Sul nuovo reclutamento e la “Scuola di Alta formazione”

Reduci dalle Ministre dei neutrini del Gran Sasso e dei banchi a rotelle, pensavamo di aver già toccato il fondo, ma il peggio, per noi insegnanti, doveva ancora venire: il 1 maggio scorso è entrato in vigore il Decreto Legge 30 aprile 2022, n. 36 che, all’articolo 44, disciplina la formazione iniziale e continua degli insegnanti della scuola secondaria e, in quello successivo, si dilunga sulle misure di “valorizzazione” degli stessi. Devo ammettere che, inizialmente, non ero particolarmente interessato alla questione, forse perché un po’ nauseato dai sindacati, dai concorsi che spuntano, in pieno anno scolastico, come funghi (quando io stesso ho dovuto attendere 8 anni anni dalla laurea per farne uno) e dal cambiamento continuo delle prassi di reclutamento, ma il “rumore” fatto da questa riforma e la presa di posizione netta di istituzioni per me di riferimento (l’Associazione degli Italianisti) e di intellettuali del calibro di Nuccio Ordine mi ha spinto ad approfondire maggiormente la tematica.

Immagine reperibile all’url: https://www.lastampa.it/politica/2011/09/24/news/tunnel-tra-il-cern-e-il-gran-sasso-br-gaffe-della-gelmini-risate-sul-web-1.36932311/

Da buon laureato in filologia, mi sono scaricato il Decreto Legge e l’ho analizzato articolo per articolo, con po’ di difficoltà per il burocratese imperante, ma cercando però di individuare i punti di maggiore criticità e le conseguenze che questo scellerato provvedimento avrà sulla scuola futura e su chi, giovane e animato da passione, vorrà intraprendere, nei prossimi anni, il percorso che porta al mestiere “più bello del mondo”, ovvero quello dell’insegnante (lo ripeto sempre a me stesso nei periodi bui).

In primo luogo, il comma 4 del DL stabilisce che i 60 crediti formativi universitari o accademici per la formazione iniziale, di cui 20 con tirocinio indiretto o diretto, vengano ottenuti già nel corso della laurea triennale e magistrale, andando, ovviamente, a inficiare il consolidamento delle discipline, vero e proprio fulcro dell’istruzione universitaria. Se negli anni passati (a parte il recentissimo mercato dei 24 CFU nei settori antropo-psico-pedagogici e nelle metodologie didattiche) si maturavano i crediti per l’insegnamento o nel corso della SISS o del TFA, lasciando nel percorso accademico libero spazio alla formazione culturale dello studente, ora chi vorrà insegnare dovrà già prevedere di acquisire CFU/CFA a partire dalla laurea di I livello, triennale. Ma siamo davvero sicuri che uno studente di 19 anni sappia, al momento dell’iscrizione in Università, che vorrà intraprendere la carriera di docente? Non oso immaginare, tra le altre cose, le conseguenze sui docenti universitari, che dovranno calibrare i loro corsi (spesso monografici) su queste mutate esigenze, anche perché sono consapevole del loro scollamento (aggiungo io, giustificato) dalle tematiche del mondo-scuola.

In seconda battuta, si introduce per chi ha già l’abilitazione in un’altra classe di concorso o su altro grado di istruzione, la possibilità di conseguirne un’altra con 30 CFU/CFA di cui 20 nelle metodologie e tecnologie didattiche applicate alle discipline di riferimento e 10 CFU/CFA di tirocinio diretto: insomma, si prendono abilitazioni come se fossero delle raccolte punti del supermercato, sempre sulle metodologie e tecnologie didattiche (binomio ricorrente), senza andare a recuperare / consolidare il sapere disciplinare, fondamentale per andare in classe preparati nella propria materia. E’ l’assurdo dell’Università Italiana, nella quale, d’altra parte, un laureato in Lettere moderne, ipoteticamente, raggiunti i 24 CFU nel Settore Scientifico-Disciplinare L-ART, potrebbe concorrere per un posto di docente di Storia dell’Arte alla pari di un laureato in Beni culturali o in Museologia. I crediti quindi i come punti del supermercato, le classi di concorso nelle quali concorrere come figurine dell’album Panini.

I CFU come i punti fragola della raccolta dell’Esselunga.

