvolta di lezioni registrate da fruire in asincrono.

Arrivato nella scuola statale, nel 2016, credevo di assistere a dinamiche diverse, ma ahimé, mi sono dovuto ricredere: riuscire a mantenere un buon numero di iscritti, incrementandoli se ci sono spazi adeguati, consente infatti di garantire continuità didattica, di creare occasioni di confronto tra studenti e docenti, così come, in generale, di promuovere un ambiente di apprendimento più vivace; di conseguenza, le logiche dell’orientamento ricalcano quelle di una scuola paritaria. Bisogna quindi fare molti iscritti, per non rischiare la chiusura di sezioni, una contrazione nell’organico fino ad arrivare alle estreme conseguenze, ovvero l’accorpamento con un altro istituto e la reggenza.

Negli anni, però, ho assistito anche agli effetti collaterali di questo modo talvolta aggressivo di fare orientamento: in contesti piccoli, montani o lacustri, dove quindi si sente sempre di più quel calo demografico che colpirà a poco a poco anche le città, si verifica una vera e propria guerra tra poveri senza esclusione di colpi, che spesso sfocia anche nella denigrazione (più o meno velata) dell’avversario. Si diffondono quindi ad arte voci che nella scuola X i docenti sono eccessivamente severi, fanno passare 5 anni d’Inferno (Dante, scansati) e non hanno a cuore l’apprendimento degli studenti; si è soliti aggiungere che le materie insegnate sono “inutili” («Vabbé ma le lingue le puoi studiare pure all’Università facendo un Erasmus!», oppure «Ma cosa studi a fare latino che non serve a nulla? Iscriviti alle Scienze applicate»), fino a mettere in dubbio la capacità di insegnare di alcuni insegnanti, così come le loro doti umane. Spesso, ahimé, si tratta di “vendette” personali postume, dovute magari a una bocciatura o a un percorso scolastico non particolarmente brillante; il caso più tipico riguarda poi gli Esami di Stato: se lo studente Y o la studentessa Z non riuscirà a raggiungere una valutazione per lui o per lei meritata dopo cinque anni di sacrifici, state certi che non consiglierà a nessuno dei suoi conoscenti, parenti o amici la scuola frequentata! In contesti dove si gioca sui piccoli numeri, queste dinamiche possono portare alla chiusura di intere sezioni…

https://www.openpolis.it/le-conseguenze-dellinverno-demografico-italiano/

Un ruolo decisivo è giocato ormai anche dai docenti delle scuole “medie” e dai loro consigli orientativi: capita che, talvolta, pur in presenza di ottime capacità nelle lingue straniere, nell’italiano o in matematica, non consiglino agli studenti di terza un liceo classico, scientifico o linguistico per paura che questi incontrino difficoltà e, magari, il genitore recrimini con loro per una preparazione deficitaria; in alcuni casi, ahimè, la reputazione buona o cattiva dell’Istituto superiore li condiziona nel consiglio orientativo, come si può vedere dal numero di studenti che, ogni anno, si avvalgono della “passerella” e cambiano percorso di studi entro il giugno del primo anno. Sarebbe invece auspicabile una maggiore collaborazione tra docenti del I ciclo e istituti superiori delle superiori, per confrontarsi sulle richieste in entrata e sulle criticità emerse nei primi mesi del biennio: ciò sicuramente avrebbe ricadute positive anche nell’orientamento e lo renderebbe più efficace, oltre che meno influenzato dalle logiche “da mercato” di cui sopra.

