Insegnare letteratura nel quinto anno: problemi e proposte minime

30 Agosto 2010, ore 12.50, squilla il cellulare: la Vicepreside di una scuola paritaria del territorio, dalla voce decisa, dopo una brevissima presentazione, mi chiede “Dottor Zenoni, senta, sto cercando un insegnante di italiano, sono 21 ore, le interessa oppure no? Me lo dica subito perché non ho tempo da perdere”. Non sapevo che rispondendo di “sì” avevo siglato il mio patto faustiano con il mondo dell’insegnamento, io che, da neolaureato, avevo come obiettivo di lavorare in una casa editrice e stare lontano dai “queruli ricinti / ove l’arti migliori e le scïenze / […] fan le capaci volte eccheggiar sempre / di giovanili strida” (Parini, Il Mattino vv. 26-30). Fu un anno particolarmente duro, non tanto per il rapporto con gli studenti, che si sviluppò subito all’insegna del rispetto e della fiducia, quanto per la necessità di partire da zero. Tabula rasa. Praticamente incapace di nuotare, fui buttato in pieno oceano.

In quell’anno capii, purtroppo, quanto l’Università italiana (o meglio, lo spezzatino 3+2) preparasse poco al lavoro di insegnante di lettere: forgiato da semestri passati sulle opere minori di Boccaccio, sul teatro del Cinquecento, sulla poesia di Sandro Penna e sul latino delle epigrafi pompeiane e dei Carmina Priapea, dovetti rimboccarmi le maniche e ripescare dalla scrivania i polverosi libri del liceo: l’amato Luperini, il vecchio Flocchini e preparare le attività dell’anno scolastico incipiente. Mi sovvenne la frase di un docente universitario: “Matteo, quando ho iniziato a insegnare, ed è durato fortunatamente solo un anno, tornavo a casa e, insieme ai miei alunni, facevo anche io i compiti”. Andò in effetti così: passavo i pomeriggi (e le sere) a preparare lezioni, verifiche scritte, esercitazioni per il giorno seguente, sfruttando le giornate festive per portarmi avanti nel lavoro…Ovviamente ogni nuovo autore di letteratura implicava l’analisi sul manuale in adozione dei testi antologizzati, la loro lettura e lo svolgimento preventivo delle attività proposte…

Particolare problematiche mi diede la preparazione degli alunni all’Esame di maturità: il “programma” di italiano era, ai miei occhi di insegnante precario non abilitato, particolarmente vasto e ricevere in eredità degli studenti in quinta si rivelò complicato; a ciò si aggiungeva il numero elevato di alunni (27) e un Esame di Stato che si sarebbe rivelato piuttosto amaro, condito da un ricorso che mise in seria difficoltà il mio desiderio di continuare con il lavoro di insegnante.

Sono passati dieci anni da quell’estate scellerata del 2011, eppure, dopo essermi abilitato, vinto un concorso, essere stato assunto nella scuola pubblica e aver consolidato, grazie al dialogo continuo con colleghi anche di altre scuole, le mie competenze disciplinari e didattiche, portare una classe all’Esame di Stato conclusivo mi mette sempre sotto pressione, come se dovessi sostenere io l’esame e non gli alunni stessi.

A ciò si aggiungono le ansie per la situazione pandemica in corso, le incertezze del rientro (non si sa ancora in quale percentuale), le modalità di svolgimento dell’Esame (maxicolloquio? Scritti preparati da una commissione interna? Non ci è dato ancora sapere nulla), la sensazione di “non stare facendo bene” o “di poter fare meglio”. Insomma, un carico di responsabilità che mi è sconosciuto nelle altre classi in cui insegno al tempo del Covid-19.

Sorvolando (sempre che si possa dire e fare) sulla pandemia, restano le mie perplessità sulla modalità di preparazione degli studenti del quinto anno in Italiano, confermate dalla lettura, a fine anno scolastico, dei documenti del 15 maggio di altri colleghi e rafforzata dai webinar in cui i formatori presentano bellissimi percorsi, con approfondimenti di alto livello, ma che presentano parecchie criticità nella loro realizzazione concreta in classe. Riporto le Indicazioni Nazionali dei Licei, per quanto concerne la parte di “Letteratura” riferita al quinto anno cercando di evidenziare in grassetto, dopo l’ovvia premessa sulla centralità di Leopardi come punto di inizio del percorso, quegli elementi del testo che presentano le maggiori criticità.