Nel Capo IV-bis del decreto si presenta poi, con lo scopo di promuovere la formazione in servizio dei docenti di ruolo, la “Scuola di Alta formazione dell’Istruzione”, con sede a Roma, il cui accesso diviene OBBLIGATORIO in seguito all’adeguamento del contratto collettivo; tra i punti maggiormente critici, oltre all’obbligatorietà della stessa, ci sono, a mio avviso, quelli relativi alle verifiche intermedie e finali, che, se superate, possono portare a una incentivazione, una tantum, «sulla base di una relazione presentata dal docente sull’insieme delle attività realizzate nel corso del periodo oggetto di valutazione, […] nella quale il docente dà dimostrazione di avere raggiunto un adeguato livello di formazione rispetto agli obiettivi». Chi ha pensato a questa Scuola non ha tenuto in considerazione la mole di lavoro dei docenti, tutte le ore di lavoro sommerso da cui sono gravati e, neppure, la loro continua formazione, spesso volontaristica, quadruplicata per venire incontro allo scenario della Didattica a Distanza. La sensazione è che il Ministero abbia voluto delineare una sorta di binario per premiare economicamente, a prescindere dall’anzianità di servizio, i docenti più formati, ma il timore è che si creerà un mercato dei corsi che svilirà ancora di più la formazione che, se lasciata libera (ed eventualmente rendicontata a fine anno) può essere davvero svolta in base ad attitudini, interessi ed esigenze dei docenti e degli studenti con cui si trovano quotidianamente a contatto. Non mi è chiaro, ma forse è un mio limite di lettura, su cosa verteranno queste verifiche e chi le preparerà…forse sarà un ulteriore adempimento che ci soffocherà tra fine maggio e inizio giugno? Gradirei saperlo quanto prima.

Nell’articolo 45 del DL 30 aprile, contenente norme per la “valorizzazione del personale docente” , al comma 1 si introducono poi incentivi per quei docenti che garantiranno ai propri alunni e studenti la continuità didattica: insomma, per quegli insegnanti che non chiederanno mobilità, verrà stanziato un finanziamento, che toccherà anche chi lavora in una sede diversa da quella del domicilio. Dal mio punto di vista ciò crea ancora più discriminazione tra chi, spesso per ragioni di mera fortuna, si trova a insegnare vicino a casa e in un contesti favorevoli e chi invece, per ragioni personali o professionali, sente la necessità di cambiare sede. Mi piacerebbe anche sfatare “l’equazione docente che rimanere tanti anni nella stessa scuola = bravo docente” anche perché, a mio avviso, frequentare luoghi e ambienti di lavoro diversi, specie in ambito scolastico, è assai arricchente, molto di più che fissarsi come ostriche allo scoglio per venti e passa anni in un solo Istituto. Paradossalmente, sarebbe interessante mantenere la titolarità in una sede ma, nel corso del decennio, sperimentare periodi in altre scuole: l’incontro con colleghi e contesti culturali (e territoriali) diversi può giovare a chi rientrerebbe poi nella sede di titolarità.

Insomma, mala tempora currunt, sed peiora parantur: come non essere d’accordo con la disamina di Gino Ruozzi e di Silvia Tatti nell’articolo intitolato Anche gli italianisti contro il governo: la nuova formazione dei prof va rovesciata apparso sul «Corriere della Sera» del 9 maggio 2022? Lì i Presidenti dell’Associazione degli Italianisti scrivono (grassetto mio):  «La possibilità di acquisire crediti nel corso di un quinquennio, parallelamente ai corsi istituzionali e senza una vera propedeuticità e programmazione, non garantisce la stessa qualità e efficacia di un corso annuale postuniversitario basato su un ordinamento organico e coerente. Inoltre le didattiche disciplinari, che devono essere una componente fondamentale del percorso formativo, richiedono la conoscenza preliminare e approfondita delle discipline e non possono che essere impartite alla fine del percorso quinquennale, quando i futuri docenti sono in grado di utilizzare i contenuti acquisiti all’interno di ordinamenti che si reggono su equilibri disciplinari e didattici complessi. Riteniamo quindi più utile per la scuola il prolungamento di un anno del percorso complessivo, un risultato che si otterrebbe comunque con l’aggiunta dei 60 cfu ai 300 istituzionali per gli inevitabili ritardi che questo comporterebbe nella conclusione delle lauree».

Questa messa in secondo piano delle discipline, invece, è quanto mai pericolosa specie di fronte a fenomeni come la liceizzazione dell’Università e la necessità di istituire dei corsi OFA (Obblighi Formativi Aggiuntivi) in quanto le lacune degli studenti in ingresso sono sempre più estese. Se i saperi disciplinari sono già carenti in entrata e necessitano di percorsi di recupero ad hoc, è davvero necessario tagliare ancora di più sulle discipline fondanti in favore della didattica delle stesse? Non sarebbe invece più corretto impostare (o ripristinare), oltre ai corsi monografici imperanti, dei percorsi istituzionali obbligatori propedeutici allo svolgimento degli esami del primo anno?