Si fa presto, d’altra parte, a passare da vincitori a vinti e, spesso, le tanto sbandierate statistiche Eduscopio, che dovrebbero essere un indicatore affidabile per guidare la scelta orientativa, possono rappresentare più un boomerang che un vantaggio per le scuole che vengono collocate ai primi posti: se da un lato rappresentano una garanzia di serietà e di alto spessore nella formazione degli studenti, dall’altra possono scoraggiare chi si sente magari fragile e, quindi, opta per soluzioni meno “d’élite”. Non è quindi detto che avere ottimi indicatori su Eduscopio porti, automaticamente, un numero elevato di iscritti, anzi, emerge l’immagine di una scuola eccessivamente severa, pretenziosa, insomma, un luogo in cui non iscriversi per non passare 5 anni di sofferenza.

Ma, all’atto pratico, come si svolge l’orientamento in entrata e quali sono le strategie da adottare per non vedere il numero degli studenti restringersi sempre più, come una maglietta lavata a 60 gradi?

A mio avviso l’orientamento dovrebbe essere un processo di lunga durata e l’importanza degli open day marginalizzata in favore di un focus maggiore su micro-inserimenti, stage e laboratori da svolgere anche nelle scuole secondarie di primo grado. Gli open day, spesso, si riducono a una presentazione del Dirigente di turno e a una visita veloce agli spazi, in compagnia dei genitori, spesso più interessati degli studenti alla scuola. Il vero “orientamento” va fatto invece nella concretezza delle aule, con gli studenti di terza media, proponendo anche della attività di peer-tutoring con quelli delle superiori che, nei momenti meno strutturati, possono essere importanti testimoni della scuola. Solo così si previene il rischio “lustrini e paillettes” dell’open day in cui spesso si cerca di “comprare”, eh, volevo dire, “far iscrivere” il maggior numero di studenti.

Anche qui, però, ahimé, ci sono scuole oneste e altre che “giocano sporco” o che hanno confuso i concetti di orientamento e marketing: le attività laboratoriali sono, si sa, quelle che suscitano maggiore interesse, insieme alle dotazioni informatiche e digitali, ma sappiamo bene che la didattica di ogni giorno non è sempre e solo laboratoriale, informatizzata, digitale, 3.0…però, come ho sentito dire in più di un collegio docenti, è importante far vedere il più possibile per farli rimanere impressionati. Negli open day, poi, sarebbe opportuno essere quanto più evasivi sulle domande relative all’impegno pomeridiano necessario per un percorso di successo: se la scuola è «lunga, faticosa e costosa» (citazione di un Dirigente che porterò fino alla pensione) forse è meglio non dirlo in certe occasioni…

E ora tocchiamo un punto molto dolente: i docenti referenti dell’Orientamento e, in generale, quelli coinvolti nelle attività orientative in entrata. È importante che vengano in contatto con le famiglie i docenti più disponibili, gentili, educati, amichevoli, che diano della scuola un’impressione di cordialità e “di accoglienza”: ma non sarebbe invece opportuno che gli studenti avessero una visione realistica della scuola, composta, com’è noto, da docenti più o meno severi, più o meno esigenti, tradizionali e innovativi, con caratteri diversi, dalla cui diversità non si può che trarre giovamento? Invece il docente severo va letteralmente “nascosto sotto lo zerbino”, salvo poi trovarselo in classe a settembre! Ricorderò sempre un open day di una scuola a cui ho partecipato e in cui i docenti presenti rassicuravano insistentemente che la docente Z non avrebbe avuto prime l’anno venturo.

Un orientamento serio, quindi, a mio avviso, dovrebbe quindi nascere dalla sinergia di tutte le componenti della scuola, per far vedere concretamente quello che si fa ogni giorno, senza strategie di marketing che accomunano la scuola al mondo aziendale; la scuola è invece un luogo di crescita della persona e uno degli ultimi baluardi della cultura: giusto postare ogni giorno una storia sui social su cosa si fa in classe, così come pubblicare contenuti sui viaggi di istruzione (la corrispondenza gita = vacanza è ancora dura a morire), ma ricordiamoci che è la pratica quotidiana a dover essere decisiva nella scelta: una didattica innovativa, inclusiva, seria, aggiornata, collaborativa è ben più importante, a mio avviso, di visori mostrati agli open day, ma subito riposti nelle scatole, in attesa del primo utilizzo da parte di un docente ardito…