Al centro del percorso saranno gli autori e i testi che più hanno marcato l’innovazione profonda delle forme e dei generi, prodottasi nel passaggio cruciale fra Ottocento e Novecento, segnando le strade lungo le quali la poesia e la prosa ridefiniranno i propri statuti nel corso del XX secolo. Da questo profilo, le vicende della lirica, meno che mai riducibili ai confini nazionali, non potranno che muovere da Baudelaire e dalla ricezione italiana della stagione simbolista europea che da quello s’inaugura. L’incidenza lungo tutto il Novecento delle voci di Pascoli e d’Annunzio ne rende imprescindibile lo studio; così come, sul versante della narrativa, la rappresentazione del “vero” in Verga e la scomposizione delle forme del romanzo in Pirandello e Svevo costituiscono altrettanti momenti non eludibili del costituirsi della “tradizione del Novecento.

Dentro il secolo XX e fino alle soglie dell’attuale, il percorso della poesia, che esordirà con le esperienze decisive di Ungaretti, Saba e Montale, contemplerà un’adeguata conoscenza di testi scelti tra quelli di autori della lirica coeva e successiva (per esempio Rebora, Campana, Luzi, Sereni, Caproni, Zanzotto, …). Il percorso della narrativa, dalla stagione neorealistica ad oggi, comprenderà letture da autori significativi come Gadda, Fenoglio, Calvino, P. Levi e potrà essere integrato da altri autori (per esempio Pavese, Pasolini, Morante, Meneghello…)

Ora, nel quinto anno la disciplina prevede 132 ore: se a queste togliamo quelle necessarie a svolgere tre prove scritte a quadrimestre (mettiamo 16h totali) e una prova orale (su una media di 24 alunni per classe, considerando 20 minuti per studente, fanno altre 16h): rimangono 100h; a ciò vanno decurtate delle ore per far esercitare la classe sulla scrittura (calcoliamo 15 ore l’anno). Restano quindi 85 ore, a cui vanno tolte 10-12 ore per l’analisi (al minimo sindacale) del Paradiso di Dante. Gli autori che il MIUR indica come imprescinbili sono, si legge sopra, Leopardi, Baudelaire, Pascoli, d’Annunzio, Pirandello, Svevo, Ungaretti, Saba e Montale. Calcolando di analizzare soltanto questi autori, rimarrebbero 8 ore circa per autore. Se il discorso può andar bene per Ungaretti, Baudelaire (soprattutto, in quanto autore straniero) e Saba, mi risulta imbarazzante trattare la complessità del “pensiero filosofico” e la poesia di Leopardi in questa consistenza oraria.

Ma, onestamente, ridurre gli autori a un numero di ore da dedicare, come pezzi di una “catena di montaggio”, da una parte mortifica l’operato del docente di lettere e dall’altra trascura la classe come “comunità ermeneutica” , negoziatrice di significati, che si confronta con la complessità del testo letterario e la pluralità di stimoli che offre. Anche se non si è stati formati sull’ermeneutica, credo sia riconosciuto che non si debba “diplomare” esperti di letteratura (specie nei licei che non siano il classico), quanto studenti che abbiano avuto dal contatto con il testo letterario un’esperienza conoscitiva che permetta loro di avere sguardi molteplici e complessi sul mondo e la realtà che li circonda. D’altra parte perché la classe possa esprimere una personale interpretazione su autori e opere, questi devono essere presentati nella loro complessità e nelle sfaccettature della loro produzione e sicuramente il tempo passa…

Mi pare che sia irreale la proposta di tanti e tali autori nel percorso di apprendimento della classe quinta, specie se si imposta l’insegnamento della letteratura in modalità non meramente trasmissiva, bensì prevedendo attività laboratoriali, ore di riflessione linguistica, attività di scrittura (per lo più argomentativa), creazione di prodotti multimediali, percorsi di educazione civica, cercando soprattutto di vedere “il senso” di opere e autori per dei lettori di 18 anni del XXI secolo. Leggendo le Indigestioni, scusate, Indicazioni Nazionali, emerge il desiderio di fare tutto e fare bene, quando in realtà sfido chiunque a proporre una Morante o un Meneghello dopo aver analizzato con rigore e completezza i citati “imprescinbidili”. Impossibile sedimentare le conoscenze, promuovere abilità e competenze in questa “corsa dissennata” verso giugno.