Leggendo il Decreto Legge ricorrono invece in maniera costante due termini: metodologie didattiche e tecnologie, mentre sempre più in secondo piano è il termine disciplinare. Da insegnante di liceo con esperienza ormai, di 12 anni, posso però puntualizzare che soltanto chi sa, può insegnare bene e, quel “SA”, deriva da una formazione disciplinare costante, quotidiana, che è richiesta nel momento in cui si varca la porta di un’aula, tanto del primo, quanto del secondo ciclo. Ho frequentato l’Università dei CFU e del 3+2 e posso confermare che, benché fossi già al tempo uno studente brillante, ho dovuto studiare parecchio anche una volta concluso il percorso accademico; un solo esempio, l’esame di Storia romana da 12 CFU: credete davvero che un professore possa andare in classe e spiegare “Storia e Geografia” in una prima liceo con alle spalle un solo esame di ambito storico? Ritenete che un docente possa, dopo una laurea quinquennale, ritenersi già dotato di formazione solida in letteratura italiana e riuscire a gestire un itinerario di apprendimento che va da San Francesco a Italo Calvino? Non ne sono così sicuro, ma sono convinto che non lo saranno i docenti che entreranno in classe dopo questa riforma.

Anche sul digitale, nonostante sia Funzione Strumentale Multimedialità e abbia chiamato il mio blog “Uno spazio di riflessione su letteratura, scuola e digitale“, ho le mie riserve: soltanto chi ha solide conoscenze disciplinari può progettare attività con le tecnologie perché serve una grande preparazione a monte e una dimestichezza con i contenuti da maneggiare per poter ideare (verbo chiave) percorsi innovativi col digitale. Credete davvero che si possa creare il valenza-game senza anni di studio della grammatica valenziale? Pensate possibile lanciare un Tricider senza conoscere struttura e caratteristiche di un testo argomentativo, apprese sui volumi di Serianni e Colombo? Ritenete semplice preparare un’infografica con Canva senza conoscere in modo preciso e dettagliato gli autori e i movimenti della letteratura italiana? Vi svelo un segreto: questa preparazione l’ho maturata nel tempo, con uno studio approfondito e un affinamento delle mie conoscenze sulle discipline, non sicuramente negli anni della raccolta punti-CFU.

L’unico obiettivo del MIUR: riempire le aule di tecnologia pensando di poter cambiare così la didattica.

Ha ragione Nuccio Ordine quando scrive, sul Corsera del 6 giugno che «lo studio della didattica, che ha assunto una dimensione sproporzionata non basta: con buona pace delle pedagogie imperanti, la conoscenza della disciplina viene prima ed è condizione essenziale. Se non si è padroni di quella specifica letteratura, nessun corso che insegni a insegnare aiuterà a preparare una buona lezione. […] E per evitare di scivolare in una banalizzante «attualizzazione», la scelta dei brani e i relativi commenti richiedono un grande lavoro preliminare. Innanzitutto è fondamentale conoscere bene l’opera di cui si parla. Ecco perché ai docenti bisognerebbe chiedere meno burocrazia, meno sterili riunioni, meno infruttuosi progetti, meno laboratori metodologici, per lasciare loro più tempo da dedicare allo studio della disciplina e ai propri studenti» (N. Ordine, Ma lo studio della didattica non basta, «Corriere della Sera», 06.06.2022).

Immagine reperibile all’url: https://icalabresi.it/fatti/nuccio-ordine-libri-e-buoni-prof-ti-cambiano-la-vita/

Invece, in nome del PNRR e di una corsa all’ultimo schermo interattivo, come se davvero avere in classe un PC di ultima generazione possa rivoluzionare il modo di fare scuola, stiamo ancora di più caricando i migliori docenti, che già si formavano in autonomia per il bene degli studenti, di un ulteriore aggravio col risultato, forse, di un loro disimpegno verso la macchina-scuola che, giova dirlo, è andata avanti in questi anni grazie ai docenti seri e appassionati, che fanno il loro lavoro NONOSTANTE il Ministero che li governa.

Una opinione su "Sul nuovo reclutamento e la “Scuola di Alta formazione”"

  1. Difficile non essere sconsolati, a ogni riforma della scuola a noi docenti toccano incarichi aggiuntivi e prospettive di maggior lavoro a stipendio invariato. Anch’io penso che serva anzitutto la padronanza delle materie insegnate, dei buoni corsi di aggiornamento dovrebbero essere anche contenutistici, specie in letteratura. Perché non pensare anche a dei seminari, volendo anche all’estero? Sulla mobilità condivido quanto scritto, restare tutta una vita nella stessa scuola ha pregi e difetti. Infine, che il digitale non sia la soluzione a tutti i problemi è ovvio, consiglio i libri di Marco Gui a riguardo.
    La scuola non può restare l’unico baluardo al degrado culturale e sociale che stiamo vivendo anno dopo anno, nelle condizioni in cui versa rischia di diventare un diplomificio e gli esiti in termini di democrazia ce li ricordano in maniera lucida Luca Ricolfi e Paola Mastrocola.

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