In questa guerra tra poveri, ahimè, del tutto autocentrati, si dimenticano spesso gli studenti e le loro inclinazioni: sono convinto che la scelta della scuola superiore debba essere ben ponderata e non suggestionata da mirabolanti attività orientative o da open day in cui si mostra una scuola che non esiste e li si convince a iscriversi a tutti i costi, tanto per fare numero e raggiungere, magari, le due o tre sezioni che consentono di non perdere posti di lavoro. Temo però che, purtroppo, in futuro, la contrazione progressiva del numero di studenti e il bacino sempre più ridotto da cui attingere porteranno a una sclerotizzazione di queste dinamiche.

6 pensieri riguardo “Vincitori e vinti: l’assurda guerra tra scuole per l’orientamento in entrata

  1. Tocchi un tasto dolente, la scuola delle tre i (informatica, inglese, impresa) ormai è realtà, anche se gli studenti non brillano nelle prime due (sulla terza no comment). Gli openday sono sempre più impegnativi, a volte vengono organizzati di domenica oppure si sono ideate le open night. A mio avviso i micro-inserimenti sarebbero più utili, sia per l’orientamento in entrata sia in quello d’uscita (intendo all’università).

    È risaputo, poi, che un numero adeguato di studenti per classe dovrebbe stare sui 15/16 (altrimenti perché in gita è questo il punto di riferimento per singolo accompagnatore?) ma ritrovarsi con classi di 26/28 è la normalità in certi istituti. I DS hanno un ritorno economico in base al numero di studenti iscritti, non va dimenticato, allo stesso modo per i perdenti posto la vita si complica inevitabilmente se i numeri delle iscrizioni si contraggono.

    Anche a me non piace questa idea di concorrenza sleale tra scuole dello stesso ambito territoriale. Si dovrebbe pensare semmai a una rete di scuole che si sorreggono una con l’altra, ognuna con una sua specificità e identità. Chi vuole una scuola più impegnativa è libero di sceglierla, così chi invece una più inclusiva: se si ha sbagliato nella scelta, il passaggio da una all’altra nel biennio dovrebbe essere il meno complicato possibile per non penalizzare nessuno. I ragazzi e i genitori però devono sapere che il liceo delle scienze applicate è il liceo scientifico senza latino, un ibrido che non mi ha mai convinto; le scienze umane danno una preparazione di base adeguata in ambito umanistico ma non all’altezza del classico; i licei artistici e linguistici fanno un po’ a sé per via del curricolo particolare.

    Sulla reputazione dei singoli docenti stendo un velo pietoso, se ne sentono di ogni. L’importante è far capire ai ragazzi che nella vita non si ha sempre la strada spianata, confrontarsi anche con docenti più esigenti (o con soft skill limitate) è inevitabile, lo stesso vale nel mondo del lavoro con i propri superiori.

    Da ultimo voglio sottolineare come spesso gl’istituti tecnici e professionali in Italia siano visti come scuole di serie B. Nessuno ne parla mai, però dovrebbero essere una risorsa importante per coinvolgere gli studenti meno portati allo studio teorico ed evitare tassi di dispersione proibitivi.

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  2. Ma davvero in un open day hanno assicurato che la docente Z non avrebbe avuto prime l’anno successivo? Mi sembra una cosa molto scorretta.
    Per il resto, condivido ogni virgola. Ricordo che 20 anni fa in occasione degli stage degli alunni di terza organizzavo lezioni accattivanti (per esempio l’uso del latino nell’Italiano di oggi). Poi però mi sono resa conto che non andava bene, dovevo fare lezione normalmente senza nemmeno evitare le verifiche orali. I futuri iscritti devono avere la visione reale di ciò che si fa ogni giorno a scuola.

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