Mi si obietterà che si tratta di Indicazioni, ma siamo tutti consapevoli, dopo anni di esperienza, che l’Esame di Stato è fatto non solo agli studenti, ma soprattutto ai docenti stessi e il collega che presenta pochi autori o molti e poco approfonditi è spesso oggetto di critiche da varie parti, specie da chi vede la classe da fuori in qualità di commissario esterno o Presidente di commissione.

Non ho una soluzione al problema, perché spero (e credo) di non aver sprecato mai tempo in questi anni in classe e aver cercato di stimolare nei miei studenti il gusto per la letteratura, garantendo una certa profondità e accuratezza alla trattazione degli autori e dei movimenti letterari in cui si inseriscono. Ma forse, se ogni anno il “programma” di quinta risulta più indigesto di una peperonata e la corsa a Montale degna di una maratona, qualche criticità ci deve pur essere.

La soluzione ideale sarebbe la revisione delle Indicazioni Nazionali, oppure qualche “strategia” che mi (e vi) suggerisco:

  • Ricavare in ogni anno scolastico, sin dalla prima, una “finestra sul Novecento”, su testi-forti che, a difficoltà crescente, potrebbero essere ripresi nel quinto anno: penso ai romanzi naturalisti di Svevo (specie a Senilità) alla prosa piacevole di Fenoglio, specie di Una questione privata, uno dei miei libri “must to read”, a Calvino e Primo Levi. A questo percorso sul romanzo, pensato per la classe prima (e terza), se ne potrebbe affiancare uno analogo sulla poesia in classe seconda, inserendo un percorso, nel II quadrimestre, sulla poesia del Novecento, con qualche espansione multimediale (reading, video, intersezioni tra letteratura e cantautorato).
  • Anticipare lo studio del Paradiso in classe quarta, abbinato alla lettura del Purgatorio; in alternativa, pensare ai percorsi trasversali sulla Commedia, insistendo sull’attualizzazione del testo dantesco. A titolo di esempio, sfruttare i canti di Cacciaguida per inserirli in un modulo sulla “Letteratura dell’esilio”, che intrecci le vicende del Sommo Poeta con quelle di Mann, Brecht, Pavese o Carlo Levi.
  • Delineare una scansione dell’itinerario letterario sul modello di quello suggerito da Romano Luperini e Pietro Cataldi nella loro antologia La letteratura e noi, proponendo un “testo per incominciare” e ancorando la trattazione degli autori ai loro testi-cardine. Pur riconoscendo i limiti di tale percorso, che tende a vedere la storia letteraria come susseguirsi di testi-esemplari, in realtà, si potrebbe vedere molto bene il permanere dei temi e il mutare delle forme.
  • Proporre un percorso per generi e temi, presentando, a inizio anno scolastico, movimenti e correnti della letteratura italiana ed europea tra Ottocento e Novecento (senza testi) e riservando il resto dell’anno alla lettura degli autori, aumentando il loro numero rispetto a quello consolidato, a partire da temi cardine della contemporaneità quali le migrazioni, la condizione dell’intellettuale, l’emancipazione femminile, la guerra, la Shoah e via dicendo; tale itinerario potrebbe essere davvero stimolante in classi abituate sin dal secondo biennio a un modo di procedere di questo tipo.

Insomma, le problematiche e le questioni sono ancora aperte. Ma forse sarebbe davvero interessante attuare, magari a rotazione, una delle proposte qui sopra presentate, nella loro semplicità e immediatezza…

PS: io sto sperimentando il primo e il terzo, vi aggiornerò a fine anno!

One thought on “Insegnare letteratura nel quinto anno: problemi e proposte minime

  1. Articolo molto interessante e condivisibile nelle proposte, che, con i dovuti accorgimenti, potrebbero essere estese anche all’intero ambito umanistico. Tienici aggiornati su come procede la tua sperimentazione didattica e nel frattempo complimenti per il blog!

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